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La scuola nel caos. E i diritti dei docenti sfumano tra DPCM e circolari interne

Che il mondo della scuola, seppure in sordina, non con l’evidenza rispondente alla difficile realtà, sia nel caos è un dato di fatto.

E non solo perché, a causa del diffondersi esponenziale della pandemia, stanno via via saltando ovunque le regole dettate dal Ministro Azzolina, o, ancor prima, a causa delle difficoltà logistiche negli Istituti (i banchi singoli, con o senza rotelle, risolvono in minima parte, rispetto ai tradizionali banchi per due, i problemi di spazio di aule anguste, a volte ricavate da locali che meglio potrebbero servire – come infatti erano serviti prima di ingegnose “riconversioni” – come piccoli uffici se non magazzini).

Da considerare con la giusta attenzione c’è anche quanto accade all’altra essenziale componente dell’istruzione, insieme agli studenti: quella dei docenti. Insegnanti che si trovano in questi giorni letteralmente strattonati da una parte e dall’altra – tra dpcm e provvedimenti regionali, tra dirigenti, famiglie e alunni – e bersagliati da circolari interne dei capi d’istituto che, solo in parte giustificati dal marasma di indicazioni divergenti, per un verso, scavalcano norme dettate da organismi superiori, per l’altro calpestano, a volte con vera nonchalance, i diritti dei lavoratori della scuola, in contrasto con un contratto nazionale che dovrebbe essere ineludibile.

Per restare a qualche esempio della nostra provincia, capita così che il dirigente di un liceo detti regole per l’organizzazione didattica con sicumera tipica di un funzionario “più realista del re” in un bailamme di provvedimenti che richiederebbe comunque una ponderata riflessione piuttosto che soluzioni estemporanee e raffazzonate.

Interventi regionali e ministeriali si intrecciano in un quadro indecifrabile. L’ultima ordinanza del Presidente Musumeci (la 51) sospende le attività didattiche in presenza sino al 13 novembre, il successivo DPCM del 24 ottobre 2020 propone che il 25% degli alunni segua le lezioni in presenza e il restante 75% da casa (in base a quanto indicato dagli organismi regionali preposti al controllo della pandemia), e intanto una nuova circolare (la n.24/2020), sempre di Musumeci, dispone che a scuola in presenza ci siano solo gli alunni fragili (ma non più del 25% del totale degli studenti) insieme ai loro docenti; il tutto fermo restando che dopo il 13 novembre si applichi solo il DPCM. Ed ecco che, come se tanto già non bastasse, con un colpo d’ala, il Dirigente in questione emana una circolare che stabilisce, tout court, a partire del 3 novembre 2020, l’ingresso a scuola, ogni giorno, di “non più di un quarto (25%) degli studenti frequentanti ciascun plesso dalla prima all’ultima classe”. Provvedimento immediatamente avversato da una richiesta di chiarimenti da parte dei Cobas.

Ma c’è di più. In una pandemia terribile, che dovrebbe vedere soprattutto chi occupa posti di “comando”, di maggiore responsabilità, con le idee chiare e nitida la via da seguire, dirigenti forse sempre più confusi, e soprattutto sempre più abituati a confrontarsi con collegi docenti per una serie di motivazioni non sempre compatti nella reazione a tutela dei propri diritti, se non proprio della loro dignità, dimenticano di dover muoversi anche loro all’interno di un sistema di norme che non permette deragliamenti. Terreno di “scontro”, questa volta, il ricorso allo smart working.

Da qui la preoccupata nota comune delle maggiori Organizzazioni Sindacali della scuola contro ciò che si ritiene una violazione grave dei diritti dei lavoratori: la pretesa di alcuni dirigenti che gli insegnanti, pur se in didattica a distanza, svolgano il servizio in presenza a scuola, nelle aule vuote. E non solo. Data la insufficienza in molti istituti della connessione internet e degli stessi computer (realtà che ci asteniamo dal commentare), la richiesta di lavorare ciascuno con il proprio portatile e il proprio collegamento online. Decisioni che si dicono motivate, così come quella di usare una determinata piattaforma digitale, anche dalla necessità di “controllare” il lavoro degli insegnanti. Una motivazione che fa accapponare la pelle per l’offesa implicita al corpo docente e per l’illogicità che non tiene conto del “controllo” esercitato dagli stessi studenti e dalle loro famiglie. E anche su questo ogni ulteriore commento sarebbe superfluo.

Impossibile l’imposizione di un lavoro in presenza ad aule vuote, spiegano i sindacati, perché in violazione di quanto stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale e dalla complessiva disciplina emergenziale che prevede, anche per ridurre la circolazione della popolazione, il ricorso allo smart working, il lavoro da casa. Eppure, ci sarebbe da rispondere, l’ultima circolare del Ministero dell’Istruzione inviata solo tre giorni fa alle scuole, anticipando le modifiche contrattuali (una modifica unilaterale?), introdurrebbe l’obbligo per i professori — in caso di sospensione della didattica in presenza — di ricorrere alla dad almeno fino alla fine dello stato di emergenza, al momento fissato al prossimo 31 gennaio. “Le scuole continuano ad essere aperte e il personale docente e Ata opera in presenza” si precisa, per poi aggiungere subito dopo che è “previsto che la dirigenza scolastica adotti particolari e differenti disposizioni organizzative”.

Quindi davvero la decisione finale spetta ai dirigenti? Ma è decisione autonoma o faranno riferimento, ciascuno, a un epidemiologo di fiducia? E potranno dunque non tener conto di diritti contrattualmente previsti?

Forse resta solo una strada per i capi di Istituto: non restare soli al comando. Recuperare il concetto di scuola come di comunità che agisce in primo luogo nel rispetto dei valori costituzionali e, da primi inter pares, condividere con i docenti ogni decisione nella salvaguardia dell’interesse di tutti, quindi con soluzioni eventualmente differenziate rispetto alle necessità in primis degli studenti, soprattutto dei più fragili.

Tanto alla fine a dettare legge ci sarà lui, il coronavirus.

 

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