«Morire di naia. Non fu nonnismo ma violenza. E la CEDU riapre i casi»

La cifra dell’incontro alla libreria Neapolis, svoltosi per la presentazione del libro “Morire di naia” dei giornalisti Marta Silvestre e Andrea Turco, è stata l’emozione più profonda.

Annalisa Sansalone, ospite dell’evento, ha dato il via non senza difficoltà ai ricordi e alle storie di Tony Drago, Lele Scieri e gli altri giovani traditi dallo Stato protagonisti del libro, aprendo la strada alle riflessioni degli amici di Lele Scieri – Carlo Garozzo, Alessandra Furnari, Federica Gallitto ed Emiliano Colomasi – che hanno avuto un ruolo fondamentale nel ristabilire, insieme all’on. Sofia Amodio, la verità a distanza di anni dalla sua tragica morte.

Toccanti la testimonianza della madre di Tony Drago, che ancora attende giustizia, e le parole di Marta Silvestre che ha raccontato di essere rimasta per molti anni quasi emotivamente intrappolata nella rete di quei tragici fatti.

Emanuele Scieri, Tony Drago, Giovanni Cosca, Marco Mandolini e Riccardo Rasman, pur se con vicende personali diverse, rappresentano il paradigma di quale sia stato, nel nostro recente passato, il clima nelle caserme d’Italia, tra i ranghi militari: un vero e proprio sistema, perché come hanno evidenziato un po’ tutti i presenti non di semplice ‘nonnismo’ occorre parlare – termine che porta a uno sguardo quasi indulgente e assolutorio –, bensì di rapporti basati sulla prevaricazione e, a volte, tragicamente sulla violenza, così come d’altra parte confermato dalla stessa Corte di Assise d’appello.

Si tratta di giovani che, come ha raccontato l’avv. Furnari sulla base delle testimonianze raccolte durante il processo Scieri, anche a distanza di anni portano su di sé i segni psicologici di quell’esperienza, nonostante qualcuno l’abbia prima subita e poi replicata quale rito necessario a formare una tempra forte e ‘maschia’. Ma la rievocazione di quei fatti, in particolare del caso di Emanuele che anche nelle scuole ha sempre suscitato tra gli studenti grande e partecipata attenzione favorendo la conoscenza di un fenomeno da sempre sottaciuto e coperto dai vertici militari, non è stato solo un omaggio alla memoria del giovane paracadutista e delle altre vittime, quanto piuttosto un monito e una strada da riprendere per dare la possibilità di giustizia a chi fino a questo momento non l’ha ottenuta.

Si tratta di un percorso possibile se è vero, come scritto dal GIP proprio in merito alla vicenda Scieri, che “dalla determinazione, dalla testarda ostinata volontà dei parenti e degli amici”, dalla società civile, è arrivata la spinta necessaria per riaprire il caso in assenza di nuove prove scientifiche o strumenti tecnologici inediti e così soffiare via la polvere con cui molti hanno cercato di seppellire la verità, contro lo scetticismo di chi pensava che sarebbe stato del tutto inutile.

Oggi, questo medesimo percorso viene replicato e si intreccia strettamente con la storia di Tony Drago, il ventunenne siracusano trovato senza vita nella caserma Mario Sabatini di Roma nella notte tra il 5 e il 6 luglio 2014. Nell’immaginario di Sara, la mamma di Tony, i due giovani camminano insieme e “Morire di naia” può essere uno strumento fondamentale per mantenere accesi i riflettori.

Certo, come evidenziato dalla stessa Silvestre, non ci si trova nella medesima congiuntura politica favorevole che fece da contesto alla svolta del caso Scieri ma come allora, a distanza di oltre un decennio dalla morte di Tony, la formula per arrivare alla verità può ancora essere la pressione dell’opinione pubblica e l’attivazione di nuovi canali istituzionali.

Un punto di svolta e di non ritorno crediamo sia stato rappresentato dalla storica sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani del dicembre 2025 con cui i giudici di Strasburgo hanno condannato l’Italia per aver violato l’articolo 2 della Convenzione (diritto alla vita), evidenziando un’istruttoria nazionale incompleta, superficiale e priva di accertamenti essenziali, come autopsie complete o analisi forensi esaustive.

Di fatto, la sentenza della CEDU ha messo in dubbio le motivazioni di suicidio con cui il GIP del Tribunale di Roma ha archiviato il caso, denunciando i vuoti investigativi e le incongruenze nell’azione degli inquirenti italiani, e rilanciando con forza l’ipotesi dell’omicidio per nonnismo. Forte di questo pronunciamento internazionale il territorio ha risposto immediatamente e, su proposta del neo-costituito comitato “Verità e Giustizia per Tony Drago” presieduto dalla madre Rosaria Intranuovo, e grazie alla richiesta formale firmata da un gruppo trasversale di consiglieri comunali che hanno avvertito il dovere di far sentire la solidarietà di tutta la comunità a una famiglia che lotta indomita da anni, il 26 gennaio 2026 Palazzo Vermexio ha ospitato un Consiglio Comunale aperto. Un momento cruciale in cui la città si è stretta attorno alla famiglia per chiedere di squarciare il muro di gomma come hanno ricordato Sara Zappulla e Paolo Cavallaro presenti all’incontro di venerdì scorso. Un appello a un impegno collettivo raccolto dal deputato del Movimento 5 Stelle e questore della Camera, Filippo Scerra, che ha ufficialmente presentato la proposta di legge per istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte del giovane militare siracusano. Scerra, insistendo sulla necessità di un’unità politica trasversale e senza divisioni di parte su una vicenda così dolorosa, ha sottolineato che è preciso compito delle istituzioni ricostruire ogni aspetto della vicenda e dare giustizia alla famiglia. Se l’iter parlamentare andrà in porto, la Commissione (che si spera possa essere istituita nella prossima legislatura) avrà gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria – potendo quindi acquisire documenti, interrogare testimoni e perquisire ambienti – e punterà a chiarire non solo le cause dirette del decesso, ma anche eventuali omissioni, abusi o negligenze da parte di superiori o delle strutture militari.

La speranza è che davvero cambi qualcosa, che nessuna famiglia debba più combattere per vent’anni per vedere riconosciuto il diritto alla verità. E chissà che non si possa anche riaprire il caso del diciannovenne di Francofonte Salvatore Malgioglio di cui anni fa abbiamo raccontato la dolorosa vicenda.

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