Anche davanti all’attuale situazione davvero drammatica che il Paese sta attraversando – con 5,6 milioni di italiani in povertà assoluta, 8,8 milioni in povertà relativa fra cui un milione e 382mila bambini (dati Istat) e milioni di lavoratori con redditi bassi e precari – la Lega rimane sempre impegnata nell’inseguire il suo obiettivo: la secessione delle regioni del Nord, quelle più ricche.
Avevamo già scritto su quest’argomento ma adesso, di fronte alla povertà che ha preso maggior vigore al Sud, a Siracusa, come al Nord con l’aumento dell’inflazione e le leggi del nuovo governo fatte per diminuire l’assistenza sociale ai ceti meno abbienti e scelte economiche per il Nord (RdC, minori investimenti per il sistema sanitario, ostacoli alla venuta di multinazionali come è avvenuto con l’Intel del suo impiantarsi a Catania, ecc.), la Lega ritorna a riproporre il suo cavallo di battaglia di sempre in maniera ancor più sbrigativa.
Anche se lo Svimez per il 2023 stima 760 mila nuovi poveri (287 mila nuclei familiari), di cui mezzo milione al Sud, nella Lega c’è il forte traino dell’ala dei puri e duri (Zaia e Bossi) che spingono alla secessione camuffandola in autonomia differenziata e, affermando che anche le regioni del Sud ne trarranno vantaggi, la reclamizzano incontrandosi con il Presidente della Calabria. Nel 2001 spuntò la legge quadro per l’autonomia differenziata e si costituì il cosiddetto partito del nord tra cui anche il PD al governo dell’Emilia Romagna. Centrare in pieno l’obiettivo significherebbe – specialmente per Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (le tre regioni più ricche d’Italia) – avocare a sé, come fu chiesto traendolo dall’articolo 116 della Costituzione, un ampio ventaglio di competenze trattenendo le tasse dei cittadini residenti.
Attualmente la situazione politica è più che propizia alla Lega perché sono undici le regioni governate dalla destra e fra esse quattro, le più ricche, rette dalla stessa Lega, partito che in questo governo ha più spazio di manovra rispetto ad altri governi. È stato posto come ministro per gli affari regionali e le autonomie Calderoli, un leghista della prima ora, che ha fatto danno da quando siede in Parlamento (porcellum, abrogazioni sbagliate sull’istituzione e funzionamento dei tribunali per i minorenni, ecc.). È l’esperto in materia legislativa più adatto a battagliare su questioni di principio e che non considera affatto la situazione socioeconomica del Paese, ma tira dritto. Nel concreto i leghisti partono dai Lep (livelli essenziali prestazioni) che sono quei servizi e prestazioni che lo Stato deve garantire in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale, in quanto consentono il pieno rispetto dei diritti sociali e civili dei cittadini (scuola, sanità, trasporti, case popolari, ecc.). Questi sono settori nei quali allo Stato la Costituzione impone non solo di garantire uguale accesso e qualità dei servizi per tutti i cittadini, ma anche di rimuovere ogni ostacolo che possa provocare disuguaglianze, intervenendo là dove necessario a supplire alle minori capacità dei territori più poveri, istituendo anche un fondo perequativo per quelli con minore capacità fiscale.
Con quella legge quadro approvata dal Parlamento nel 2001 furono aperte le porte a ciò che ha portato in maniera, quasi incostituzionale, allo scippo di risorse destinate al Sud per oltre 880 miliardi dal 2001 ad oggi. Così è avvenuto che al Nord venivano costruite autostrade doppioni, metropolitane, fatti investimenti per l’alta velocità e dati a fondo perduto per imprese decotte, ecc. usando il criterio della “spesa storica”. Afferma Marco Palombi dal Fatto Quotidiano: “Un esempio noto, una comparazione tra Reggio Emilia e Reggio Calabria, 171mila abitanti la prima, 180mila la seconda. I dati sono sorprendenti: per l’istruzione RE spende 28milioni, RC 9. Per la Cultura RE 21milioni, RC 4. Per le Infrastrutture RE 54milioni, RC 8milioni. Per i servizi sanitari RE 40milioni, RC 17. A RE ci sono 60 asili nido, a RC 3”. Volendo scendere agli enti locali si possono confrontare Domanico (RC) e Cazzago Brabbia, paese del varesino di cui fu sindaco per dieci anni Giancarlo Giorgetti: “Spesa per l’istruzione: Domanico, 936 abitanti, euro 21,81 pro capite; Cazzago Brabbia, 815 abitanti, euro 94,12 pro capite. Spesa per viabilità e territorio: Domanico, superficie 23,66 kmq, euro 107,07 pro capite; Cazzago Brabbia, superficie 4,00 kmq, euro 193,01 pro capite”.
In questa maniera si partirebbe a bocce ferme (diseguali) che farebbero velocemente aumentare questi livelli. Il ministro ha presentato l’apposito ddl con un piano di marcia davvero spedito per una materia tanto delicata. Si stabilisce che una commissione governativa definirà entro 12 mesi i Lep che la Costituzione come riformata nel 2001 prevedeva nel rispetto e su tutto il territorio nazionale (sic), poi una volta definiti questi e ricevute le osservazioni dalle regioni sempre in quest’arco temporale di un anno, si procederà all’emanazione via Dpcm e via Dpcm stabilendo anche quali funzioni non prevedono i Lep, in tal modo il Parlamento non potrà mettere bocca e la legge sarà fatta.
Avverte il presidente della Puglia: “È impossibile immaginare qualunque percorso senza partire da una legge cornice che stabilisca quali possono essere le materie oggetto d’intesa. È escluso ad esempio che scuola, energia o trasporti possano esser oggetto di una delega alla Regioni. Il rischio è quello di una Babele … Si vuole applicare il criterio della spesa storica sostenuta dalle amministrazioni statali nella Regione per l’erogazione dei servizi pubblici corrispondenti. Questo aggraverebbe le differenze nel Paese su questioni fondamentali”.
Ma Calderoli tira avanti come un treno in corsa affermando che ben 23 materie dello Stato dovrebbero essere delegate alle Regioni: l’istruzione (fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con l’esclusione dell’istruzione e formazione professionale); i rapporti internazionali delle Regioni e con l’Ue; il commercio estero; la tutela e sicurezza del lavoro; la ricerca scientifica e tecnologica, l’innovazione per i settori produttivi; l’alimentazione; l’ordinamento sportivo; la protezione civile; il governo del territorio; i porti e aeroporti civili; le grandi reti di trasporto e di navigazione; l’ordinamento della comunicazione; la produzione, trasporto e distribuzionale nazionale dell’energia; la previdenza complementare integrativa; il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; la valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; le casse di risparmio e casse rurali le aziende di credito a carattere regionale, gli enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale ed altro ancora.
Ma, nel governo, c’è la Meloni e FdI che si presentano fermamente oppositori a tale progetto. Il loro è quello di giungere al presidenzialismo e non accettano una tale forzatura scissionista. La volontà della Presidente del Consiglio è che occorre una modifica costituzionale per raggiungere il suo scopo, questo richiede quantomeno quattro passaggi parlamentari con la possibilità di un referendum. Ciò porterebbe a un ingorgo parlamentare. Si ritorna su un’altra questione lontana dai problemi per cui queste persone sono state votate, cioè affrontare le emergenze del Paese.
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Calderoli ogni giorno insiste affermando che presidenzialismo e autonomia differenziata (secessione dei ricchi) possono avviarsi insieme. Ultimamente, a fronte di attacchi dell’opposizione, dei sindacati e il rallentamento di FdI ha minacciato querele: “Adesso si è oltrepassato il limite, sono stanco di leggere sui quotidiani Il Mattino o il Messaggero frasi tipo lo ‘spacca Italia‘ del ministro Calderoli. Io da ministro ho giurato sulla Costituzione, che sancisce l’unità nazionale, per cui scrivere che voglio spaccare l’Italia significa darmi dello spergiuro. Se si continua sarò costretto a procedere alle vie legali”. È l’affermazione dell’uso di un’arma di pressione contro la stampa, per tentare di “imbavagliare” ogni legittima forma di critica. È così che osserviamo un governo lontano dalle esigenze drammatiche della popolazione di cui quasi un quinto è in povertà, che attua misure antisociali e si occupa di tutt’altro esibendo una grande incapacità, leggerezza e protervia nel governare 60 milioni d’italiani. Purtroppo è solo l’inizio.

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