È ancora in campo l’ipotesi di affidare a Matilde Di Giovanni la segreteria cittadina del Pd? A giudicare dalle voci che filtrano dal partito sembra che ci sia una presa d’atto della difficoltà a trovare sul suo nome il necessario consenso. Forse prima di far trapelare la proposta bisognava verificare la sua sostenibilità tenuto conto del gioco dei veti che inevitabilmente sarebbe scattato non per colpire la persona di Matilde Di Giovanni, le cui qualità umane e professionali non sono in discussione, ma per non squilibrare il rapporto tra le varie anime del partito. L’ipotesi Di Giovanni è stata infatti ufficiosamente avanzata da una parte dell’area che fa riferimento a Elly Schlein a cui appartengono il segretario provinciale Piergiorgio Gerratana e la presidente del partito, Renata Giunta. L’area Dem e la sinistra di Marziano, ora confluite nel correntone nato a Montepulciano, non potevano accettare di essere tagliate fuori da tutte le cariche che contano e hanno fatto sbarramento. Peraltro Bruno Marziano in un’intervista a Blog Sicilia non ha esitato ad esternare tutto il proprio risentimento per la violazione del “patto delle tre cariche”, che prevedeva l’eletto a segretario provinciale di Piergiorgio Gerratana, di Renata Giunta a presidente del partito e di Maria Grazia Ficara a segretaria cittadina. Mentre io, dice Marziano, sono stato leale e ho votato sia Gerratana che Giunta, voi invece avete tradito il patto quando è arrivato il turno di Ficara. Questa ferita, sembra di capire, per Marziano è ancora aperta e la si può rimarginare solo col rispetto, sia pure tardivo, del patto, magari con un nome diverso visto che Maria Grazia Ficara si è dignitosamente tirata fuori.
Questa vicenda è lo specchio fedele delle divisioni che attraversano l’area di maggioranza del Pd. Che a distanza di sei mesi dall’elezione, poi annullata, di Alessandro Dierna, il gruppo dirigente non riesca ad uscire dallo stallo e a trovare la convergenza su un altro nome per la segreteria cittadina è davvero incredibile. Spiace dover constatare la perdita di vigore politico del Pd, la precarietà del suo rapporto con i problemi del territorio. Inoltre l’assenza di discussione negli organismi dirigenti, che peraltro da tempo non vengono riuniti, sta privando il partito di quello slancio partecipativo che dovrebbe essere un suo tratto identitario.
La fine del lungo commissariamento del Pd doveva segnare il suo rilancio, invece a poco meno di un anno dal congresso provinciale si percepisce una sensazione di immobilismo.

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