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Atossa in occhiali neri: se l’espediente moderno cancella l’universale

In un suo recente intervento l’amico Salvo Baio, su “la Civetta” dello scorso 18 giugno, ha spiegato i motivi di un certo disimpegno degli intellettuali sui temi a loro più congeniali e ha portato ad esempio le recenti rappresentazioni classiche gestite dall’INDA al Teatro Greco di Siracusa. Dice testualmente: “Penso alle rappresentazioni classiche e alla tendenza (che avanza) di mettere in scena al Teatro greco attori e attrici in tuta mimetica, in giacca e cravatta, hostess che servono bevande, la regina Atossa in pantaloni rossi e occhiali neri come una diva di Hollywood e (perché no?) personaggi in jeans che invocano col telefonino gli Dei. Per non parlare di alcuni registi che stravolgono la tragedia per adattarla al proprio estro, degno di migliore causa. I vari Mario Blancato, Paolo Fai, Paolo Madella, Roberto Fai dovrebbero insorgere per contrastare gli eccessi di questa tendenza modernista che stride con la sacralità della tragedia ateniese”.

Eccomi qua. Premetto che da qualche tempo non assisto più alle rappresentazioni classiche perché avverto un forte disagio nel vedere la tragedia greca trasformata in un fenomeno di richiamo popolare e di esibizionismo modernista, che stride con la storia e la grande cultura greca che ha prodotto tali alti e monumentali momenti di riflessione sia sull’esistenza degli uomini sia sulle grandi emozioni scaturite dalla vivida fantasia del popolo ateniese.

A mio modo di vedere, dopo avere spiegato per 40 anni la storia della tragedia greca, le rappresentazioni classiche dovrebbero avere come finalità non tanto quella di emozionare il pubblico con espedienti materiali, ma di coinvolgere gli spettatori per creare insieme paura e pietà. Non perché lo diceva Aristotele, ma perché oggettivamente questi due sentimenti sorgono spontanei per la precarietà dell’esistenza umana sottoposta ai casi più sorprendenti (basti pensare al mito di Edipo, al mito di Eracle, alle vicende di figli di Edipo, alle vicende troiane e agli eroi mitologici, che formano il substrato culturale da cui provengono).

Ma questo è possibile se viene spiegato anche il contesto storico e la vera funzione del teatro in Grecia, nella sua essenza di grandi messaggi ed insegnamenti, partendo da questo presupposto: la tragedia è un unicum nella storia mondiale perché essa non è assimilabile a nessun’altra forma di cultura civile e religiosa sorta nel Mediterraneo di quel periodo. Pertanto essa ha carattere universale e non può limitarsi a rappresentare fenomeni epidermici. La tragedia era una forma di educazione alla partecipazione democratica e all’espansione dell’economia mercantile, rappresenta il tessuto connettivo di un’intera civiltà. Pertanto, i suoi principi sono l’educazione delle masse marinaie e agricole dell’Attica del V secolo.

Quindi il contesto, in tale occasione, serve per comprendere anche contraddizioni profonde quali ad esempio la condizione della donna, che nella civilissima Atene non aveva nessun diritto, se non quello di fare ed educare bambini. Medea, Fedra, Deianira, Antigone, Ismene soffrono la loro condizione di segregate ma allo stesso tempo nessun poeta ha saputo descrivere come Euripide le vere condizioni della donna ateniese in tutti i risvolti psicologici e di follia.

La tragedia che ho in testa è questa. E faccio fatica a comprendere i giovani che con il cellulare parlano con i loro dei e a vedere Atossa, la potente regina dei Persiani, vestita da attrice moderna.

Penso semplicemente che avvicinarsi alla tragedia greca significhi vedere nella prospettiva storica, con le loro vesti, con le loro abitudini, con i loro difetti. Non c’è alcun motivo di modernizzarla dal punto di vista estetico perché l’insegnamento sotteso è sempre lo stesso, nel senso che la tragedia non offre mai soluzioni facili ma si limita a presentare una situazione di angoscia e dolore che, da quanto esiste l’uomo, è qualcosa di immutabile. Se voglio descrivere il Giappone feudale con i suoi samurai, non rappresento i giapponesi con giacca e cravatta; se voglio parlare di Roma imperiale, non penso a Nerone con i jeans. A chi serve questa modernizzazione? Chi impedisce al regista di dare un’interpretazione propria, personale, diversa di qualunque tragedia? Perché rivestire i nostri personaggi con espedienti moderni? Qual è la necessità?

Il linguaggio universale della tragedia sta proprio nella sua applicazione a qualunque periodo.

Sobrietà e aderenza al testo, mi sento di dire solo questo. Mi fa piacere che la mia ex alunna Anna Spadaro proprio in questi giorni faceva in un post per lo più le mie stesse osservazioni.

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