Melonellum, il premierato nascosto dietro il voto

Il Melonellum è la nuova legge elettorale che ha sollevato numerose polemiche anche per aver fatto passi indietro sulla rappresentanza di genere e per aver introdotto l’indicazione del “candidato” premier (il nome di chi la coalizione intende proporre come presidente del Consiglio al Capo dello Stato, da depositare insieme al simbolo e al programma). Mentre si preparano i ricorsi alla Corte costituzionale, chiediamo all’esperto Sergio Bagnasco la sua opinione sui dubbi di costituzionalità.

Il melonellum non è un incidente di percorso: si inserisce perfettamente nelle leggi elettorali che stravolgono la Costituzione e la nostra democrazia rappresentativa. Anche in questo caso abbiamo un’ampia gamma di elementi di anticostituzionalità.

Partiamo dalle firme: con la previsione di 6.000 firme a sostegno dei candidati in ogni collegio, la nuova legge attenta al diritto di elettorato passivo discriminando tra i cittadini l’accesso alle cariche elettive (art. 51 Cost.). La norma, infatti, impone lo stesso numero di firme per collegio, senza tenere conto delle differenze tra i collegi elettorali. Raccogliere 6.000 firme tra 1,5 milioni di elettori del collegio della città di Milano, distribuiti in 1.575 km quadrati, è cosa diversa rispetto a raccogliere le stesse firme tra 244.000 elettori del collegio del Molise dispersi in un’area tre volte più grande (4.460 km quadrati). È evidente la lesione al diritto di elettorato passivo. È irragionevole che chi è già presente in Parlamento sia esentato dalla raccolta delle firme, perché le firme sono a sostegno dei candidati che si presentano con un simbolo. I partiti già presenti in Parlamento non si ripresentano con gli stessi candidati di 5-10-15 anni prima!

C’è il diritto di determinare il corpo legislativo: i vertici di partito impongono i capilista bloccati in ogni collegio e scelgono in modo opaco gli altri candidati. Gli organi direttivi dei partiti così si sostituiscono agli elettori nella scelta dei loro rappresentanti, in contrasto con la logica della democrazia rappresentativa consegnataci dalla Costituzione e in violazione dell’art. 49 Cost. che concepisce i partiti come associazioni di cittadini; nei fatti i cittadini soci di un partito non contano proprio nulla nella selezione dei candidati. Mentre le leggi elettorali sanciscono “il potere di ristrette oligarchie partitiche di determinare l’intera composizione delle due Camere”. Gli elettori al massimo possono scegliere – senza effettiva certezza – alcuni rappresentanti politici tra candidati scelti in modo non chiaro esclusivamente dai capipartito. L’aspettativa di scelta può infatti andare delusa a causa di meccanismi che solo gli organi di partito possono manovrare come le multicandidature e compresenza dei candidati della lista per il premio di governabilità nelle liste plurinomiali e persino tra i capilista bloccati.

È introdotto poi il voto indiretto e impersonale: l’elettore, apponendo un segno sulla scheda, non contribuisce a eleggere solo i nominativi presenti sulla scheda ma anche tutti gli altri nominativi che compongono a livello nazionale la “lista per l’attribuzione del premio di governabilità”. Il voto diventa indiretto e impersonale violando i precetti costituzionali. Chi vota in una circoscrizione o regione può determinare l’elezione in blocco di una quota importante di parlamentari, in circoscrizioni e regioni diverse dalla propria, di cui nemmeno conosce il nome. Inoltre, l’elezione in blocco di questi candidati della “lista premiale” può comportare la non proclamazione di candidati effettivamente eletti nelle circoscrizioni/regioni perché sommando questi eletti alla lista premiale si supererebbe il tetto massimo di deputati/senatori previsto dalla legge. Questo effetto insieme alla presenza di capilista anche nella lista premiale e alle pluricandidature rende impossibile all’elettore prevedere il suo voto: chi sta effettivamente votando? Il suo voto diventa una biglia in un flipper impazzito.

Arriviamo al voto diseguale: chi balla da solo e non raggiunge il 3% dei consensi a livello nazionale non partecipa alla ripartizione dei seggi, ma chi prende meno del 3% se coalizzato con altre liste partecipa alla ripartizione dei seggi. Così il voto diventa diseguale perché è destinato a contare o a essere cestinato in base a una scelta politica della lista e non in base a un dato oggettivo e neutrale. Così si comprimono le libertà politiche e la rappresentatività del Parlamento.

Sono fissate soglie di sbarramento nazionali: la Costituzione impone di ripartire i seggi a livello circoscrizionale o al Senato su base regionale, quindi prefigura una rappresentanza territoriale. La soglia di sbarramento nazionale, invece, comporta per le forze politiche locali o di nuova formazione l’alta probabilità di non avere una rappresentanza parlamentare. Se oggi una forza politica che si oppone al ponte sullo Stretto avesse il 20% in Sicilia e Calabria, resterebbe comunque fuori dal Parlamento perché a livello nazionale starebbe sotto il 3%. Le soglie di sbarramento nazionali insieme all’obbligo di presentare liste in almeno la metà delle circoscrizioni comprimono la rappresentatività del Parlamento e le libertà politiche. Con queste norme la Lega non sarebbe entrata in Parlamento! Diverso sarebbe se la soglia di sbarramento fosse circoscrizionale o regionale.

È introdotto il premio di governabilità: trattandosi di un premio di governabilità e non di maggioranza, dovrebbe essere riconosciuto a chi ha totalizzato almeno il 50%+1 dei voti al fine di stabilizzare chi è già maggioranza e favorire la stabilità del governo (sentenza n. 35/2017 della Corte Cost. che introduce una distinzione netta tra premio di maggioranza e premio di governabilità). Assegnare un premio di governabilità a chi non ha i numeri per governare significa alterare la funzione delle elezioni in contrasto con gli articoli 70 e 94 della Costituzione: come può il Parlamento svolgere la funzione legislativa e di indirizzo politico se si crea artificiosamente una maggioranza parlamentare preordinata ad esprimere un governo? Si stravolge in radice il sistema costituzionale che prevede elezioni per rinnovare l’assemblea parlamentare e non per decidere chi deve governare. La compressione della rappresentatività del Parlamento diventa irragionevole e in ogni caso inidonea a garantire la stabilità di governo perché questa dipende esclusivamente dalla coesione della maggioranza di governo che potrebbe implodere in ogni momento. A ben vedere, a Costituzione vigente, nessun premio può garantire la stabilità del governo, non esistendo limiti al potere assoluto del Parlamento sulla vita del governo, e se implode la maggioranza, resta l’alterazione della rappresentatività del Parlamento. Inoltre, si determina un capovolgimento del sistema costituzionale basato sulla centralità del Parlamento e non dell’Esecutivo. L’elettore non vota più per scegliere i rappresentanti, ma per scegliere chi deve governare e questo non è compatibile con il sistema di governo parlamentare.

Arriviamo all’indicazione del Presidente del Consiglio: col melonellum questa indicazione è obbligatoria, perché chi non indica il candidato Presidente del Consiglio non parteciperà alle elezioni. Questa norma ha lo scopo di inculcare sempre più nell’elettore l’idea che sta votando per scegliere il governo. Vannacci, perché mai dovrebbe indicare un PdC prima del voto e non dopo sulla base dei risultati elettorali? E se il premio previsto dal melonellum non scatta, che senso ha quella indicazione obbligatoriamente data prima del voto? L’indicazione preventiva del Presidente del Consiglio è un espediente per introdurre surrettiziamente il premierato, in aperto contrasto con la Costituzione: le elezioni servono per scegliere i parlamentari. Se la finalità è assumere un impegno nei confronti degli elettori, che senso ha questo impegno che per previsione espressa della legge potrebbe essere destinato a non essere rispettato se nessuno prende il premio? O se dovesse scattare il premio, ma con un ribaltamento degli equilibri interni a una coalizione? Se il centro-destra si presentasse con Meloni candidata PdC, ma dal voto emergesse che FdI arretra sensibilmente e FI raddoppia i voti … continuerebbe a essere Meloni la candidata a PdC? La norma è irragionevole e ha lo scopo di dare agli elettori il messaggio che stanno votando per scegliere il governo e questo messaggio è apertamente in contrasto con la Costituzione.

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