Non si fa politica a scuola, ci dicono, ma pare proprio si possa fare politica sulla scuola, soprattutto si fa propaganda. Sono cresciuta a Pane, Nutella e Costituzione e so cosa significa essere scuola e fare scuola: l’articolo 34 sancisce un principio universale, vale la pena ricordarlo, e cioè che la scuola è aperta a tutti.
Sono donna di scuola, ci sono cresciuta e ci sono rimasta, cambiando nel tempo solo prospettiva, al di qua e al di là dei banchi, mai al di là della porta, sempre aperta a tutti, perché la scuola è di tutti. Difficile tradurre questo principio in pratica, difficile oggi più che mai fare della scuola un luogo sereno, dove i confini si tracciano sulla carta geografica, ma tra i banchi si insegna a costruire ponti e rispettare la storia dei popoli, si tenta di fornire a tutti gli strumenti per migliorare la propria condizione di partenza, si accompagnano i ragazzi perché diventino cittadini rispettosi degli altri, della legge, della terra che ospita e degli esseri viventi che la abitano, aperti al mondo che è la casa di tutti e non appartiene a nessuno, tantomeno solo ad alcuni.
La classe non è né può essere un luogo settario e ogni genitore dovrebbe saperlo: tra i banchi la risata o il pianto di un bambino non hanno il colore della sua pelle, l’emozione o la paura di un esame non parlano un’altra lingua. In classe la matematica è logica argomentativa, non divisiva, i numeri non vengono usati per contare quanti sono gli stranieri che vi eccedono secondo una logica escludente piuttosto che accogliente, ma quanti siamo al mondo.
Abbiamo persino dimenticato di essere cristiani, anche chi si proclama tale pare averne perso il senso più profondo, se a ricordarci che la scuola è un luogo inclusivo deve essere proprio la Chiesa. E per chi una scuola non la governa, è forse difficile capire anche che patiamo un calo delle nascite tale che molte classi si formano in parte grazie agli stranieri, che in molti luoghi e quartieri gli ‘stranieri’ ci vivono da tempo e in altri no: cosa si fa, esodi di massa da una parte all’altra delle città, delle province, delle regioni? E se gli stranieri hanno gli occhi azzurri e i capelli biondi o vivono nei boschi, che si fa, si considerano nella conta? E nei piccoli centri, se questa agognata classe dove i bambini stranieri non devono superare il 30% non si riesce a formare, che si fa, si chiude quella porta, la stessa che dovrebbe restare sempre aperta?
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Più che di propaganda la scuola ha necessità di maggiori figure inclusive (docenti, mediatori linguistici) maggiori mezzi e maggiori risorse. La propaganda non fa i conti con la realtà, ma soprattutto la propaganda sulla pelle della scuola non si fa, si scontra persino con aspetti e norme che vengono taciuti e che rendono queste sortite irricevibili, da più punti di vista: organici, dimensionamento, famiglie, quartieri, e poi vite; vite, appunto, quelle di cui non si parla più, schiacciate dall’odio, che mai deve albergare tra i banchi di scuola, la stessa che ha sempre più difficoltà a dare il buon esempio, ad essere inclusiva se gli adulti alimentano una caccia al diverso, al nemico che non c’è, almeno non tra i banchi, coinvolgendo persino bambini e ragazzi. Come si fa ad educare alla tolleranza e all’inclusione se fuori è un continuo vomitare odio e paura, e se a farlo siamo proprio noi adulti?
Lasciate la scuola al suo compito educativo, lasciatela aperta a tutti senza percentuali, lasciate che almeno tra i banchi i nostri bambini e i nostri ragazzi imparino ad essere umani e solidali, ad essere uomini e donne, domani, con una testa ben fatta; e la testa ben fatta è quella che sa e sa essere cittadino, capace di riconoscere contraddizioni e problemi, ma fiducioso e consapevole di appartenere ad un’unica famiglia, il genere umano, dentro un mondo dove prova ad aprire porte e non a costruire barriere, proprio come fosse una grande Scuola, con la S maiuscola.

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