Quando, ormai venticinque anni fa, la rassegna Lithos nasceva, credo che nemmeno l’ottimo Carlo Muratori, mente e “levatore” della manifestazione, avrebbe scommesso sulla lunga corsa di questa rassegna musicale e non solo.
Orgogliosamente fuori dal mainstream e dagli schemi, dalle sagre estive di paese, dal culturame, Lithos quest’anno raggiunge il traguardo delle nozze d’argento e diventa appunto LithoSilver.
Dal 𝟓 𝐚𝐥 𝟕 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟓, il piccolo ma pulsante cuore di Ferla batterà a tempo di musica, all’insegna del tema “𝐈𝐥 𝐓𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚”, lontano da quello omologato, standardizzato, parcellizzato, monetizzato.
Ecco i concerti previsti: 6 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞, tutti ospitati nella magica cornice della 𝐒𝐜𝐚𝐥𝐢𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐂𝐚𝐩𝐩𝐮𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢: 𝐸𝑢𝑔𝑒𝑛𝑖𝑜 𝐵𝑒𝑛𝑛𝑎𝑡𝑜 in concerto; 6 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞: serata corale “𝐼𝑙 𝑇𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎 – voci e suoni del Sud” con Pietro Romano e Nello Alessi, Luca Di Martino, Simona Di Gregorio, Carmen Marino, Loredana Vasta e lo stesso Carlo Muratori alla chitarra, Claudia Anastasi, Sandra Matanza, Luca Aletta, Francesco Emanuele, Archinuè, passando da un omaggio a Napoli e alla sua musica a quello dedicato a Rosa Balistreri, da Biancaneve alle donne di oggi; 7 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞: 𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑜 𝐶𝑎𝑠𝑡𝑟𝑖𝑔𝑛𝑎𝑛ò & 𝑇𝑎𝑟𝑎𝑛𝑡𝑎 𝑆𝑜𝑢𝑛𝑑𝑠.
Il progetto vede la conduzione della giornalista 𝐎𝐫𝐢𝐚𝐧𝐚 𝐕𝐞𝐥𝐥𝐚, il patrocinio è quello del 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐅𝐞𝐫𝐥𝐚 𝐞 𝐝ell’𝐀𝐬𝐬𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐀𝐮𝐭𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐞 𝐋𝐨𝐜𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐅𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐏𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚.
Venerdì 5 settembre alle 19, a inaugurare la tre giorni ferlese, presso il Centro Olistico si terrà la presentazione del libro di Michele Burgio “Il fumo e l’incenso”, edito da Bompiani.
A conversare con l’autore, la nostra Maria Lucia Riccioli.

Questa la sua recensione del romanzo.
La Sicilia letteraria postcamilleriana continua ad essere teatro di gialli e noir.
Così pure nel caso del romanzo “Il fumo e l’incenso”, edito da Bompiani.
Nella Vigàta dell’autore Michele Burgio, Serrapriola – ma sono inventati altri toponimi come Roccatimpa o Raccagnuto –, scompare Luca D’Avola, un ragazzo del gruppo de I megli.
L’incenso – la chiesa locale, nella persona dell’ex calciatore Padre Roberto Ramacca e delle immancabili beghine – e il fumo del compromesso, della collusione, della corruzione – Don Orazio Scuderi, il mafioso locale che in fondo protegge il figlio Gesualdo da se stesso – possono essere la risposta all’enigma della sua sparizione?
E la scomparsa del prezioso crocifisso del ‘700 che andava restaurato e restituito alla comunità è collegata a quella del ragazzo?
Sergio Vilardo, un tempo cronista d’assalto, coraggiosa penna antimafia e antistorture isolane in genere, adesso padre di famiglia e svogliato colonnista, viene suo malgrado coinvolto nella storia del crocifisso sparito prima e nell’inchiesta sul giovane Luca poi.
Non mancano le notazioni gastronomiche – le fave a coniglio, cartocci, treccine con lo zucchero, bucce di mela, minestrone con le fave, pane croccante, cipolle e olio, aceto e fagiolini, il tagano, la tuma, i cannoli e la ricotta… -, le comari da manuale, Nannina e Filomena, che videosorvegliano il paese e commentano fatti e misfatti, veri o inventati che siano; gli anziani che giocano un’eterna partita a carte, il calcio giocato e visto, anche dopo anni, su una scheda SD, il classico maresciallo di paese, il sostituto procuratore coi rovelli sul suo mestiere…
Leggere la storia di Luca e dei suoi amici vuol dire anche riflettere su cosa voglia dire essere ragazzi in Sicilia, dove i sogni finiscono in un chiarchiaro, le prospettive sono scarse e non si può campare con cinque euro al giorno – la vicenda di Castrenze, giovanissimo spacciatore dalla famiglia disastrata, è quella di un Malpelo del XXI secolo –, la vicinanza e l’appartenenza a certe “famiglie” uno stigma e una condanna.
La disillusione di Vilardo e del sostituto procuratore Ammirata è il riflesso di una certa stanchezza nella lotta alla mafia e nella sua narrazione? Della banalità del male?
Non solo. C’è un fondo di grande amarezza in questo romanzo. Le figure di riferimento sembrano andare in pezzi – ecclesiastici, politici, forze dell’ordine, imprenditori… – e con loro la speranza che le nuove generazioni possano trovare una loro strada grazie alla loro guida (c’è un dialogo sui centri di formazione professionale, una manciata di righe, in cui il verbo “futtiri” assume tutta la sua “significanza” metaforica e realistica insieme). E la Sicilia è davvero irredimibile? “…l’isola funzionava proprio come il continente, ma con quel tanto di farsa e di complicazioni che bisognava soltanto amministrare. Gli approdi accomodanti, alla fine, sono uguali per tutti ma mentre i milanesi tendono ad arrivare a destinazione per la via principale, ai siciliani piacciono le trazzere di campagna, i tornanti sulla costa, i pantani acquitrinosi”.
Il fumo quindi è forse quello delle speranze, oltre a quello delle canne, degli incendi puntuali come i monsoni, delle chiacchiere di paese, dell’ipocrisia? C’è il senso della perdita, di ciò che va in fumo con la morte: “nessuno sguardo lanciato oltre il sole che tramonta vale nulla. Perché la sorte è imprevedibile e crudele e sparpaglia i progetti, strappa via amici, amori…”.
Torna Sciascia, con la ricerca del vero – anche se qui il legame politica/ Chiesa deviata sembra molto più sfumato –, torna Camilleri, dicevamo (l’espressione “un piede leva e un altro metti” è così camilleriana da togliere il fiato, come rileggere chi non può più scrivere un rigo). Torna Tomasi di Lampedusa, e stranamente in un mafioso di campagna che è come un don Fabrizio contemplatore di stelle e Torna in filigrana anche Bufalino, con la luce e il lutto della Sicilia: “qualcuno ha detto che in Sicilia ci si ammazza solo d’estate: perché si smette di credere in Dio e sperare nel paradiso”. La calura come castigo, come condanna.
Eppure.
Eppure, ecco il tarlo.
Della coscienza, della ricerca di verità. Che rode rode rode e non dà pace: “Non aveva altra scelta: ascoltarlo, capire dove voleva andare a parare e finalmente schiacciarlo, una volta e per tutte”.
Forse è questo tarlo l’elemento salvifico (salvifico?) della storia, per Vilardo, per Luca e per “i megli”, per il paese tutto.
Come quello che rode il Crocifisso antico, il tarlo consuma, rosicchia. Ma rivela. Scopre. Schiude ciò che è nascosto dall’apparente consunzione. Solo però a chi ha il coraggio di portare il peso della verità, che è croce.
La lingua del libro è un italiano standard con incursioni nell’italiano regionale e popolare (“Cosa che per lui era come avere avuto promessa una notte di fuoco da una ventenne bellissima […]; “Strana sarebbe stata, la cosa”, et similia), le parole dialettali (pampine, buffe, Scarda, quella cane, scursunera…) e non mancano sia i giochi di parole che gli strafalcioni dovuti alla scarsa conoscenza dell’inglese da parte delle suddette comari, digiune anche di cose tecnologiche ma portatrici di una saggezza popolare nascosta sotto i modi da commedia.
Una storia godibile, perfetta per questo scampolo d’estate siciliana.


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