“L’autonomia di una volta, che ha prodotto Orsi e Bernabò Brea, è finita con la legge sulla dirigenza”. Ma c’è un fatto nuovo: “Mai avevamo avuto, come negli ultimi tempi, tante richieste di Associazioni di far qualcosa per tenere aperti i monumenti, o anche per tenerli puliti”
Un’ultima domanda all’ex Soprintendente Beatrice Basile. Lei ha lasciato il testimone a un altro soprintendente, quale lo stato e quali le prospettive della Soprintendenza di Siracusa?
Sui problemi spiccioli (mancanza di fondi, mancanza, ormai quasi tragica, di personale di custodia per le aperture dei siti, mancanza non meno drammatica di valido personale amministrativo e tecnico, mancato turn over per i pensionamenti, ecc.) non è il caso di soffermarsi: sono sotto gli occhi di tutti e non sembra che avranno risoluzione a breve. Forse è più opportuno fare un paio di considerazioni di fondo. La Soprintendenza di Siracusa vive lo stesso travaglio di trasformazione che investe tutte le Soprintendenze dell’isola o, meglio, dell’intera Italia: Com’è noto – o forse, purtroppo, è in realtà poco noto, e questo non aiuta… – anche l’Amministrazione dei Beni Culturali nel resto d’Italia sta cambiando pelle. In parte per forza di cose (nessuna istituzione mantiene una validità immutabile nel tempo), in parte sull’onda di ideologismi nuovi, improntati a un’impaziente ricerca di deregulation orientata a una visione estrema del liberalismo che antepone il vantaggio immediato di un gruppo di individui forti a quelli della comunità, e di conseguenza monetizza e mercifica anche valori immateriali che prima venivano visti a fondamento dell’identità della persona e della comunità. Penso al patrimonio culturale, agli istituti creati all’inizio del Novecento per la tutela dei Beni Culturali, rafforzati nell’Italia repubblicana, la cui azione era finora finalizzata alla tutela dell’art. 9, che si stanno trasformando in una sorta di agenzie statali e/o regionali del patrimonio culturale cui si chiede la gestione più remunerativa dello stesso, possibilmente con l’inserimento di forti quote di privato o addirittura di porre le basi per una totale privatizzazione. Sull’universo semantico e ideologico sotteso alla parola “valorizzazione” ci sarebbe da scrivere parecchio; ed è, facciamoci caso, la parola più usata, da chiunque, Soprintendenti compresi, quando si parla di Beni Culturali.
Questa mutazione culturale ha prodotto un diverso rapporto fra gli operatori dei BB.CC. e lo Stato e/o Regione. Basti pensare alla legge sulla dirigenza che ha trasformato i dirigenti, compreso quello dei Beni Culturali, da impiegati dello Stato (lo ricordiamo il giuramento che noi assunti dallo Stato e/o Regione facevamo all’inizio della carriera?) in una sorta di manager free lance, che non “sono” più Soprintendenti, come raggiungimento di un grado di carriera che corrisponde al termine di un lungo apprendistato che forgia il capo, e lo consacra tale, ma “svolgono le funzioni” di Soprintendente, con un contratto (altro che giuramento di fedeltà, che era così bello…) per un periodo che in genere non è superiore a due/tre anni, e individuati con criteri che definire nebulosi è eufemistico. Ovviamente, si tratta di funzionari che, pur magari bravissimi e correttissimi, sono sottoposti a pressioni politiche enormi, e le difficoltà, per così dire, ambientali sono proporzionali alla correttezza.
L’autonomia dei Soprintendenti di una volta, fondata sull’accertamento della loro eccellenza tecnica, che ha prodotto personaggi come Orsi e Bernabò Brea, è finita con la legge sulla dirigenza (o, per essere più precisi, con il modo – inevitabilmente fazioso e “pro domo sua”– in cui quella legge viene applicata; in barba alle sentenze che di tanto in tanto tentano di riportare ordine nella valutazione dei curricula, e che sistematicamente vengono, nei fatti, ignorate).
Rebus sic stantibus, che Dio ce la mandi buona, non solo per la Soprintendenza di Siracusa, ma per tutte le Soprintendenze d’Italia: che della Sicilia stanno prendendo la china. Probabilmente, come tutto, anche quest’onda di liberismo senza freni prima o poi passerà, e si tornerà ad aver bisogno e voglia di regole che assicurino a tutti gli stessi godimenti del bene comune, quale è il patrimonio culturale e ambientale, e si tornerà a volerlo ben tutelato dalle istituzioni, a garanzia dei diritti di tutti. Adda passà ‘a nuttata…
Ma un aspetto positivo, nella vicenda dei beni culturali siciliani in particolare, c’è. E’ immensamente cresciuta, negli ultimi anni, la partecipazione dei cittadini, soprattutto dei giovani, alla discussione sugli stessi, e soprattutto la voglia di occuparsene. Mai avevamo avuto, come in questi ultimi tempi, tante richieste di Associazioni di far qualcosa per tenere aperti dei monumenti, o anche per tenerli puliti; e perfino dei privati cittadini, senza alcuna associazione alle spalle, hanno offerto un po’ del loro tempo (o il loro personale decespugliatore…) per fare qualcosa.
Credo sia la premessa migliore per una rinascita della consapevolezza del bene culturale come patrimonio comune; il che ha un risvolto “politico” tutt’altro che indifferente.
Il cittadino che si prende cura del patrimonio comune comincia a rendersi conto del suo potere di influire sulle cose e della sua responsabilità nei confronti del modo in cui esse vanno; scopre che può essere protagonista. Responsabilità, cittadinanza e azione vanno insieme. Forse la nottata sarà più breve di quanto temiamo.

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