“Oggi il cittadino è solo un validatore di liste confezionate dalle segreterie dei partiti. Possiamo, al massimo, essere ripetitori di slogan per il nostro leader. Ma il nostro ruolo d’elettori finisce lì”.
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Così afferma Sergio Bagnasco, membro del comitato promotore del referendum sulla legge elettorale.
“Certamente questo referendum non basterà a ridare un senso di vicinanza dell’elettore alla politica. Sarebbero necessarie altre riforme, ad esempio una rivisitazione sull’amministrazione dei partiti perché sì esprima in pieno la possibilità dell’elettore nella partecipazione alla vita nazionale. Lo indica l’art. 49 della Costituzione”.
Cosa intende esattamente?
“I partiti italiani, a differenza di altri Paesi democratici, non hanno processi trasparenti nella selezione dei candidati. È una riforma auspicata da decenni, ma mai avvenuta. Infatti, in qualsiasi organizzazione, gli iscritti dovrebbero poter partecipare alle scelte politiche. In realtà contano meno dei soci di una bocciofila. Così l’elettore anche iscritto a un partito è escluso da qualsiasi scelta”.
Cosa intende abrogare questo referendum?
“Si punta a modificare parti della legge per renderla più vicina a un modello partecipativo, con la presenza della preferenza. Questa fase deformante della rappresentanza esercitata dai partiti non può essere azzerata di colpo: richiede passaggi progressivi e graduali per un pieno riconoscimento della volontà popolare. Per questo, ora dobbiamo procedere così”.
Come si è giunti a questo referendum?
“Nel 2017 è passato il rosatellum a cui il Parlamento avrebbe dovuto apportare modifiche, richieste dalla Corte Costituzionale. Ma a tutt’oggi non è stata fatto nulla. Così ci siamo resi conto che, per giungere alla Corte Costituzionale e far cambiare la legge elettorale, l’unica strada era il referendum. Qualunque sia la formula elettorale che si adotti, proporzionale o maggioritaria, l’elettore deve poter scegliere il proprio rappresentante. Rimanere così è come se il datore di lavoro scegliesse il rappresentante sindacale per i suoi dipendenti. Difatti, sono i partiti che decidono i parlamentari in maniera del tutto opaca, con procedure sconosciute. Dobbiamo mettere in discussione questo metodo e velocemente, prima che si arrivi all’approvazione della riforma costituzionale del governo Meloni. In quel caso avremmo un Parlamento completamente asservito ai capi partito con uno che diverrebbe capo del governo. Vorrei ricordare che nel 1925, quando Mussolini richiese per legge l’introduzione della figura del capo del governo, non tolse al re la funzione di poter destituire il capo del governo. Infatti il re lo poté destituire e arrestare in maniera perfettamente legale. Oggi Meloni nella sua riforma costituzionale non prevede che il Presidente della Repubblica possa destituire il Presidente del Consiglio. È una situazione persino peggiore rispetto al ventennio fascista. Un grosso inganno attuale è quello del legislatore che è riuscito a snaturare il concetto di collegio uninominale. Difatti si sa che sulle nomine ogni forza politica che presenta un candidato e vince il collegio con più voti si aggiudica il seggio. Ma è il candidato più votato che vince? No! I candidati uninominali eletti in quei collegi sono quelli per nulla votati. Questi voti sono pacchi dono confezionati dati in regalo alla lista che nel collegio prende la maggioranza relativa dei voti. In pratica quei candidati vengono eletti grazie ai voti ottenuti dalle liste che li sostengono. La conseguenza: un Parlamento formato da chi nei collegi uninominali ha preso meno voti di quelli non eletti”.
Insomma persone catapultate lì dai capi partito.
“Assolutamente sì! Ci sono tantissimi esempi su questo. Se poi aggiungiamo che le liste proporzionali in cui si assegnano i cinque ottavi dei seggi sono liste bloccate, è evidente che l’elettore non può esprimere alcuna preferenza. Eppure c’è una sentenza del 2014 della Corte Costituzionale sul porcellum che ha condannato ciò, ritenendolo incostituzionale. Non è possibile che i partiti si sostituiscano agli elettori nella scelta dei loro rappresentanti”.
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Esistono altre incongruenze?
“Certo! Prima, votando un partito, il voto andava al partito. Oggi, con la coalizione, i voti dati a un partito che non supera il 3% vengono distribuiti fra gli altri partiti della coalizione. Per esempio chi nel 2022 ha votato “più Europa”, poiché il partito non ha raggiunto il 3%, ha finito per votare il PD o altri, cioè i partiti che nella coalizione avevano superato quella percentuale. Una situazione che viola l’art. 48 della Costituzione. Così, se decido di votare un piccolo partito che ha poca possibilità di vincere in un collegio uninominale, il mio voto conterà solo nella quota proporzionale. Se io voto per un grosso partito, il mio voto conterà due volte. Se andiamo a sentire i discorsi in Parlamento ci si rende conto del vuoto nella discussione di una legge perché il potere legislativo è passato totalmente nelle mani del governo che decide e legifera attraverso leggi delega. Di fatto l’85% del tempo parlamentare è occupato a discutere di leggi d’iniziativa dell’esecutivo. Il Parlamento è diventato un’appendice del governo, si limita a ratificare le sue leggi. Inoltre vogliamo eliminare il voto congiunto tra collegio uninominale e lista in modo che il voto sia libero e l’elettore possa scegliere la lista e il candidato uninominale che preferisce. Poi è importante anche l’abolizione delle soglie di sbarramento”.
Ma non erano state decise per ridurre la frammentazione politica?
“Non hanno per nulla funzionato. Oggi abbiamo un Parlamento più frammentato dell’epoca del proporzionale. Sono presenti diciassette sigle di partiti. Chi vuole crea il proprio partitino e poi cerca d’aggregarsi in una coalizione per avere dei posti sicuri. Un esempio clamoroso: il partito di “+ Moderati” con lo 0,9% ha ottenuto 7 deputati nei collegi uninominali attraverso un baratto avvenuto in una stanza in cui i capi partito si sono messi d’accordo sui seggi sicuri per ciascuno. Ecco cosa hanno prodotto le soglie: una maggiore frammentazione con partiti che nascono in Parlamento, senza aver avuto il voto da nessuno. Pensiamo a Renzi e Calenda: si sono messi insieme perché separati temevano di non superare il 3%. L’hanno superato e si sono separati. Inoltre col referendum miriamo ad eliminare anche l’elezione in più collegi. Attualmente abbiamo eletti in collegi dove non sono stati eletti. È un altro consolidamento del potere partitico nella formazione parlamentare. C’è da eliminare anche un’altra questione perversa: quella della raccolta firme”.
Cosa significa?
“Oggi c’è la raccolta firme per presentare le liste dei candidati, ma chi è già presente in Parlamento non ha quest’obbligo; quindi c’è molto più tempo per formare le liste da parte di chi non si presenta per la prima volta. Così per una strana ragione i parlamentari già presenti partono avvantaggiati nella competizione. Mentre in altri Paesi non è così. In Spagna nella raccolta firme è favorito chi vuole entrare per la prima volta. Mentre chi già sta in Parlamento deve fare il doppio dello sforzo, proprio per confermare d’avere un consenso. Oggi, alle nostre elezioni, si presentano tanti candidati presenti da dieci e più anni, ma il fatto che dieci anni fa abbiano raccolto le firme non significa che anche oggi avrebbero lo stesso sostegno. Tra l’altro adempiere a quest’obbligo è pesante per l’alto numero di firme (1.500 per ogni collegio)”.
È impegnativo questo referendum? In fondo si va contro gli interessi dei capi partito.
“Già, è da ricordare che con queste proposte cominciamo a restituire agli elettori il diritto di scelta ponendo al centro del dibattito politico il tema della rappresentanza politica nel Parlamento. Perché, se vieni eletto, lo devi per i tuoi meriti quali la fiducia degli elettori, non per essere stato scelto dal capo partito. In quel caso gli sarai debitore e per conservare il tuo posto gli rimarrai fedele”.
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Quindi le esigenze dei cittadini non sono in cima ai pensieri dei parlamentari: avvertite meno democrazia e un avvicinarsi a un regime di democratura? A quando l’inizio della raccolta firme?
“Dopo le elezioni europee. Ci stiamo impegnando nei Comuni e sappiamo che in tante piazze avremo problemi per i permessi di allestire le postazioni e altro. Abbiamo terminato di organizzare la piattaforma digitale per la raccolta firme che permetterà di firmare in un colpo solo i quattro quesiti. Purtroppo occorre pagare, anche se per legge non è previsto: un altro caso di Stato inadempiente alle proprie leggi. Stiamo utilizzando queste settimane per completare l’organizzazione sul territorio e abbiamo delle zone in cui non siamo ben coperti. Sul sito “www.iovoglioscegliere.it” vi sono importanti documenti e un vademecum che spiega le procedure della raccolta firme. Altra cosa importante è la raccolta fondi: l’attività di comunicazione richiede molte risorse. Fino a questo momento siamo ricorsi all’auto finanziamento di noi promotori, ma dovremo allargare a tutti i sostenitori anche con piccole cifre”.
Ancora la grande stampa e Tv non parla di questa importante iniziativa come mai?
“Un giornalista a questa mia domanda ha risposto che disturbiamo tutti, vogliamo rompere un meccanismo che consente ai partiti d’avere il controllo totale delle istituzioni. Per questo devono esserci più persone possibili nell’aiutarci a formare i comitati locali. La comunicazione è basilare perché la maggioranza dei cittadini non conosce le storture di questo sistema elettorale”.
https://www.iovoglioscegliere.it/projects-3
Sito dove sono spiegati in dettaglio i quattro quesiti presenti nei moduli raccolta firme

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