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I beni confiscati e la città che deve ancora conoscerli

Sabato 28 marzo, nella penombra raccolta della libreria Neapolis, la discussione sui beni confiscati alla mafia non è sembrata, per una volta, un esercizio rituale di memoria civile, perché l’incontro – promosso da Michele Mangiafico (Civico 4) insieme a Roberto Disma e Sara Cozzi (Lamìa) – ha fatto emergere una domanda più silenziosa e forse più scomoda: cosa significa davvero restituire un bene alla collettività? Nella percezione comune, infatti, la confisca rappresenta il punto finale di un percorso di legalità, il momento in cui ciò che era stato sottratto alla società viene finalmente riportato dentro il perimetro pubblico, ma chiunque osservi con attenzione sa che quello non è affatto un punto di arrivo, è, semmai, l’inizio di una fase molto più complessa, in cui il bene confiscato deve essere conosciuto, tracciato, monitorato, destinato, riutilizzato.

Senza questa seconda fase, la confisca rischia di restare un atto giuridico più che una trasformazione urbana.

A quel punto il discorso smette di essere soltanto civile o simbolico e diventa inevitabilmente amministrativo e questo perché lo Stato di diritto non vive soltanto nelle norme che consentono la confisca dei beni alla criminalità organizzata, ma anche nella capacità delle istituzioni di rendere conoscibile ciò che amministrano e il nostro ordinamento non considera di certo la trasparenza una concessione ma una regola strutturale dell’azione pubblica dell’anticorruzione.

A riguardo la pubblicazione formale di documenti, spesso sotto forma di PDF isolati o elenchi non strutturati, non soddisfa più l’adempimento sostanziale di trasparenza e soprattutto non produce conoscenza amministrativa. È un nodo che ormai la dottrina amministrativa discute da anni: l’accessibilità reale delle informazioni pubbliche dipende dalla loro organizzazione, dalla loro interoperabilità e dalla loro aggiornabilità, non semplicemente dal fatto che siano presenti online e nel caso dei beni confiscati questo limite diventa particolarmente evidente perché non si tratta di un dato qualunque ma di un patrimonio pubblico che per sua natura dovrebbe essere monitorato nel tempo.

L’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata ha proprio tra i propri compiti quello di acquisire e analizzare i dati relativi a questi patrimoni per monitorarne consistenza, destinazione e utilizzo, mentre negli ultimi anni si sono sviluppate anche piattaforme civiche e progetti open data che consentono di conoscere quanti beni esistono, dove si trovano e come vengono riutilizzati, ma la presenza di questi strumenti rende ancora più evidente una responsabilità fondamentale delle amministrazioni locali: quella di organizzare i dati in modo aperto, interoperabile e aggiornato ed è proprio in questo vuoto che si colloca il lavoro di mappatura, culminato grazie a Roberto Disma e Sara Cozzi di Lamìà nella realizzazione di una mappa digitale che prova a ricomporre territorialmente i beni confiscati presenti in città. Il valore di questo lavoro tuttavia non sta soltanto nell’utilità pratica dello strumento, ma nel suo significato civico e amministrativo infatti mostrare in modo immediatamente leggibile ciò che l’amministrazione dovrebbe già rendere conoscibile ex ante attraverso dati pubblici ordinati, aggiornati e interoperabili significa supplire non solo a una mancanza informativa, ma alla natura stessa di quella mancanza, perché dimostra che un patrimonio pubblico così rilevante può essere restituito alla comprensione collettiva solo attraverso un paziente lavoro di ricostruzione esterna.

Il problema, infatti, non riguarda (oserei dire, come sempre) soltanto la disponibilità delle informazioni, ma la loro qualità amministrativa. Quando un comune pubblica dati in modo disordinato, con aggiornamenti irregolari o con elenchi non verificabili nel tempo, non produce soltanto opacità informativa: produce un vuoto di responsabilità amministrativa, perché il dato pubblico non è una semplice informazione, ma è una traccia verificabile dell’azione amministrativa e se non è aggiornato o non è confrontabile con altre fonti, diventa difficile capire cosa stia realmente accadendo. Così come nel caso dei beni confiscati questo significa non poter ricostruire con chiarezza quali immobili siano stati assegnati, quali siano ancora disponibili, quali siano inutilizzati o in attesa di destinazione.

L’interoperabilità consentirebbe infatti ai dati di dialogare con altre banche dati pubbliche, permettendo di verificare coerenze e incongruenze e l’aggiornamento costante rende il dato uno strumento di governo, non più una fotografia occasionale.

Se si osservano poi alcune esperienze amministrative più avanzate, emerge con chiarezza come dovrebbe funzionare un sistema informativo di questo tipo. Alcuni comuni italiani – tra cui Milano – hanno scelto di pubblicare i beni confiscati non come un elenco burocratico ma come un dataset strutturato e facilmente consultabile: ogni immobile è identificato, geolocalizzato, accompagnato da informazioni sulla destinazione, sullo stato amministrativo, sul soggetto assegnatario e sull’utilizzo effettivo. Non è soltanto un archivio documentale ma una vera infrastruttura conoscitiva. Il cittadino non deve ricostruire le informazioni cercando tra atti diversi: trova i dati organizzati, aggiornati e leggibili. Può capire quanti beni esistono, dove si trovano, a quale finalità sono destinati e come vengono utilizzati. Questo passaggio non è un dettaglio tecnico ma cambia profondamente il modo in cui una città governa il proprio patrimonio. Ed è qui che la riflessione torna al punto di partenza emerso alla libreria Neapolis.

La confisca non è quindi soltanto una misura di legalità ma è una trasformazione amministrativa del territorio: un immobile sottratto alla criminalità organizzata entra nel patrimonio pubblico e diventa una risorsa della città, tuttavia, affinché quella risorsa produca effetti reali, deve essere prima di tutto conosciuta, tracciata, monitorata. In Italia esistono decine di migliaia di beni confiscati, molti dei quali destinati a finalità sociali e istituzionali, questo patrimonio rappresenta una straordinaria occasione di rigenerazione urbana, ma la sua efficacia dipende dalla qualità delle informazioni che lo descrivono e dalla capacità delle amministrazioni di mantenerle aggiornate. Ed è questo passaggio che rende possibile il secondo livello della discussione, quello che riguarda il riuso sociale dei beni confiscati: quali immobili sono realmente disponibili? Quali richiedono interventi di recupero? Quali sono già assegnati e con quali risultati? Senza queste informazioni ogni progetto di riutilizzo rischia di muoversi dentro una conoscenza parziale e quindi fragile.

In una città come Siracusa questa questione potrebbe avere implicazioni molto più profonde di quanto si immagini. I beni confiscati non sono soltanto immobili recuperati alla legalità: si tratta di spazi urbani che possono diventare luoghi di produzione sociale e di opportunità, se fossero conosciuti e monitorati attraverso un sistema informativo pubblico aperto e aggiornato, potrebbero essere inseriti dentro una strategia di sviluppo molto più ampia. Alcuni potrebbero ospitare attività associative, altri diventare luoghi di formazione professionale, altri ancora spazi dedicati alla cittadinanza digitale, alla costruzione di competenze tecnologiche o alla sperimentazione civica. In una città di dimensioni medie, dove spesso il problema non è l’assenza di idee ma la mancanza di luoghi in cui svilupparle, questi spazi potrebbero funzionare come infrastrutture sociali permanenti.

Un bene confiscato destinato a laboratorio di alfabetizzazione digitale, ad esempio, potrebbe contribuire a colmare il divario di competenze che spesso separa i giovani dalle opportunità offerte dall’economia dei dati. Un altro potrebbe diventare un luogo di coworking civico capace di ospitare professionisti, associazioni e iniziative di innovazione sociale. Un altro ancora potrebbe essere dedicato alla formazione civica o alla progettazione culturale, mostrando concretamente come un patrimonio sottratto alla criminalità possa trasformarsi in uno spazio generativo per la comunità.

In questo senso il riuso sociale dei beni confiscati non dovrebbe essere pensato soltanto come gesto simbolico o testimoniale, ma come una vera politica urbana. In territori di dimensioni limitate, dove le opportunità economiche e formative non sono sempre diffuse, la disponibilità di spazi pubblici rigenerati può diventare una leva significativa per creare nuove reti sociali, attrarre progettualità e costruire occasioni di crescita collettiva, ma perché questo accada è necessario un passaggio preliminare molto concreto: conoscere davvero il patrimonio che si possiede, organizzare i dati in modo aperto e aggiornarli con continuità ed è forse proprio questo il significato più interessante della riflessione emersa alla libreria Neapolis. Restituire un bene alla collettività non significa soltanto sottrarlo alla criminalità organizzata. Significa renderlo visibile, tracciabile e comprensibile dentro il sistema informativo della città (circostanza evidentemente non semplice in una città amministrata come la nostra), ma perché una comunità possa trasformare i propri spazi in opportunità deve prima di tutto conoscerli.

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