Dalla frammentazione degli atti amministrativi alla possibilità di seguire ogni euro di spesa pubblica. La trasparenza digitale come strumento di prevenzione, non come semplice adempimento.
C’è una differenza sostanziale tra un documento nascosto e un documento che nessuno riesce a trovare: il primo viene sottratto deliberatamente alla conoscenza pubblica, il secondo può essere perfettamente accessibile, pubblicato nei termini di legge e tuttavia rimanere, nei fatti, sconosciuto alla quasi totalità dei cittadini. Non è una novità che negli archivi digitali dei Comuni si accumulano ogni giorno determine dirigenziali, affidamenti, impegni di spesa, varianti e liquidazioni, ogni documento racconta un passaggio dell’attività amministrativa, ma raramente permette di comprendere, da solo, l’intera vicenda.
Per ricostruirla, si sa, occorre risalire ai provvedimenti precedenti, individuare i collegamenti tra atti, confrontare importi e verificare quali decisioni siano intervenute nel tempo, insomma, un lavoro che richiede competenze, pazienza e soprattutto la consapevolezza di cosa cercare.
L’inchiesta Nexus, che ha investito la gestione di alcuni appalti pubblici a Siracusa, offre un’occasione concreta per riflettere su questa debolezza strutturale.
Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza cautelare del Tribunale di Siracusa, nell’ambito dei lavori per l’ampliamento dell’ostello di Cassibile, finanziato attraverso il PON Legalità per circa 1,67 milioni di euro, sarebbero state utilizzate procedure di affidamento caratterizzate da irregolarità, tra gli elementi evidenziati figurano un presunto frazionamento artificioso degli interventi, anomalie nella documentazione contrattuale e pagamenti effettuati in presenza di criticità amministrative. Si tratta di certo di contestazioni ancora da accertare, ma al netto dell’epilogo giudiziario, esiste un dato su cui è possibile interrogarsi: gli affidamenti oggetto dell’indagine non erano necessariamente operazioni invisibili e la loro ricostruzione passa anche attraverso determine, importi, imprese aggiudicatarie e altri atti amministrativi. Informazioni quindi che, considerate singolarmente, possono apparire ordinarie, mentre assumono un significato diverso quando vengono collocate all’interno della medesima sequenza ed è proprio questa visione d’insieme che spesso manca.
Un affidamento diretto, di per sé legittimo quando ricorrono i presupposti previsti dalla normativa, può essere esaminato soltanto conoscendo il contesto in cui è stato disposto, ma quante volte la stessa impresa ha ricevuto incarichi? Qual è il valore complessivo degli interventi riconducibili a un medesimo progetto? Gli importi iniziali sono cambiati? Quali varianti sono state approvate e con quali motivazioni? Quanto è stato effettivamente liquidato? Non sono interrogativi che dimostrano l’esistenza di un illecito, ma sono verifiche elementari che permettono di distinguere una procedura regolare da una situazione meritevole di approfondimento.
La seria digitalizzazione potrebbe infatti (ormai lo sappiamo) incidere esattamente su questo passaggio, a condizione di non essere confusa con la semplice conversione degli atti cartacei in documenti PDF. Infatti, a pochi chilometri dalla nostra provincia – in un noto comune siciliano – è attualmente in fase di sviluppo un portale dedicato proprio al monitoraggio delle opere pubbliche.
Di che si tratta? Innanzitutto il sistema parte dalla rappresentazione geografica degli interventi: una mappa interattiva consente di individuare i cantieri, filtrarli per quartiere, tipologia e stato di avanzamento e consultarne le principali informazioni economiche e amministrative. ma non solo, l’aspetto più interessante riguarda proprio la possibilità di associare a ciascuna opera la documentazione che ne ricostruisce l’evoluzione, dal finanziamento all’esecuzione, perciò il cambiamento non consiste nel pubblicare più documenti, ma nell’organizzare quelli esistenti in modo che possano essere letti in relazione tra loro.
Applicato sistematicamente, un modello di questo tipo consentirebbe di confrontare gli importi dei diversi affidamenti, identificare le imprese ricorrenti, seguire eventuali modifiche contrattuali e verificare la corrispondenza tra somme stanziate, lavori eseguiti e pagamenti. Collegando i dati attraverso identificativi come CUP e CIG, le informazioni potrebbero inoltre dialogare con le banche dati pubbliche già disponibili, evitando che il monitoraggio dipenda esclusivamente dall’aggiornamento manuale delle singole amministrazioni. Naturalmente la disponibilità dei dati non garantisce la loro correttezza e nessun portale può impedire accordi illeciti conclusi al di fuori delle procedure ufficiali, ma una documentazione collegata, confrontabile e aggiornata restringe gli spazi in cui anomalie ripetute possono passare inosservate, soprattutto, permette di individuare criticità mentre gli interventi sono ancora in corso, anziché ricostruirle soltanto a distanza di anni.
Inoltre, la questione riguarda in realtà anche il modo in cui sono state interpretate le politiche di innovazione della pubblica amministrazione. Il PNRR ha finanziato un vasto processo di trasformazione digitale, sebbene le singole misure prevedano destinazioni e vincoli specifici, sarebbe quindi improprio considerare quelle risorse automaticamente disponibili per qualsiasi progetto di monitoraggio, resta però legittimo domandarsi quanto spazio sia stato riservato, nelle strategie digitali degli enti locali, alla leggibilità della spesa pubblica e alla possibilità di controllarne l’evoluzione.
La trasparenza amministrativa continua troppo spesso a essere valutata in termini di adempimenti: un atto è stato pubblicato oppure no, una sezione è stata aggiornata oppure no. Molto meno frequentemente ci si chiede se un cittadino sia effettivamente in grado di comprendere ciò che viene pubblicato.
La vicenda Nexus non dimostra che un portale avrebbe impedito le condotte ipotizzate dagli investigatori. Dimostra, piuttosto, quanto sia importante poter ricostruire l’intera storia amministrativa di un’opera, collegando decisioni che altrimenti rimangono disperse tra uffici, registri e provvedimenti perché la pubblicità degli atti rappresenta una garanzia soltanto parziale quando l’accessibilità formale non si traduce nella possibilità concreta di esercitare un controllo e forse è proprio qui che dovrebbe misurarsi la maturità digitale di un’amministrazione: non nella quantità di documenti che riesce a pubblicare, ma nella capacità di renderne verificabile il contenuto, anche da parte di chi non sa già cosa sta cercando.

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