Beatrice Basile: “La plurimillenaria struttura sta male, negli interstizi della roccia varie specie di piante, anche di grandi dimensioni, man mano la stanno spaccando. Urge l’avvio di operazioni costanti, con durata annuale, di manutenzione ordinaria e straordinaria”
E’ stato ricco di stimoli e riflessioni l’incontro promosso dall’Associazione “CittàinComune” presso il Museo archeologico regionale “Paolo Orsi”, con il professore Tomaso Montanari, docente associato di Storia dell’Arte Moderna all’Università Federico II di Napoli, saggista e giornalista molto ascoltato per il suo assiduo impegno nella strenua, e sempre più ardua, difesa del patrimonio culturale italiano. Un’occasione per ascoltare anche gli apprezzabili interventi, coordinati da Salvatore Chilardi, dell’ex assessore comunale alla cultura Alessio Lo Giudice e dell’ex assessore regionale Maria Rita Sgarlata, oltre alla (da pochi giorni in pensione) soprintendente ai Beni Culturali Beatrice Basile, come sempre diretta e determinata nel denunciare situazioni di gravi criticità. Proprio con lei abbiamo voluto addentrarci in una panoramica a tutto campo sulla realtà siracusana.
Dottoressa Basile, nel corso dell’incontro con il professor Montanari lei ha espresso posizioni molto critiche nei confronti dell’uso che si fa del Teatro greco che ricordiamo essere stato qualche mese fa al centro di roventi polemiche per il suo dichiarato degrado. Vuole riproporre le sue considerazioni?
Il teatro non sta benissimo, e non c’è da stupirsene. Pensiamo ad esso come a una struttura immutabile, tutta roccia, che da secoli ospita spettacoli, e nell’antichità era certamente utilizzata più di quanto non lo sia ora; e ci meravigliamo che quei soliti menagrami degli archeologi vengano a tirar fuori storie di degrado e di rischio per la sua conservazione. In realtà, dimentichiamo che nell’età antica il teatro era ben diverso da adesso: la roccia non aveva subito i fenomeni di erosione e disgregazione naturale dovuti al tempo e agli agenti atmosferici, e poi era anche protetto da rivestimenti (calcare, marmi, intonaci, ecc.); non ultimo, era costantemente manutenzionato. Cosa che non avviene più da molti anni. Così la vegetazione che infiltra le sue radici negli interstizi della roccia a poco a poco la spacca e la disgrega in pezzi che si staccano dalla massa; l’acqua (e il teatro ne ha vista tanta, non solo quella del cielo: pensiamo ai mulini che vi erano impiantati e al ruscellamento del canale Galermi attraverso la cavea, per decenni) fa la sua parte, contribuendo ad asportare particelle di superficie e soprattutto a creare le condizioni ottimali per la crescita della vegetazione infestante. Un recente studio del Centro Regionale del Restauro ha censito diverse decine di specie di piante, alcune anche di tipo arbustivo e di notevoli dimensioni (anche radicali!), che crescono spontaneamente sul teatro per molti mesi l’anno. Un orto botanico. Sarebbe interessante se non fosse esiziale per il monumento!
Al calo progressivo, fino alla cessazione completa, della manutenzione ordinaria, ha fatto da contraltare l’aumento progressivo della fruizione per spettacoli. Quando Paolo Orsi, cedendo alle insistenze del conte Gargallo, autorizzò l’uso del teatro per il primo ciclo dell’INDA nel 1914, erano previsti pochi spettacoli (non più di una dozzina), una volta ogni due anni. Ora si è arrivati a due mesi ininterrotti di spettacoli, una volta l’anno. Negli ultimi anni, la copertura provvisoria del teatro, che inizialmente lasciava a vista la maggior parte della cavea, con gli spettatori seduti sulla roccia, si è progressivamente estesa fino a coprire quasi l’intero emiciclo; e ciò per esigenze non di protezione della roccia ma di recupero di posti a sedere che altrimenti la commissione pubblico spettacolo non avrebbe consentito, limitando – come agli inizi – la portata del teatro.
Le raccomandazioni di limitare la scena ad elementi leggeri, magari simbolici, che non gravassero sulle fragili strutture antiche sottostanti, ogni volta avanzate dalla Soprintendenza, sono state quasi sempre disattese. A parte il problema delle vibrazioni sulle strutture indotto dalla costante movimentazione di queste scenografie grandiose e impegnative, non è da sottovalutare l’effetto straniante che tutto l’allestimento (guscio di legno e scene sovradimensionate) causa nella percezione visiva del monumento; che, di fatto, non si percepisce più. E non mancano vibrate proteste in proposito da parte dei visitatori.
Da ultimo, come sappiamo, l’anno scorso, per decisione assessoriale, il teatro è stato aperto anche alla lirica, il che ne ha ulteriormente prorogato, per un altro mese, l’uso nonché la permanenza dell’allestimento. Allestimento che, di fatto, è ciò che rende appetibile il teatro per ogni genere di “imprenditori” o di organizzatori di spettacolo (abbiamo avuto, dopo il cedimento alla lirica, decine di richieste di utilizzazione del teatro, per ogni tipo di spettacolo, basate, tra l’altro (e comprensibilmente) sul “Perché lui sì e io no?”. La scelta del teatro ha un duplice vantaggio; intanto, è una “location” di prestigio, che conferisce credito, rilevanza e richiamo mediatico anche a spettacoli che, di loro, non ne avrebbero più di tanta; inoltre, l’allestimento montato dall’INDA evita il costo di un allestimento autonomo (può essere affittato a costo certamente inferiore a quello della realizzazione ex novo in qualsiasi altro posto) e anche per l’INDA è un modo per realizzare un’operazione economicamente conveniente. Se a ciò si aggiunge l’eventuale possibilità di allestire, nel corso del mese in più di concessione, qualche altro spettacolo, che comunque verrebbe concesso “perché tanto, ormai, uno più o uno meno…”, magari “subaffittando” la concessione del teatro… Non dico che sia avvenuto; ma certo è una possibilità.
Un quadro sconfortante. Sono ipotizzabili dei rimedi?
Beh, sì! Intanto, una seria ricognizione, a livello regionale, dello stato di attuazione delle normative scaturite dalla “Carta di Siracusa” del 2004, in cui una commissione internazionale di esperti del settore aveva dettato le linee guida per l’uso, il monitoraggio e il restauro dei teatri antichi; carta che faceva eco ad una serie di normative analoghe da tempo elaborate nell’ambito dell’Unione. Poi, la definizione, sito per sito, delle reali condizioni, del programma di eventuali restauri e delle metodologie specifiche, dei limiti di sostenibilità, dei criteri d’uso e, infine, di criteri trasparenti per l’accesso alle fasce e alle tipologie d’uso consentite.
Contestualmente, per ciò che attiene più specificamente al teatro di Siracusa, occorre contenere la fascia temporale di utilizzazione nei limiti di quella anteriore all’anno scorso (non oltre la fine di giugno, con smontaggio delle strutture agli inizi di luglio), qualunque sia la tipologia di spettacoli che si sceglierà. Nel frattempo, debbono prendere l’avvio operazioni costanti, con durata annuale, di manutenzione ordinaria (diserbo chimico e manuale e pulizia del monumento, il che impedirà la creazione di condizioni favorevoli all’attecchimento della vegetazione) e straordinaria (restauro progressivo, a partire dai punti maggiormente critici).
Questi interventi diciamo “di routine” possono trovare copertura finanziaria (com’è avvenuto quest’anno) nei fondi per lo sbigliettamento: con l’accordo del Comune quest’anno abbiamo destinato una somma di 130.000 euro solo per il teatro e l’intervento è in corso di attuazione. In più, si sta lavorando alla redazione di un progetto preliminare, di restauro globale, da presentare nella programmazione 2014-2020, magari recuperando, qualora possibile, la capienza finanziaria di uno dei progetti POIN, che sono stati definanziati dal Ministero.

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