Dopo lo scontro sulla giustizia, il Governo Meloni sta preparando, se non viene fermato per tempo, lo scontro sulla sanità. Nel mirino ci sono i medici di famiglia che hanno indetto per il prossimo 28 maggio una mobilitazione nazionale. A fare da detonatore della loro protesta è il disegno di legge delega presentato dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, col quale viene tra l’altro delineata la nuova figura del medico di base. Contro questa iniziativa legislativa, attualmente in discussione al Senato, si sono schierate le Regioni che giustamente lamentano il mancato confronto col governo prima della presentazione del disegno di riforma, del quale chiedono il ritiro. Le Regioni hanno inoltre dichiarato di essere pronte ad aprire, ma a bocce ferme, un dialogo costruttivo.
Sul piede di guerra, come si diceva, sono i medici di famiglia, rappresentati dalla Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), dal sindacato medici italiani (Smi), dalla Federazione medici territoriali (Fmt) e dal sindacato autonomo medici italiani (Snami). Chiedono una modifica radicale del disegno di delega, temendo, a ragione, che venga stravolto il loro ruolo e il rapporto fiduciario con gli assistiti. Il progetto di riforma del governo prevede infatti una loro integrazione nelle Case di comunità e la possibilità di trasformarli in dipendenti del Servizio sanitario.
Chi conosce la genesi della riforma sanitaria (legge 833 del 28 dicembre 1978) sa che il ruolo del medico di famiglia è fondamentale nell’articolazione del servizio sanitario, essendo il primo riferimento nel territorio dell’assistito del quale conosce la storia sanitaria, l’ambiente di vita e di lavoro. Egli è pertanto in grado di dargli le opportune indicazioni terapeutiche e gli eventuali consigli su ulteriori accertamenti specialistici. Berlinguer diceva che i medici di famiglia sono il crocevia dell’esperienza umana e sanitaria dei cittadini. Spezzare il rapporto di fiducia medico-assistiti penalizza il medico e l’assistito.
Durante la fase acuta del covid, gli amministratori e gli esperti di sanità furono concordi nel sostenere che bisognava potenziare il ruolo della medicina territoriale (medici dipendenti dalle aziende sanitarie e medici di famiglia), farne un filtro per arginare le epidemie. Voler mettere i medici di base dietro una scrivania mortificando la loro autonomia professionale è un’ulteriore picconata alla riforma sanitaria.
Con questo non si vuole disconoscere affatto il ruolo fondamentale svolto dai medici strutturati nei servizi delle aziende sanitarie. Essi, oltre a quelle cliniche, hanno funzioni diverse come la pianificazione e organizzazione delle strutture territoriali (ad esempio le Case di comunità) e dei servizi rivolti al cittadino (igiene degli ambienti di lavoro, vaccinazioni, accertamenti e autorizzazione di natura medico-legale, concessione di presidi per le persone con disabilità, riconoscimento dell’invalidità civile, eccetera).
Ma è un ruolo diverso da quello dei medici di famiglia. Gli uni e gli altri, pur nella diversità delle funzioni e della tipologia contrattuale, sono indispensabili per il buon funzionamento della sanità pubblica. Rompere un equilibrio che fin qui tutto sommato ha funzionato è insensato.
Quella dei medici di famiglia non è una battaglia a difesa di privilegi, ma la legittima rivendicazione di un’autonomia professionale finalizzata a salvaguardare il rapporto con il loro datore di lavoro: il paziente. Perciò va sostenuta da tutti noi.

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