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I bivi di Edipo nella lectio di Stefano Bartezzaghi a Siracusa

Edipo è uno dei personaggi chiave non solo della classicità ma della cultura universale.

Suscettibile di una pluralità di interpretazioni, continua a vivere non solo nelle pagine delle tragedie greche e latine, ma soprattutto nelle rappresentazioni teatrali e negli innumerevoli studi che gli vengono dedicati.

Ne ha parlato il 24 giugno scorso il semiologo Stefano Bartezzaghi conversando – con l’ironia, l’amore per le parole e l’enigmistica che lo connotano – con Margherita Rubino in occasione dei dialoghi presso l’Orecchio di Dionisio, dal tema “Poeti greci antichi e scrittori di oggi”.

 

Edipo “piedi gonfi” (etimologicamente e realmente, per la foratura dei piedi subita da bambino, quando venne abbandonato per via dell’oracolo sul proprio destino, che puntualmente poi si sarebbe avverato) percorre un cammino per così dire “selvatico” contrapposto a quello “civile” di Teseo; diremmo che Edipo sperimenta una bestialità che paradossalmente lo fa penetrare nei misteri dell’umano con un passo peculiare, idiosincratico. Eppure sperimenta la regalità, quella stessa regalità che gli era stata negata e che gli giunge per vie traverse (tra-verse!): la sua è quindi una mostruosità umana e un’umanità mostruosa: zoppo e quindi condannato a percorrere le vie del mondo diagonalmente, trasversalmente, obliquamente, offre a noi una visione diversa, un punto di vista unico e “divergente” (divergere è deviare, etimologicamente camminare per un altro sentiero; pensiamo alla parola inglese detour), la sua linea ritorta che è come la sua stessa impronta.

Egli stesso, come nel famoso apologo sulla morte a Samarra o Samarcanda che dir si voglia, tentando di sfuggire al proprio destino (che in spagnolo è la destinazione) finisce per incontrarlo, anzi per incontrare il se stesso da cui è (in)consciamente fuggito, la verità negata. Pensiamo a racconti come “Sentinella” di Brown: de te fabula narratur e sei tu stesso l’oggetto degli oracoli e delle profezie. Lo straniamento di Edipo è in fondo il nostro ed è chiaro che Freud poté utilizzarlo per puntellare la sua teoria sulla psiche.

Le paretimologie o false etimologie tentavano di spiegare il nome di Edipo come colui che sa e che conosce; anche se errati, questi tentativi di spiegazione sono spie per comprendere che valore si attribuisse al personaggio: in questo caso, Edipo è colui il quale, lacanianamente, è il soggetto supposto sapere. A lui viene infatti attribuita la capacità di indagare, pre-vedere, in-tuire, conoscere (pensiamo al celeberrimo enigma della Sfinge, che, sconfitta, smette di vessare i Tebani: qui l’intelligenza umana di Edipo sconfigge la “matta bestialità” della Sfinge, ma in fondo Edipo partecipa di due nature).

Eppure anche Edipo è soggetto all’esitazione. Si ritrova infatti a un bivio – che in realtà è un trivio –, che è un concetto spaziale, mentre i bivi temporali (alla Sliding Doors) sono altra cosa (anche qui torna il Teseo-labirinto, dai bivi appunto spaziali, metafora dell’apollineo, opposto al Minotauro-mostro dionisiaco che però possiamo apparentare a Edipo, con le sue di-gressioni, de-viazioni, i suoi enigmi).

Il bivio-trivio si concettualizza nel paradosso, nella metafora, in quello che per lo zen è il kōan, il paradosso (“se incontri il Budda sulla tua strada, uccidilo”: meditare sul kōan del maestro è fondamentale per la crescita dell’allievo). Nel caso di Edipo abbiamo non solo il dubbio e la perplessità ma l’enigma come poesia da riconoscere oltre che come verità da scoprire. Il bivio-trivio (che paradossalmente non esiste, non essendo altro che la stessa strada interrotta o che si bi-triforca; pensiamo anche al crocevia, il crocicchio…) ha la forma di una forca, di una Y (che in inglese si pronuncia come why, perché?), ovvero una lambda rovesciata. Vertiginoso pensare che quella di Laio è la stirpe dei Labdacidi, appunto da Labdaco, che vuol dire “zoppo” ed è forse legato a “coltello”, quindi alla violenza; che l’esilio attraversi la stirpe come una punizione che scorre nel sangue, che la zoppìa sia legata tradizionalmente non solo all’ipersessualità (una delle “maledizioni” dei Labdacidi: Laio s’invaghisce di Crisippo e abusa di lui mentre è ospite di Pelope, violando così anche la sacralità della sua condizione di hospes) ma anche alla tirannide; che la stessa lettera λ sembri proprio zoppicante.

Che dire poi di Ercole, chiamato a scegliere (anche qui in un luogo appartato, alla biforcazione di due vie) tra Vizio e Virtù, sentieri diversi e diversamente allettanti? O del bivio/ Y di Manzoni? Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d’un ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: l’altra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte il muro non arrivava che all’anche del passeggiero. Don Abbondio, infatti, è chiamato a scegliere tra l’ignavia e il coraggio e sappiamo tutti quale sia stata la scelta di Ercole e quella del curato di Don Lisander.

L’enigma della Sfinge – che Edipo risolve, anche perché egli stesso vive la condizione di chi cammina con tre gambe e SA riconoscersi nell’animale mostruoso prospettato dall’indovinello – è basato sull’aristotelico precetto del “dire cose possibili unendo cose impossibili” ed Edipo lo risolve perché è il solutore ideale, il “risolvitore” modello, che riunisce in sé le (im)possibilità: essere figlio E fratello E marito E re ED esule E colpevole E innocente, cosa che sembra essere confermata dal secondo enigma risolto da Edipo, meno noto ma significativo, quello sulle sorelle che si danno vicendevolmente alla luce (il giorno e la notte, parole femminili entrambe in Greco: la generazione “ambigua”, doppia, lo status stesso di Edipo, è infatti la chiave del dramma del personaggio).

Quella di Edipo sembra tante storie (e tanti sono gli incipit, gli avvii dai quali potremmo partire per narrarla), ma è soprattutto la storia di una comunicazione interrotta – l’oracolo, le origini, l’abbandono, il ritrovamento, l’incesto/ parricidio, gli enigmi, la peste, la Sfinge… -: è come se, gaddianamente, de semine in semen si trasmettesse questa incomunicabilità nel “lento cammino delle generazioni” (“La cognizione del dolore” docet). L’elusione delle domande in primis, il “giallo” in cui investigatore, colpevole e punitore coincidono… tutto converge nel dramma di Edipo, che è ricerca di verità e dolore per averla scoperta.

Intrigante davvero, questa lectio di Bartezzaghi, che ha infine citato il suo amato Borges, cultore del labirinto, e la sua poesia Edipo y el enigma di cui azzardo una traduzione (quella del professore è più bella, cercatela).

Su quattro zampe all’alba, il giorno dritto
e con tre piedi per la sera errando
invano va, incostante fato scritto
che la sfinge eterna va contemplando,

questo è l’uomo, e a sera ne venne uno
che nello specchio atterrito conobbe
il suo declino e il destino da Giobbe
di quel mostro che è tutti e che è ognuno.

Siamo Edipo e in un modo e nodo eterno
la grande e triplice bestia d’inferno,
la nostra primavera e il nostro inverno.

Saremmo distrutti immediatamente
sapendo che siamo; pietosamente
Dio oblio concede e il moto sempiterno.

 

Ricordo anche l’uscita recentissima, per chi volesse cimentarsi in un enigma estivo, non pago di quelli de La Settimana Enigmistica, dell’ultimo libro di Bartezzaghi, “Bozze non corrette”. Non c’è la peste da sconfiggere ma il mondo è malato, Tebe è in fiamme come tutti i teatri di guerra e forse risolvere enigmi può sembrare un atto inutile, ma siamo tutti Edipo e abbiamo bisogno di verità, anche se solo una piccola e zoppa venisse dalla (divertente? sì, semplice? no, fidatevi) correzione di mille refusi.

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