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Le ‘Comunità di Patrimonio’ proposte dal prof. Giuliano Volpe per una nuova gestione dei Beni Culturali

Vanno in scadenza a fine anno le concessioni alle società che gestiscono i servizi aggiuntivi dei musei e dei siti archeologici dopo aver fruito di una lunga proroga dovuta alla pandemia che, fermando e poi rallentando il regolare flusso di visitatori, avrebbe sottratto i previsti introiti. Ed è probabile che in questa tornata, a indire la nuova gara per il successivo quadriennio, non sarà più il Dipartimento dei Beni Culturali regionale bensì gli stessi Parchi, enti ormai costituiti e dotati di autonomia amministrativa e finanziaria.

La questione Beni Culturali è enorme e si scontra con la proposta del governatore Nello Musumeci, da molti avversata, di una riorganizzazione dei Dipartimenti regionali che preluderebbe, sostanzialmente, allo smantellamento dell’attuale sistema di tutela tanto dei beni culturali quanto del paesaggio in assenza di un dibattito pubblico sul tema e dell’elaborazione politica necessaria per una nuova proposta di legge in sostituzione di quella vigente (L.R. 116/80). Un tema strategico per l’Italia tutta, e non solo quindi per la Sicilia, quale quello della priorità da dare alla nostra vera ricchezza che sembra interessare molto poco la classe politica, soprattutto quella regionale.

Politici che, proprio in vista della scadenza detta, dovrebbero da subito interrogarsi sul modello di gestione fin qui applicato cercando di verificarne la reale efficacia e riflettere se elaborare, e proporre, qualcosa di davvero innovativo, restano assolutamente silenti, e ignavi.

Lasciamo a un altro momento una riflessione complessiva su i pro e i contro fin qui individuabili di quanto è stato ma un dato è certo: è stato soltanto in qualche caso raggiunto uno degli obiettivi più ambiziosi che Gaetano Armao, assessore regionale ai Beni Culturali, si prefiggeva di conseguire aprendo sempre più ai privati proprio attraverso i servizi aggiuntivi nel lontano 2012. “Abbiamo previsto forme che consentano ai privati di amministrare i servizi in modo articolato e compiuto, anche se sempre in collaborazione con le soprintendenze – spiegava alla testata giornalistica Il Velino -. Non c’è alcuna fuga dell’amministrazione ma solo una cogestione che a parità di costi permetterà di ottimizzare i servizi”.

I concessionari dei siti, per lo più, non sono stati in grado (o meglio non hanno avuto alcun interesse) di valorizzare e aprire a una piena fruibilità i siti minori, quelli di cui è ricco il nostro territorio e che sono per lo più indegnamente trascurati, se non abbandonati. La tendenza prevalente è stata infatti quella di far cassa concentrandosi in particolare sui siti di maggiore attrattività, e quindi, di fatto, più remunerativi. A Siracusa, ma è solo un esempio, non si può certo dire che il Museo Paolo Orsi (ben altro che un sito minore!) abbia avuto la stessa attenzione della Neapolis e le previsioni di intervento sono ancora tutte al futuro.

Che l’attuale modello vada “profondamente rivisto” è il convincimento del professore Giuliano Volpe, archeologo di fama internazionale, per un certo periodo presidente emerito del Consiglio superiore Beni culturali e paesaggistici del MiBAC, componente in passato del Consiglio Regionale Siciliano (“Ma si è riunito solo una volta, poi mi sono dimesso, sebbene sia stato successivamente richiamato da Sebastiano Tusa. Con lui si era deciso di organizzare riunioni itineranti del Consiglio, nelle città d’arte per essere proprio sui luoghi per i quali elaborare le azioni future. Avremmo dovuto incontrarci infatti a Siracusa ma poi c’è stata la sua tragica morte e non si è fatto più nulla”).

Bisogna dare spazio alle competenze e la politica deve fare un passo indietro. Servono comitati tecnico-scientifici di qualità – commenta il professore -. La collaborazione con il privato ha bisogno di nuove forme, di una diversa prospettiva. Le esperienze di partenariato pubblico-privato già sono in atto e vanno ben oltre la logica dei ‘servizi aggiuntivi’, introdotti dal ministro Alberto Ronchey nel 1993, che ha ormai fatto il suo tempo; e che ha mostrato il suo limite proprio perché si è data la possibilità a pochi grandi operatori nazionali di aggiudicarsi i siti più importanti, e quindi redditizi. Ma la valorizzazione non può essere confusa con la mercificazione del bene culturale. Anche perché, su questa strada, si dà ragione a quella larga fascia di conservatori che hanno ancora una visione elitaria e aristocratica del patrimonio culturale e vorrebbero negarlo agli altri, alla più ampia fruizione, quasi quali unici detentori e stimatori. Il nostro obiettivo deve essere invece, anche secondo quanto indica la Convenzione di Faro – finalmente dopo 15 anni recepita dall’Italia nel settembre 2020 -, quello di migliorare realmente la conoscenza, la cura, la tutela e la fruizione di tutti i nostri siti, dal più grande e noto al più piccolo, spesso condannato al degrado. E questo si deve fare chiamando tutti a partecipare e a contribuire nel prendersene cura, dal semplice cittadino al professionista, dagli imprenditori alle università.

Io credo che alla guida di Parchi e Musei si debba accedere per pubblico concorso ovunque. Direttori con contratto a termine che alla conclusione del loro mandato quadriennale dimostrino cosa hanno realmente fatto, come hanno operato. Quali siano stati gli obiettivi raggiunti nell’azione di valorizzazione del patrimonio, che non si misura certo solo sul numero dei visitatori bensì sugli accordi di collaborazione fatte con le Università nazionali e non, con le scuole come con le associazioni del territorio; quali rapporti con la comunità locale, con l’imprenditoria del territorio, siano stati instaurati. Perché i Parchi possono veramente diventare il volano di sviluppo dei luoghi in cui si trovano, non possono essere percepiti come qualcosa di avulso. Devono vivere e far migliorare la qualità di vita a ciò che gli sta intorno; se possibile, e sono convinto che lo sia, creare nuove opportunità di lavoro”.

Un’impostazione che però da noi, in Sicilia, si scontra con la realtà, commentiamo.

I direttori dei parchi sono stati nominati con una procedura discutibile, ovvero con nomina diretta dell’assessore regionale, senza applicare la manifestazione di pubblico interesse prevista per gli altri incarichi dirigenziali perché la “politica”  occupa gli spazi della professionalità con i propri rappresentanti in vista più del tornaconto elettorale che della qualità dell’offerta culturale. I componenti del Comitato Biglietti cambiano senza che se ne comprendano le motivazioni; gli ispettori dei Beni culturali, in alcuni casi, presentano curricula davvero discutibili. E se si deve segnalare una qualche anomalia/illegalità, non si hanno figure di riferimento perché il pensiero, le intenzioni, ai vari livelli,  sono univoche.

Una situazione che mi addolora. Per i rapporti stretti che ho con questa terra. Non solo per le amicizie personali che sono nate o per la sua ricchezza culturale ma anche perché la Sicilia ha rappresentato, in tempi passati, un laboratorio di sperimentazione a cui, con il ministro Franceschini, abbiamo guardato. Anche l’idea delle Soprintendenze uniche territoriali: una proposta valida, almeno in teoria. È oggi preoccupante che la Sicilia non abbia una vera strategia di valorizzazione e gestione dei suoi beni e che scimmiotti male ciò che semmai si fa, con altri risultati, nel resto del Paese. E ritengo molto grave la quasi totale perdita delle competenze tecnico-scientifiche. Non sostengo le logiche corporative ma occorre una competenza diffusa. Il direttore del Parco della Valle dei tempi Giuseppe Parello è un architetto ma, nel dirigere il Parco, si è avvalso della collaborazione di ottime archeologhe, oltre che di altri specialisti come paesaggisti e agronomi, valorizzando così le competenze  utili a una visione onnicomprensiva di sviluppo del territorio tutto.  L’ho voluto al mio fianco in Cina affinché illustrasse lì le possibili modalità di gestione di un bene culturale, e con lui si era pensato anche a una campagna di scavi. Ma questo era prima. Prima che le cose iniziassero a cambiare”.

Quindi il professore Volpe suggerisce un nuovo modello di gestione: quello che documenta nel suo “Viaggio per l’Italia virtuosa”, ormai alla undicesima tappa raggiunta a fine agosto con il Ponte Borbonico Real Ferdinando sul Garigliano. Per “gestire” il parco nato intorno a questa straordinaria struttura del 1830 si è costituita alcuni anni fa quella che il professore definisce una “comunità di patrimonio”, un comitato che prende il nome dall’ingegnere Luigi Giura che la progettò. “Cittadini, professionisti, appassionati, in collaborazione con la locale Soprintendenza, ne promuovono la conoscenza e la valorizzazione con un’azione “dal basso”, secondo i principi della Convenzione di Faro, a partire dalla scuola e dai ragazzi: visite guidate, laboratori, illustrazione degli aspetti tecnici e ingegneristici e di quelli decorativi”.

Il “Comitato Luigi Giura” è dunque una di quelle realtà virtuose che popolano l’Italia, spesso sconosciute, animate da passione e voglia di impegnarsi per il proprio territorio e la propria comunità, ricche di competenze e intelligenze che desiderano solo di mettersi al servizio. Ecco uno di questi casi di bene culturale in cui sarebbe bello vedere attuato un partenariato pubblico-privato, oggi possibile grazie a un articolo (il 151) del Codice degli appalti, come si sta felicemente sperimentando alla Piscina Mirabilis di Bacoli e al “Tempio di Serapide” – macellum di Pozzuoli grazie all’intelligente e lungimirante iniziativa del Parco dei Campi Flegrei” spiega il professore.

Un esempio da seguire se le istituzioni preposte uscissero dal loro “splendido isolamento”, se abbandonassero logiche non condivisibili e spesso stigmatizzabili. Se non fossimo in Sicilia. Se non fossimo a Siracusa.

 

 

 

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