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Lavoro e disabilità psichica: cosa cambia con la nuova legge siciliana

Quando il lavoro diventa strumento di cura: il convegno di Palermo

Il lavoro può essere cura. Non è una metafora: è quanto emerge con forza dal convegno “Lavoro e Disabilità Psichica: Dignità, Diritti e Inclusione”, tenutosi il 15 aprile 2026 nella Sala Piersanti Mattarella di Palazzo dei Normanni a Palermo. Un appuntamento promosso dall’On. Antonino De Luca, Presidente del Gruppo Parlamentare M5S dell’ARS e componente della Commissione “VI – Salute, Servizi Sociali e Sanitari”, e moderato dal giornalista Dario La Rosa.

Al tavolo dei relatori si sono seduti il Dott. Giuseppe Tango, Giudice del Lavoro al Tribunale di Palermo e Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, e il Prof. Massimiliano Marinelli, Ordinario di Diritto del Lavoro all’Università di Palermo. Sono intervenuti inoltre l’Assessore regionale alla Salute Daniela Faraoni, il Dott. Ettore Riccardo Foti (Dirigente Generale del Dipartimento Lavoro e ad interim del Dipartimento Famiglia), rappresentanti dell’Assemblea Regionale Siciliana e delle associazioni di famiglie e caregiver.

Il tema al centro è urgente: in Italia, tra le persone con disabilità psichica, solo una su otto riesce a trovare un’occupazione. In Sicilia la situazione è ancora più critica. Da questo convegno, però, emerge qualcosa di nuovo: una proposta normativa concreta, un emendamento già in discussione all’ARS, e una rete di istituzioni, famiglie e operatori pronti a lavorare insieme.

Lavoro e disabilità psichica: i numeri del problema in Sicilia

Prima di parlare di soluzioni, è necessario fare i conti con la realtà. L‘On. Giuseppe Laccoto, Presidente della Commissione “VI – Salute, Servizi Sociali e Sanitari” dell’ARS, ha aperto i lavori con dati precisi e senza eufemismi.

In Italia sono circa 2,9 milioni le persone con grave limitazione nelle attività quotidiane. Tra quelle con disabilità psichica, solo una su otto trova lavoro — e raramente stabile. Su circa un milione di persone iscritte al collocamento mirato, meno del 5% ottiene effettivamente un’occupazione, spesso precaria.

In Sicilia la situazione è più grave. Si contano oltre 14.000 persone con disabilità gravissime e un tasso di occupazione fermo intorno al 50%, ben sotto la media nazionale.

Secondo i dati forniti dal Dott. Foti, nella sola regione siciliana le persone iscritte al collocamento mirato sono circa 30.000, di cui circa 3.000 con un grado di disabilità pari al 100%.

Il nodo centrale è uno solo: il diritto al lavoro, per molte di queste persone, resta un diritto negato. Le norme esistono — a partire dalla Legge 68/1999 sul collocamento mirato — ma tra le norme e la loro applicazione concreta si apre un abisso.

Le aziende, come ha osservato con franchezza lo stesso On. De Luca, spessopreferiscono pagare sanzioni piuttosto che assumere persone con disabilità, e a maggior ragione persone con disabilità psichica.


Il quadro normativo: dalla Costituzione alla legge 68

Per comprendere la portata del dibattito, occorre partire dai fondamenti. Il Dott. Giuseppe Tango ha offerto una lettura costituzionale lucida e appassionata.

La nostra Costituzione, ha ricordato, non è solo attuale: è visionaria. Il termine “lavoro” compare già nell’articolo 1 — una scelta deliberata dei Padri costituenti, che intendevano il lavoro non come semplice attività economica, ma come strumento di dignità e partecipazione sociale. Torna nell’articolo 4 e attraversa l’intero corpus degli articoli dal 36 al 40.

Come ha sottolineato il Dott. Tango citando il costituzionalista Giovanni Maria Flick, “la dignità deriva dalla libera scelta di un’occupazione adeguata e dal dovere di contribuire al benessere di tutti”.

L’articolo 38, comma 3, garantisce specificamente agli inabili e ai minorati il diritto all’educazione e all’avviamento professionale. È la base giuridica del collocamento obbligatorio prima, e del collocamento mirato poi.

Il Prof. Marinelli ha ripercorso l’evoluzione legislativa: dalla Legge 482/1968 — che introduceva un modello vincolistico puro, senza alcun supporto per l’integrazione — fino alla Legge 68/1999, che per la prima volta ha esplicitamente incluso le persone con disabilità psichica e ha introdotto il principio del collocamento mirato, cioè calibrato sulle residue capacità lavorative del singolo e sull’adeguatezza del contesto lavorativo.

Non è stato un percorso lineare: fino a una sentenza della Corte Costituzionale del 1990, le persone con disabilità psichica non erano nemmeno formalmente riconosciute come aventi diritto al collocamento obbligatorio. Un ritardo storico che dice molto sullo stigma profondo che circonda questi disturbi.


Gli accomodamenti ragionevoli: un diritto spesso ignorato

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dal convegno riguarda il concetto di accomodamenti ragionevoli, introdotto dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e recepito nell’ordinamento italiano attraverso il D.Lgs. 216/2003 e l‘art. 5-bis della Legge 104/1992 (introdotto dalla riforma del 2024).

Il principio è semplice ma rivoluzionario: non è la persona con disabilità che deve adattarsi al contesto lavorativo, ma è il contesto lavorativo che deve adattarsi per accoglierla.

Orari flessibili, redistribuzione dei compiti, attrezzature adeguate, ambienti accessibili: questi sono gli strumenti con cui il datore di lavoro — pubblico o privato — è tenuto a garantire un’inclusione reale, non formale.

Il Prof. Marinelli ha chiarito che questo obbligo non è discrezionale: il giudice può valutare ex post se il datore di lavoro abbia adottato gli accomodamenti ragionevoli necessari. L’unico limite è la proporzionalità dell’onere rispetto alle dimensioni e alle caratteristiche dell’impresa — e tale onere si riduce ulteriormente quando interviene un sostegno pubblico.


L’emendamento in discussione all’ARS: cosa prevede

L’On. Valentina ChinniciPresidente dell’Intergruppo Salute Mentale dell’ARS, ha ricordato che l’articolo sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità mentale è il frutto di tre anni di lavoro parlamentare trasversale, nato dalla pressione delle famiglie e delle associazioni.

Il giorno precedente, 14 aprile, nell’aula dell’ARS si era già tenuto un significativo dibattito: tre interventi — dell’On. Chinnici, dell’On. Schillaci e dell’On. De Luca — avevano anticipato i temi del convegno annunciando l’emendamento al disegno di legge regionale “Disposizioni in materia di lavoro, istruzione, turismo e spettacolo” (n. 1030/A Stralcio V/A).

Il convegno del 15 nasceva quindi in un momento politicamente preciso, a cavallo tra il dibattito parlamentare e la sua apertura alla società civile.


Il giorno prima: le dichiarazioni in Aula dell’ARS

Il 14 aprile, in sede di discussione generale del disegno di legge regionale “Disposizioni in materia di lavoro, istruzione, turismo e spettacolo” (n. 1030/A Stralcio V/A), tre parlamentari avevano preso la parola sul tema.

L’On. Chinnici aveva ricordato come la norma nascesse da quasi due anni di interlocuzione con le associazioni delle famiglie, sottolineando il richiamo all’articolo 3, comma 2 della Costituzione — quello che impone un’uguaglianza non solo formale ma sostanziale, capace di “rimuovere gli ostacoli”.

L’On. Schillaci aveva evidenziato il ritardo strutturale della Sicilia rispetto ad altre regioni e il lavoro avviato con la Confcommercio per abbattere le resistenze culturali delle imprese.

L’On. De Luca aveva infine annunciato l’emendamento, chiarendo la sua filosofia di fondo: il lavoro per una persona con disabilità psichica non è un adempimento burocratico né un’indennità alternativa, ma lo strumento attraverso cui si sviluppa la personalità, si riduce la dipendenza farmacologica e si realizza l’inclusione sociale.
Parole che il giorno dopo avrebbero trovato conferma e approfondimento negli interventi di magistrati, accademici e famiglie.


I contenuti dell’emendamento

Il cuore della proposta: riservare il 15% della quota di riserva prevista dalla Legge 68 — quella già destinata alle persone con disabilità — specificamente alle persone con disabilità psichica, negli enti pubblici con più di 50 dipendenti.

Ma l’emendamento non si ferma al numero. Prevede anche:

  • L’attivazione obbligatoria di convenzioni tra i Dipartimenti di Salute Mentale delle ASP e i centri per l’impiego, con elaborazione di un programma di inserimento lavorativo personalizzato per ciascun soggetto.
  • La figura del tutor specializzato, presente durante le fasi di inserimento e integrazione. Non un accompagnatore generico: un professionista formato sulle specifiche caratteristiche del disagio psichico.
  • La pubblicazione dei prospetti dei posti disponibili sui siti istituzionali, con aggiornamento semestrale.
  • Elenchi dedicati delle persone con disabilità psichica iscritte ai centri per l’impiego, aggiornati ogni due mesi.
  • Sanzioni per gli enti inadempienti — elemento aggiunto su suggerimento del Dott. Foti durante il convegno stesso, per evitare che la norma resti lettera morta come accaduto in passato.

Come ha spiegato lo stesso On. De Luca, il principio guida è che il lavoro, nella disabilità psichica, non è “mettere qualcuno da qualche parte”. È scegliere il lavoro giusto per quella persona, e preparare il contesto giusto per accoglierla. Fallire questo passaggio significa non solo non aiutare, ma spesso fare danno.


Famiglie, associazioni e la voce di chi vive il problema ogni giorno

Nessuna norma vale qualcosa senza il contributo di chi la vive sulla propria pelle.

Tra le voci più incisive del convegno, quella della Dott.ssa Maria Assenza Parisi, Vice Presidente di A.Fa.Di.Psi. (Associazione Familiari Disagio Psichico), che ha raccontato l’esperienza diretta di tre inserimenti lavorativi avviati grazie al lavoro di sensibilizzazione dell’associazione.

Il bilancio è istruttivo: le difficoltà non sono venute dai lavoratori con disabilità psichica, ma dalle aziende che non sapevano come gestire la relazione. “La disabilità fisica non devi conoscerla,” ha detto con chiarezza. “La disabilità psichica la devi conoscere.”

Questo ha portato l’associazione a chiedere — e a ottenere — l’inserimento nell’emendamento della figura del job coach, già operativa in regioni come Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana. In queste realtà, il coach supporta sia il lavoratore che l’azienda durante tutto il percorso di inserimento, prevenendo i fallimenti che si verificano nelle prime fasi.

Vincenzo Ciaravino, Vice Presidente di Meravigliosamente ODV Palermo, ha ricordato anni di battaglie per far applicare sentenze già esistenti — e l’assurdità di un sistema in cui a volte è necessario un intervento legislativo per far rispettare pronunce giudiziarie definitive.
Ha anche sollevato un tema concreto: esistono circa 12 milioni di euro di sanzioni accumulate in decenni di mancate assunzioni da parte delle aziende, risorse che potrebbero essere destinate a sostenere le imprese disponibili ad assumere persone con disabilità psichica.


Il lavoro come terapia: cosa dice la scienza

Che il lavoro abbia una funzione terapeutica non è solo intuizione: è quanto afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Diverse ricerche confermano che l’inclusione lavorativa riduce il ricorso ai servizi di salute mentale e migliora in modo significativo la qualità della vita.

L’Assessore Faraoni ha portato a supporto un’esperienza concreta: durante la sua direzione dell’ASP di Palermo, fu avviato un progetto di inserimento lavorativo per persone con disagio psichico, finanziato con fondi del Piano Sanitario Nazionale. Il risultato: l’80% dei partecipanti ha ridotto significativamente il ricorso ai Centri di Salute Mentale, e oltre il 20% ha trovato un’occupazione stabile nelle aziende dove era stato inserito.

Numeri che hanno una implicazione pratica immediata: l’investimento nell’inserimento lavorativo non è solo eticamente giusto, ma economicamente sostenibileMeno ricoveri, meno farmaci, meno accessi ai pronto soccorso.
Un risparmio reale per il sistema sanitario regionale.

Il metodo IPS (Individual Placement and Support), già applicato con successo nel Comune di Bologna e in diverse esperienze europee, rappresenta secondo l’On. Schillaci la frontiera più avanzata: considera il lavoro non come fase finale di una riabilitazione, ma come parte integrante del percorso terapeutico fin dall’inizio. Un approccio che la Sicilia potrebbe adottare, costruendo sulle convenzioni previste dall’emendamento.


Conclusione: tre punti da portare a casa

Il convegno del 15 aprile ha tracciato un percorso chiaro. Tre sono i punti essenziali:

1. Il lavoro è cura. Non un’opzione aggiuntiva, non un bonus. Per le persone con disabilità psichica, un inserimento lavorativo ben costruito riduce i sintomi, diminuisce il ricorso ai farmaci e migliora la qualità della vita. Lo dice l’OMS, lo confermano le esperienze siciliane già realizzate.

2. Le norme ci sono già — ma non bastano. La Legge 68/1999 prevede strumenti validi: convenzioni, collocamento mirato, accomodamenti ragionevoli. Il problema è l’attuazione. L’emendamento all’esame dell’ARS prova a colmare questo gap con obblighi precisi, percentuali vincolanti e sanzioni.

3. Serve una rete, non un singolo attore. DSM delle ASP, centri per l’impiego, associazioni di categoria, famiglie, tutor specializzati: l’inserimento lavorativo funziona solo quando tutti i soggetti collaborano attivamente. La norma può creare le condizioni; la cultura deve seguire.


Per approfondire gli aspetti tecnici e giuridici, le domande più frequenti sono raccolte nelle FAQ qui sotto.

per ascoltare direttamente le voci dei protagonisti di questa giornata, il video integrale del convegno è disponibile in fondo alla pagina: vale la pena guardarlo, perché nessun riassunto può restituire la forza di chi parla per esperienza diretta.

 

Fonte: “Lavoro e disabilità psichica in Sicilia” – Salute Mentale Sicilia (https://www.salutementalesicilia.it/lavoro-disabilita-psichica-sicilia)

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