Si può applicare la teoria della “trappola di Tucidide” alla competizione per la premiership nel campo largo tra Pd e M5S? Della “trappola di Tucidide” ha parlato Xi Jinping nel recente incontro a Pechino con Trump (il quale annuiva col capo come a dire conosco l’argomento) per ammonirlo sui pericoli che potrebbero derivare per l’umanità nel caso di conflitto tra gli USA, potenza dominante, e la Cina, seconda potenza ma in fase ascendente. Il precedente storico, raccontato da Tucidide, è la Guerra del Peloponneso del V secolo a.C. tra Atene (città dominante) e Sparta (città in ascesa) alla quale lui stesso partecipò. La “trappola di Tucidide”, espressione coniata dallo storico e politologo americano Graham Allison, autore di “The Thucydides trap”, scatta quando due potenze rivali entrano in conflitto l’una per difendere la propria supremazia e l’altra per contendergliela.
Torniamo all’interrogativo iniziale: alla luce dei recenti risultati elettorali e soprattutto a causa dell’incertezza sulla leadership del campo largo, è possibile in ipotesi che la “rivalità” tra Elly Schlein e Giuseppe Conte faccia scattare in qualche modo la “trappola di Tucidide”, destabilizzando o comunque paralizzando il campo largo?
E’ possibilissimo ed è per questo che le forze del campo largo devono al più presto sedersi intorno a un tavolo per scrivere un programma comune e concordare le modalità per scegliere il capo di governo in caso di vittoria.
In teoria esistono quattro soluzioni: 1) uno dei due fa un passo indietro; 2) si aspetta l’esito del voto per candidare alla premiership il capo del partito che ha preso più voti; 3) il campo largo designa di comune accordo un terzo nome; 4) le primarie. Una quinta soluzione potrebbe venire dalla modifica dell’attuale legge elettorale proposta dal centrodestra che, se approvata, introduce l’obbligo per ogni lista di indicare il nome del premier. In questo caso i partiti del centrosinistra, in mancanza di accordo unitario, anziché indicare un solo premier per tutta la coalizione, come farebbe sicuramente il centrodestra, indicherebbero ciascuno il proprio premier e in caso di vittoria diventerebbe capo del governo il premier indicato dal partito che ha preso più voti. Sarebbe una pessima soluzione di ripiego, che confermerebbe plasticamente le divisioni del campo largo e la sua incapacità di darsi una leadership condivisa.
Personalmente ritengo che la soluzione più lineare, nelle condizioni date, siano le primarie, sempreché si approvi prima il programma. La mia preferenza, ripeto nelle condizioni date, deriva da questa semplice considerazione: sulla compattezza del gruppo dirigente del M5S e sulla sua appartenenza al campo largo non ci sono dubbi. Quanto ai suoi elettori, per mobilitarsi devono essere convinti di giocare alla pari la partita della leadership e questa convinzione gli può venire solo dalle primarie in cui vince alla luce del sole chi prende più voti.
Le primarie sono divisive? No, se vengono fatte sulla base di regole condivise e rispettate. E’ vero che gli elettori dei 5 Stelle alle Amministrative vanno tradizionalmente in ordine sparso o non vanno a votare, ma alle Politiche è tutta un’altra storia.
Le primarie, se ben organizzate, possono scaldare gli elettori del centrosinistra e invogliare gli incerti e i “dormienti” a parteciparvi. Ma bisogna metterci passione, entusiasmo.
Ci siamo illusi che dalle elezioni amministrative sarebbe venuto il preavviso di sfratto per Giorgia Meloni, ma il risultato di Venezia e la tenuta complessiva del centrodestra ci dicono che la strada per vincere non è discesa.
Tra parentesi aggiungo che, a parte il pasticcio di Venezia, per il campo largo l’esito delle Amministrative, specialmente se al ballottaggio conquisterà anche Arezzo, non è stato affatto negativo, anche se l’analisi mediatica ha trasmesso la sensazione di un mutato clima politico rispetto al referendum.

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