Si è tenuto il giorno 18 un pomeriggio di dibattito nella sede della Cgil Borgata. Il tema, molto sentito, è stato sulle droghe, in particolare la cannabis: “L’incontro serve per aumentare la consapevolezza e ridurre il danno – ha esordito il segretario della Cgil Borgata Alessandro Acquaviva –. La Cgil si occupa anche di questo e di altri aspetti sociali perché non è soltanto l’organizzazione dei lavoratori e pensionati, ma anche il sindacato dei cittadini”.
A Siracusa, il fenomeno dello spaccio di droga è davvero presente, ormai soprattutto tra i giovanissimi, sia come consumatori sia come spacciatori coinvolti in attività illegali. Le cronache locali dipingono l’immagine di una città in cui lo spaccio è spesso gestito da organizzazioni criminali strutturate e diffuso, oltre che negli ambienti giovanili, proprio nelle scuole. Difatti le forze dell’ordine hanno rafforzato il progetto “Scuole Sicure”.
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Questo incontro ha riunito pazienti, medici, farmacisti e l’avv. Totò Spallino per fare chiarezza sull’uso terapeutico della cannabis. L’incontro ha messo in luce una realtà complessa e in evoluzione: quella di una pianta che, sebbene ancora circondata da ostacoli burocratici e pregiudizi culturali, sta dimostrando di poter offrire un valido supporto in numerose patologie. Significato è stato l’apporto di Alessandro Raudino che ha esposto la sua diretta esperienza da paziente con sclerosi multipla che è passato dall’aiuto farmacologico esistente, molto doloroso e con scarsi risultati, a quello con la cannabis. Il suo percorso esperienziale verso la cannabis terapeutica è iniziato dalla diagnosi della sua malattia nel 2015 Poi la decisione di interrompere iniziando un nuovo capitolo, basato su questo approccio totalmente diverso, seguito da un cambiamento radicale nello stile di vita e nell’alimentazione, con l’aggiunta della cannabis.
«La cannabis c’è sempre stata presentata come una pianta del demonio. Invece ha migliaia di benefici. Vanno dal curare le persone al bonificare suoli inquinati dall’uomo e persino come materiale da costruzione per le case». Ha concluso Raudino.
A seguire, l’intervento dell’avvocato Totò Spallino che ha spostato il focus sugli aspetti giuridici. Nel suo intervento ha ribadito le criticità delle ultime scelte del governo, definite «molto chiuse e dannose», con un inasprimento delle sanzioni che rischia di colpire ulteriormente i pazienti confondendo l’uso terapeutico con quello ricreativo. Il dibattito si è poi arricchito con la prospettiva del dott. Pier Mario Nicolò, infettivologo, che ha portato l’attenzione sul tema delle dipendenze e sul ruolo dei SERT.
«Molti pazienti del SERT sono spesso dipendenti da droghe ben più pesanti, come cocaina ed eroina. Si potrebbe andare in loro aiuto suggerendo che una parte dei pazienti in terapia con metadone faccia un diverso percorso passando attraverso “sostanze sane” come la cannabis».
Comunque il vero nodo rimane la qualità e la purezza della cannabis, specialmente per i giovani. Il pericolo, paradossalmente, è che la cannabis “pura” venga additata come “porta d’ingresso” verso altre droghe. Il giovane che si avvicina alla sostanza per curiosità si rivolge allo spacciatore, da cui non trova cannabis, ma erba inquinata, là può esserci di tutto, dalla cocaina in poi. L’ideale, per Nicolò, sarebbe un cambiamento culturale e legislativo.
La parte più tecnica e scientifica è stata affidata al dott. Giuseppe Minieco, farmacista, e alla dott.ssa Giovanna Pannuzzo, che nel laboratorio della sua farmacia lavora e prepara farmaci galenici anche quelli a base di cannabis.
“Dal 2013, da quando la cannabis è entrata in farmacia, noi ci siamo approcciati a questa pianta ormai definita medica”, ha esordito il dott. Minieco. “La cannabis ha indicazioni terapeutiche precise e riconosciute: dal dolore cronico alla spasticità nella sclerosi multipla, ma anche per patologie meno note come il glaucoma o l’anoressia. In questi anni abbiamo assistito a un cambiamento epocale. All’inizio c’era molta ignoranza da parte dei medici stessi, che non sapevano di poterla prescrivere. Oggi, grazie alla collaborazione tra medico e farmacista, si sono fatti passi da gigante. È stata sfatata l’equazione cannabis = spinello. Adesso si parla di preparazioni magistrali: capsule, oli, estratti”.
Nel suo intervento, la dott.ssa Pannuzzo, da autentica “chef” del laboratorio, è entrata nel dettaglio della sua esperienza: prima di questi due anni di lavoro, avevo tanti preconcetti. Oggi la mia conoscenza è completamente riconfigurata. La chimica della cannabis è estremamente complessa; vi sono oltre 550 composti, tra cui 112 fitocannabinoidi e 140 terpeni. I due principi attivi principali sono il THC (tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo), con azioni analgesiche, antinfiammatorie, ansiolitiche e antipsicotiche. Ma è fondamentale l'”effetto entourage”, la sinergia tra tutti i componenti, in particolare i terpeni (come l’alfa-pinene o il linalolo), che modulano e potenziano l’effetto terapeutico dell’intera pianta”.
La dottoressa ha poi spiegato le forme farmaceutiche preparate in laboratorio. Le infiorescenze, prima di essere utilizzate, devono essere decarbossilate (riscaldate) per attivare i principi attivi, che allo stato naturale sono in forma acida e non terapeuticamente significativi. Le principali vie di somministrazione sono due. La via orale è la forma preferita: l’estratto oleoso garantisce il massimo effetto terapeutico e permette di estrarre l’intero fitocomplesso, preservando cannabinoidi e terpeni. Tisane e decotti, invece, sono meno affidabili per il dosaggio. C’è poi la via inalatoria, che si basa sulla vaporizzazione con dispositivi medicali certificati. Questo metodo evita la combustione, riscaldando la pianta a temperature controllate (circa 200°C) e preservando i principi attivi, a differenza dello spinello classico che li distrugge.
Il messaggio che emerge con forza dagli interventi è chiaro: la cannabis è una pianta complessa e preziosa. Il suo uso terapeutico richiede conoscenza, professionalità e un cambiamento di prospettiva che la allontani definitivamente dallo stigma della “droga” per restituirle la dignità di farmaco. Nelle giuste forme e con il giusto supporto medico e farmaceutico, può rivelarsi uno strumento capace di migliorare concretamente la qualità della vita di molti pazienti.

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