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Leonardo Sciascia: tra Illuminismo e pessimismo metafisico

Nel 2001, per l’editore Donzelli, Sara Gentile, a quel tempo docente ordinaria di Scienza politica e Analisi del linguaggio politico all’Università di Catania e, nel corso degli anni, anche Professeur invité a SciencesPo di Parigi, pubblicò un saggio molto originale sulla narrativa di Leonardo Sciascia; L’isola del potere. Metafore del dominio nel romanzo di Leonardo Sciascia. L’idea, ben riuscita, era quella di cogliere il fil rouge che attraversa e collega il cuore dell’intera narrativa del grande scrittore siciliano: senza alcun dubbio, una delle più grandi e più apprezzate figure letterarie del Novecento letterario italiano ed europeo.

Ricordo che, al Liceo Gargallo di Siracusa, come Collegio siciliano di Filosofia, insieme all’autrice, con Elio Cappuccio e il compianto prof. Paolo Greco, che del “Gargallo” era stato per anni Preside, pochi mesi dopo l’uscita del saggio organizzammo un riuscitissimo incontro di conversazione per presentare il suo saggio che costituiva una novità per il taglio ermeneutico che offriva sulla natura e sui caratteri della narrativa di Leonardo Sciascia.

A distanza di venti anni, nel 2021, Sara Gentile ha opportunamente riproposto questo saggio, pubblicandolo con l’editore catanese Bonanno. E attorno al suo libro converseremo martedì 14 aprile, alle ore 18,00, alla Libreria NeaPolis – v.le Teocrito 125 – di Siracusa. Oltre all’autrice, ne converseremo con Francesco Ortisi, già docente del Liceo Quintiliano, e Daniela Sessa, docente, critico letterario e collaboratrice di diverse riviste letterarie.

Provare a mettere a fuoco – per esaltarne la profonda valenza culturale –, non solo la vasta produzione narrativa di Leonardo Sciascia, ma anche la cifra plurale e raffinata del suo impegno saggistico, letterario, drammaturgico, politico, di critica sociale ecc., è un compito che va oltre la nostra portata e ci porterebbe fuori dalle finalità che ci proponiamo con questa nota. Il nostro compito è più modesto: provare ad offrire al lettore alcuni spunti che aiutino a cogliere quelle che Sara Gentile definisce le “metafore del dominio” che attraversano e scandiscono la narrativa di Sciascia, per offrire un’anticipazione per coloro che avranno il piacere di partecipare alla presentazione di martedì 14 aprile, in Libreria.

Se volessimo tentare – semplificando e azzardando al massimo –di individuare insieme quale sia lo “sfondo culturale” e la “tonalità etica” dentro cui si sia venuta animando e consolidando la personalità ed il pensiero di Leonardo Sciascia, riversandoli insieme nella sua scrittura, nei suoi romanzi, nelle sue opere, a noi pare che “Illuminismo” e “pessimismo” costituiscano le due vene fondamentali della sua formazione umana e letteraria. Da una parte, la ricerca inesausta della “Ragione” che lotta inesorabilmente per dare fondamento a sé stessa nell’abisso di un mondo magmatico ed infondato, mentre la trama oscura di un potere opaco alimenta la subordinazione degli umili e degli ultimi perpetuando l’eterna riproduzione di quel mix di familismo amorale e servitù volontaria: i due volti reattivi che sanciscono e assicurano l’intoccabilità del potere, pur nel variare della classe dirigente che lo detiene.

Peraltro, nello scrittore, la scelta chiara dell’assunzione del kantiano “principio regolativo” della Ragione si muove in parallelo a quella “tonalità etica” che lo forma e che inizia a manifestare lo sfondo ideale dell’autore – il “maestro” Leonardo Sciascia –, come si evince dai suoi primi racconti, dai suoi scritti e riflessioni sulla Sicilia e sulla sua realtà sociale. Una visibilità chiara che prende corpo nel romanzo del 1956, Le parrocchie di Regalpetra. Ben oltre l’esordio iniziale della vicenda storica del 1622 nel piccolo paese siciliano – “Regalpetra”, nome inventato, è in realtà Recalmuto, paese natale dello scrittore –, il cuore del racconto e il suo denominatore comune sono segnati dal periodo fascista, con la cronaca della vita nel paese, la povertà scolastica, la decadenza della nobiltà terriera, una borghesia che si arricchisce velocemente con i commerci, i paradossi delle fragilità e le ingiustizie della Sicilia. L’isola si mostra luogo archetipico di una condizione eterna, segnata da una distanza di potere che separa i ceti popolari dalle classi dirigenti, perpetuando senza soluzione di continuità una ingiustizia che appare metafisica, proprio perché immodificabile.

Come scriverà lo stesso Sciascia, in una prefazione, di qualche anno successiva alla prima uscita del romanzo: «Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione e di coloro che nella sconfitta furono personalmente travolti ed annientati».

Di lì in poi, l’intera narrativa dello scrittore acquisterà sempre più quel tratto più sofisticato e originale, scandito da una scrittura saggistica messa al servizio della narrativa, quale veicolo di trasmissione di una verità che sembra trovare spazio solo all’interno della letteratura. L’impianto e l’ordito narrativo dei suoi romanzi – da Il giorno della civetta a A ciascuno il suo, da Il contesto a Todo Modo, ecc. – è uno scavo incessante sul “Potere”, le sue forme, la sua insorgenza, le sue manifestazioni: quell’unico e impalpabile “oggetto” che da sempre anima e corrode le viscere umane. La sua “ossessione profonda”, una musa ispiratrice costante. E ciò, a prescindere dai “luoghi” e ambienti investigati. Certo, c’è spesso la Sicilia, come luogo – paradigma significativo ed emblematico –, ma, oltre ad una “antropologia determinata”, ciò che Sciascia mette a nudo è la fenomenologia del “potere”, sia esso politico, mafioso, economico, ecclesiastico, criminale, ecc., il protagonista è sempre “Uno”, inaccessibile nella sua opacità. 

Forse, un altro grande romanziere, Elias Canetti, Premio Nobel della Letteratura nel 1981, ci può offrire, per analogia, il “concetto” dentro cui inscrivere la concezione del “Potere” che è presente nell’opera sciasciana. Nel suo saggio più famoso e straordinario, “Massa e potere” (1960) – «l’opera di una vita», come scriverà lo scrittore bulgaro che lavorò al testo per circa 38 anni –, Canetti esprime questo concetto: «Il segreto abita il cuore interno del potere». Ciò rende il potere impenetrabile, ed è pertanto questa impenetrabilità a costituirne ed assicurarne il fondamento.

Leonardo Sciascia è stato senza alcun dubbio l’esempio più fulgido di “scrittore civile” della Letteratura italiana ed europea, che ha saputo innovare i “generi”, mescolandoli in un originale intreccio, andando oltre il classico “giallo” tradizionale. Non solo il suo stile, l’ordito narrativo, bensì anche la “finalità veritativa” dei romanzi di Sciascia sono altro rispetto a quei “gialli classici” della migliore narrativa europea – da Conan Doyle ad Agatha Christie, all’ingegnoso e raffinato Georges Simenon –, in cui prevale un impianto narrativo teso al disvelamento del crimine o del misfatto compiuto, oggetto dell’indagine, attraverso uno scavo sofisticato nell’intrico del “fatto”, sviscerando le personalità dei protagonisti, la loro psicologia, le pulsioni dei personaggi, per trovare grazie ad abilità logico-deduttive le ragioni di un crimine che scaturisce da dimensioni “private” – vendetta, eredità negate, gelosia, ecc. –, assicurando il colpevole alla giustizia.

Nei romanzi di Leonardo Sciascia l’indagine sul “misfatto”, i segni della sua scaturigine sono interamente inscritti dentro “un contesto”, al cui interno è necessario penetrare, per “illuminare” una scena omicidiaria o di intrighi e di misteri che appare via via legata a fili che conducono a luoghi di un Potere opaco e inaccessibile. Chi indaga – sia esso un ispettore o un privato cittadino –, seppur riesca a disvelare qualche episodio decisivo, non riesce a rendere visibile l’intero ordito della vicenda, a mostrare in trasparenza la scaturigine del fatto: la scena è costretta a fermarsi sul bordo di una verità solo intuita – al pari di quell’interdetto di Pier Paolo Pasolini: “Io so!” –, costretto a sostare al cospetto dell’impenetrabilità del Potere. Quest’ultimo è, in quanto tale, “osceno”, vale a dire fuori dalla “scena” in cui le cose – fatti, eventi, delitti, intrighi, ecc. – accadono inesorabilmente, mentre solo verità dimezzate possono affiorare.

Leonardo Sciascia ha lasciato in eredità a tutti noi questo dilemma: l’inesausta ricerca per far prevalere l’illuminismo della Ragione riuscirà a smascherare il potere, le sue lusinghe, le sue menzogne? Sappiamo che al compito etico di tale ricerca dobbiamo sempre corrispondere: anch’esso è un eterno “principio regolativo”. L’anno della morte dello scrittore – il 1989 – segna per tutti noi una data spartiacque. Qui, sospendiamo ogni riflessione. La domanda che ci si può porre è: «cosa avrebbe scritto e detto sul nostro tempo, Leonardo Sciascia?». 

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