Perché il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, tarda a nominare il nuovo sovrintendente artistico e culturale della Fondazione Inda?
Il motivo è politico ma prima di “svelarlo” va fatta una premessa.
A maggio dello scorso anno, il CdA dell’Inda pubblicò un avviso per la selezione del sovrintendente artistico, figura fondamentale per gli spettacoli classici. Dopo la scadenza del termine (ore 24 del 2 luglio 2024) e l’invio al ministro della Cultura della terna dei nomi scelti dal consiglio d’amministrazione tra i partecipanti all’avviso, sulla nomina del nuovo sovrintendente è caduto il silenzio.
Siamo a marzo del 2025, ma il nuovo sovrintendente non ha ancora un nome. O meglio, sembra che i nomi più accreditati siano due: quello di Giuseppe Acquaviva (Fondazione Teatro sociale di Camogli) e quello di Daniele Pillitteri (Casa della Musica Roma) di “orientamento politico diverso“. Questa circostanza farebbe tentennare il ministro Giuli che nel frattempo lascia l’Inda senza sovrintendente.
Anche per la stagione 2025, gli spettacoli classici non saranno curati dal sovrintendente artistico, ma dalla consigliera delegata, dottoressa Marina Valensise, che per il terzo anno consecutivo dovrà “sacrificarsi” a svolgere ad interim il ruolo di sovrintendente.
Gli ultimi due sovrintendenti, Antonio Calbi e Valeria Told, si sono infatti dimessi dall’incarico in quanto entrambi avevano difficoltà, non a loro imputabili, di rapporti con il consiglio di amministrazione. Di questo passo si rischia la “mattanza” dei sovrintendenti.
In tutti e due i casi, il CdA della Fondazione ha, come detto, attribuito ad interim le funzioni di sovrintendente alla consigliera delegata.
Per quanto necessitata, questa procedura ripropone il tema della riscrittura dello statuto che è fonte di confusione di ruoli e di sovrapposizione di competenze tra le due figure preminenti della Fondazione: quella del consigliere delegato e quella del sovrintendente artistico e culturale.
Senza mettere in dubbio le qualità culturali e amministrative della dottoressa Valensise, e senza farne un caso personale, dall’analisi del testo dello statuto emerge con chiarezza che il consigliere delegato non ha, come organo, i requisiti per svolgere le funzioni del sovrintendente. Secondo l’articolo 10 dello statuto, il consigliere delegato deve avere “comprovate capacità organizzative maturate per 5 anni in ruoli manageriali in enti, istituzioni o aziende“. Neanche un cenno, si noti, alle competenze in materia di spettacoli classici. In pratica il consigliere delegato non è altro che un dirigente amministrativo. Egli infatti, sempre secondo lo statuto, predispone i bilanci, organizza gli uffici, definisce la pianta organica, dispone gli appalti e gli acquisti, eccetera. Le sue sono competenze amministrative e contabili, neanche lontanamente artistiche. Al consigliere delegato lo statuto non attribuisce competenze in materia di spettacoli, che è invece il requisito fondamentale richiesto per il sovrintendente (“riconosciuta esperienza nella gestione degli spettacoli dal vivo“).
Appare evidente, statuto alla mano, come il ruolo centrale ai fini della produzione degli spettacoli classici sia quello del sovrintendente. Non è un caso che nelle più importanti fondazioni culturali la figura del consigliere delegato non sia neanche prevista e che l’allestimento delle stagioni teatrali sia affidato al sovrintendente. Queste cose, il sottoscritto – assieme a Mario Blancato, Marina De Michele, Roberto Fai, Egidio Ortisi, Paolo Fai, Paolo Madella e a tanti altri intellettuali – le dice da anni, ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.

Commenti recenti