La comunità ora ha un compito: non disperdere il suo patrimonio di fede e solidarietà.
Questo non è un ritratto moderato, ma la memoria di un prete che ha fatto del Vangelo qualcosa di concreto, scomodo, perfino rumoroso. Padre Carlo, per tutti semplicemente Carlo, è stato un uomo di fede e di passioni, capace di stare sull’altare e in mezzo alla strada, di parlare di Dio e di sporcarsi le mani con la sofferenza del mondo. Chi lo ha conosciuto gli deve qualcosa: un pasto, un letto, una parola, un rimprovero, un esempio. Questo articolo cerca di restituirne il ritratto, senza nascondere né difetti né virtù. Padre Carlo, per tutti Carlo, era quella persona che, oltre che prete, era troppo umano: con i suoi difetti e i suoi pregi, perché era sanguigno. Davanti ai fatti inumani che accadevano nel mondo non sapeva contenersi. Non rimaneva in silenzio nemmeno sull’altare, durante la Santa Messa. Non solo nell’omelia, ma in altri momenti della Funzione riprendeva e apriva le questioni inumane per far riflettere; la sua denuncia era impulsiva e non si fermava alle solite parole di rito del messale.
Potevano essere questioni internazionali — come l’ultimo che sta avvenendo a Gaza che lui non esitava a chiamare genocidio — oppure drammi e sofferenze personali di persone vicine. In questo modo la Messa durava almeno un’ora, a volte di più. Ma non poteva fermare quel suo desiderio perenne di giustizia e di solidarietà cristiana, sempre presente.
Quasi sempre, nella celebrazione eucaristica, non mancavano le frasi a mo’ di scherzo: perché ad accogliere l’ostia, il Corpo di Cristo, non si può andare a capo chino e con il volto sofferente. Si riceve il Signore, non un veleno; non è un sacrificio, ma un dono. Sempre chiedeva ampia partecipazione nella celebrazione. Chiamando anche per nome, chiedeva a chiunque cosa avesse capito, cosa pensasse.
![]()
Era un uomo-prete differente. Lo sapevano la sua comunità parrocchiale e i tanti ospiti stranieri che alloggiavano e hanno alloggiato in parrocchia. Poteva vantarsi che l’intero mondo dei diseredati fosse passato da lì, e mai nessuno era stato buttato fuori. Persone provenienti da quasi tutti i luoghi dell’Africa, dell’Asia e non solo.
Come Gesù, non disdegnava lauti pasti e la compagnia di tante persone di varie religioni, verso cui aveva grande rispetto. Lo stesso valeva per tutte le confessioni in cui nei secoli si è diviso il cattolicesimo. Tutti erano di casa nella sua parrocchia. Non era difficile incontrare stranieri che, giunti a Siracusa, avevano saputo che esisteva un punto di riferimento sicuro nella sua parrocchia.
A volte si era in tanti? Non esistevano problemi: si mangiava e si dormiva in chiesa. Era l’alloggio che la comunità, seguendo gli insegnamenti di Gesù, metteva a disposizione. Non era il semplice e unico tempio per i credenti dove celebrare i sacramenti. Così quella chiesa poteva diventare una sala di festa o altro, come il pranzo comunitario che si preparava per Natale, ma anche in altre occasioni dove i poveri della parrocchia avevano gli stessi posti dei facoltosi. Tutti venivano accolti e la provvidenza non faceva mai mancare nulla; anzi, come nel miracolo dei pani e dei pesci, rimaneva sempre del cibo.
La sua comunità parrocchiale gli deve tanto per l’insegnamento che impartiva alle catechesi. Anche lì emergeva il suo tipico carattere. Non faceva sconti a nessuno e a volte, proprio per questo, risultava scorbutico a chi non lo conosceva. Ma bastava prenderlo in altra maniera e tutto cambiava. È in questa maniera che fino all’ultimo istante ha vissuto nel suo caratteristico modo.
E alla fine il sacramento a cui andrà incontro: il funerale cristiano che è una celebrazione liturgica della chiesa che affida il defunto all’amore misericordioso di Dio e celebra la speranza nella vita eterna. Per un credente non è un addio, ma un arrivederci. Se tu credi nella vita eterna, l’anima non è “stata chiamata da Dio”, ma passata in un’altra dimensione senza l’ingombro del corpo. Non c’è da piangere, ma da accomiatarsi da parte di chi gli è stato vicino. Come si spera in Cristo e lo si celebra ogni giorno così si pensa felice Carlo uomo-prete reduce di tante battaglie ed ora entrato nella piena luce immortale.
Venite al mio rito senza dolore perché si celebra la speranza nella vita che ha sconfitto la morte. Questo avrebbe potuto dire Carlo, scomodo e generoso, pieno di vita e chiassoso.
Tutti quelli che l’hanno conosciuto gli devono qualcosa, piccola o grande che sia. Lascerà un grande vuoto, che non sarà facilmente colmato, specie in quella parrocchia dove tanti abitanti, credenti e no, non accettavano il suo fare, il suo essere “per i niuri”. Una sua espressione tante volte detta su ciò era: «Sono persone che vengono a scaldare le sedie, a chiedere un battesimo solo perché è un rito; poi si passa al vero momento, quello della festa».
Quell’uomo, prete differente, sarà difficilmente dimenticabile su questa terra. La sua comunità adesso ha un grande compito: quello di non disperdere il suo patrimonio di fede, la sua storia. È sicuro che attacchi da parte della restaurazione spunteranno: quella parrocchia scomoda e rumorosa piena di pregnante solidarietà cristiana è fuori dalla logica preconciliare che sta nascendo oggi. Ci riusciremo almeno in parte a tenere alzato quel vessillo? Un domani il coraggio nella fede lo testimonierà.

Commenti recenti