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ANCORA CICLISTI UCCISI IN STRADA. QUALI STRATEGIE NECESSITANO?

I numeri li conosciamo fin troppo bene. Le cronache ne sono piene, ogni giorno, con una regolarità spaventosa. Adele, il piccolo undicenne emiliano, Sara, Mirela. Nomi che non sono solo statistiche, ma vite spezzate, famiglie distrutte.

Nel 2024, 204 ciclisti uccisi, nel 2025, 222 ciclisti uccisi, nel 2026 fino a fine maggio 100 ciclisti uccisi. Le regioni del nord, sono quelle che statisticamente registrano più vittime, ma non perché al sud si sia più rispettosi, ma semplicemente perché il numero dei ciclisti, soprattutto urbani, è inferiore.

Ciclisti sportivi e ciclisti urbani. Madri, mariti, figli, amici, colleghi, persone che sono state uccise da una violenza stradale che non accenna a fermarsi. Le cause sono sempre le stesse e drammaticamente banali: l’alta velocità o la distrazione di chi guida guardando lo schermo di un cellulare anziché la strada, a seguire le infrazioni del codice della strada come sorpassi pericolosi e guida sotto effetto di droghe o alcolici.
Da ciclista, oggi, devo fare una confessione dolorosa: io ho paura.
Ho il terrore di praticare lo sport che amo. Quella che un tempo era considerata un’oasi di libertà, di fatica pulita e di contatto con la natura, si è trasformata in una roulette russa. La paura arriva alle spalle, tremo ogni volta che sento il rombo di un motore che da dietro si avvicina, sperando che chi sta al volante non stia mandando un messaggio sul cellulare.

L’incubo peggiore è quello che ti appare davanti: automobilisti incoscienti che per non attendere tre secondi, decidono di invadere la corsia opposta (la mia) per effettuare sorpassi folli. Ti ritrovi un muro di lamiera che ti punta a tutta velocità frontalmente, esattamente come è successo a Mirela. In quel momento non hai scampo, non hai margini di manovra, sei solo un bersaglio indifeso.
Di fronte a questa carneficina quotidiana, sorge spontanea una domanda: cosa fanno le istituzioni?

La risposta, nei fatti, è drammaticamente vicina al nulla.
Mentre sulle strade si consuma una strage, la politica sembra muoversi in una realtà parallela. Si discute di riforme del Codice della Strada che fino ad oggi non sono servite a nulla. Occorre un sistema di forte repressione del fenomeno. Adesso! Chi dice che la soluzione sia educare i bambini per il futuro, tratta solo una parte del problema rinviando l’emergenza che è OGGI e non può aspettare.

 

Secondo me di fronte al delirio di onnipotenza di chi guida in maniera irresponsabile, che sorpassa ovunque e comunque, occorre ben altro: Forze dell’Ordine ad ogni angolo della città, autovelox in tutte le strade a scorrimento veloce. Siamo in guerra, troppe vitteme, la decisione è necessaria oltre che opportuna. Abbiamo assistito alla guerra ideologica contro le “Città 30”, una misura che in tutta Europa salva vite umane, ma che in tante città italiane viene ostacolata in nome del “diritto a correre”, persino dalle istituzioni.
Le infrastrutture restano precarie e insicure. Manca il coraggio politico di fare una scelta radicale: mettere la vita e la tutela dell’utente fragile al centro della mobilità, prima della fluidità del traffico motorizzato.
Non possiamo più accettare che uscire in bicicletta (per andare al lavoro o a scuola, per sport o per passatempo) significhi rischiare la vita a ogni curva, falciati da dietro o travolti frontalmente. Non possiamo più tollerare le condoglianze di facciata delle istituzioni, a cui non seguono mai azioni concrete ed efficaci.

Noi ciclisti continueremo a pedalare, ma finché lo Stato non deciderà di fermare questa violenza, la strada rimarrà un bollettino di guerra.

Maria Grazia Cavarra, ciclista.

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