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Il vero test non è sui giovani, ma sulle istituzioni

C’è una domanda che per decenni è rimasta ai margini della politica pubblica italiana e che oggi, quasi improvvisamente, prova a reclamare un posto al centro del dibattito istituzionale: quando un’amministrazione prende una decisione, per chi lo sta facendo davvero? Per i cittadini di oggi o di domani?

La recente approvazione da parte della Giunta comunale di Siracusa delle Linee Guida ANCI per la Valutazione di Impatto Generazionale rappresenta, almeno sul piano teorico, uno dei passaggi più interessanti e innovativi degli ultimi anni nel rapporto tra pubblica amministrazione e nuove generazioni, infatti, dietro l’acronimo apparentemente tecnico di VIG si nasconde infatti un’idea molto più ambiziosa di quanto possa apparire a una prima lettura: sottoporre le politiche pubbliche a una sorta di “stress test generazionale”, chiedendosi preventivamente quali effetti produrranno sui giovani e sulle generazioni future. Non soltanto le politiche giovanili, ma tutte le politiche pubbliche, quindi dalla mobilità all’urbanistica, dall’accesso ai servizi agli investimenti infrastrutturali, ogni scelta amministrativa viene osservata attraverso una domanda diversa da quelle tradizionali: contribuirà a ridurre o ad aumentare il divario tra generazioni? Si tratta in realtà di una rivoluzione silenziosa che nasce in Europa e che trova una prima elaborazione nel lavoro del Comitato per la Valutazione dell’Impatto Generazionale istituito presso la Presidenza del Consiglio per essere successivamente tradotta da ANCI in uno strumento operativo per i Comuni. L’intuizione di fondo è semplice: ogni decisione pubblica produce conseguenze che non si distribuiscono in modo neutrale tra le generazioni – alcune scelte riducono gli ostacoli che i giovani incontrano lungo il percorso verso l’autonomia, altre li amplificano, altre ancora scaricano semplicemente sui cittadini di domani il costo delle decisioni assunte oggi. Per questo le Linee Guida distinguono tra misure generazionali, misure potenzialmente generazionali e perfino misure anti-generazionali, introducendo un lessico nuovo all’interno della programmazione amministrativa. Eppure è proprio in questo passaggio che emerge la prima grande contraddizione. Le VIG nascono per dare maggiore centralità ai giovani in un contesto nel quale il loro peso politico ed elettorale continua progressivamente a diminuire. In una società che invecchia, la politica tende inevitabilmente a rivolgersi a chi vota di più, a chi è numericamente più rappresentato e a chi riesce a incidere maggiormente sul consenso immediato. Le generazioni più giovani diventano spesso una categoria evocata nei programmi e nei discorsi pubblici ma raramente assunta come parametro strutturale delle decisioni e in un Paese che invecchia progressivamente, nel quale il peso elettorale delle fasce più anziane cresce mentre quello delle generazioni più giovani diminuisce, il rischio è che il processo decisionale finisca inconsapevolmente per privilegiare il breve periodo rispetto al lungo termine, la politica tende fisiologicamente a rispondere a chi vota oggi, molto più difficile è rappresentare gli interessi di chi vivrà le conseguenze delle decisioni pubbliche tra dieci, venti o trent’anni, ecco perché in questa prospettiva la VIG assume una funzione quasi costituzionale: introdurre all’interno delle istituzioni una forma di tutela indiretta delle generazioni future, riconoscendo che l’equità non si misura soltanto tra cittadini contemporanei ma anche tra cittadini appartenenti a tempi diversi.

La teoria quindi appare affascinante. Le Linee Guida propongono addirittura di misurare quella che definiscono “l’altezza del muro” che separa i giovani dalla vita adulta, identificando tre grandi soglie: l’accesso a una casa, l’accesso a un lavoro dignitoso e la possibilità di costruire una famiglia. Sono immagini potenti perché descrivono con precisione chirurgica il disagio di una generazione che spesso raggiunge queste tappe molto più tardi rispetto ai propri genitori, insomma, fenomeni che incidono direttamente sulla capacità di una comunità di riprodurre se stessa nel tempo e dove la questione generazionale smette di essere una questione giovanile e diventa una questione collettiva che riguarda la sostenibilità sociale, economica e persino demografica dei territori, tuttavia proprio questa consapevolezza conduce inevitabilmente alla dimensione pratica del problema. Il rischio, infatti, che accompagna ogni innovazione amministrativa è che essa venga progressivamente assorbita dalla macchina burocratica fino a trasformarsi in un adempimento formale. La storia della pubblica amministrazione italiana è costellata di strumenti teoricamente avanzatissimi che hanno finito per produrre montagne di documenti e pochissimi cambiamenti reali. La domanda che inevitabilmente si pone è allora un’altra: una valutazione può davvero modificare la realtà che descrive?

Siracusa, come molte città del Mezzogiorno, rappresenta in questo senso un laboratorio particolarmente interessante. Da anni il territorio convive con fenomeni strutturali che riguardano proprio le dinamiche generazionali: emigrazione giovanile, difficoltà di accesso al mercato del lavoro qualificato, bassi salari, spopolamento di competenze, fuga di laureati e progressivo invecchiamento della popolazione. Sono processi che non dipendono esclusivamente dalle scelte dell’amministrazione comunale, ma che inevitabilmente ne condizionano il futuro.

In questo scenario la VIG assume una dimensione quasi paradossale, da un lato si propone di misurare l’impatto delle politiche sui giovani, dall’altro fotografa una realtà nella quale il vero problema è spesso l’assenza stessa dei giovani, eppure, forse, la questione più radicale riguarda proprio il concetto stesso di programmazione pubblica. L’intero impianto della valutazione di impatto generazionale si fonda infatti su una premessa implicita: che sia possibile prevedere il futuro abbastanza da misurare oggi gli effetti delle decisioni che assumeremo. È una premessa ragionevole, ma sempre più fragile.

Le generazioni che oggi hanno vent’anni vivranno in un mondo profondamente diverso da quello immaginato dalle amministrazioni che oggi programmano interventi triennali o quinquennali. L’intelligenza artificiale sta ridefinendo il mercato del lavoro più rapidamente di quanto la legislazione riesca ad adattarsi; la trasformazione digitale modifica professioni, competenze e modelli economici con una velocità che rende spesso obsoleti gli strumenti di pianificazione tradizionali. In questo scenario il rischio non è soltanto quello di progettare politiche inefficaci, ma di continuare a misurare fenomeni appartenenti a un mondo che nel frattempo non esiste più. La vera domanda diventa allora un’altra: è sufficiente valutare l’impatto delle politiche sui giovani oppure occorre iniziare a valutare la capacità delle istituzioni di comprendere il futuro? Perché una politica può essere formalmente generazionale e risultare comunque irrilevante se costruita su categorie economiche, sociali e professionali che stanno rapidamente scomparendo, può essere perfettamente coerente con gli indicatori disponibili e allo stesso tempo incapace di intercettare le trasformazioni che stanno già ridefinendo la vita delle nuove generazioni e da questo punto di vista le VIG rischiano di trasformarsi in qualcosa di molto diverso da uno strumento di valutazione, potrebbero diventare un test involontario sulla capacità delle istituzioni di leggere la complessità. È (probabilmente) una prospettiva meno rassicurante di quella contenuta nelle Linee Guida perché sposta l’attenzione dal comportamento dei giovani a quello delle istituzioni e costringe ad ammettere che il principale divario generazionale potrebbe non essere quello che separa i giovani dagli adulti, ma quello che separa la realtà che cambia dagli strumenti utilizzati per interpretarla. In territori come Siracusa, poi questa riflessione assume un significato particolare. Le sfide che determineranno la qualità della vita delle prossime generazioni – digitalizzazione, accesso ai dati, automazione, nuove competenze, trasformazione dei servizi pubblici – non dipenderanno soltanto dalle risorse economiche disponibili, ma dalla capacità delle amministrazioni di comprendere fenomeni che spesso evolvono più rapidamente delle strutture chiamate a governarli e per questa ragione la domanda più interessante posta dalle VIG non riguarda i giovani, ma le istituzioni stesse. Quanto sono attrezzate per leggere il cambiamento? Quanto sono in grado di distinguere ciò che produce valore da ciò che produce soltanto attività? Quanto riescono a trasformare dati, informazioni e tecnologie in decisioni pubbliche consapevoli?

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