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Le disuguaglianze sociali e il covid

Giustamente siamo tutti attenti alla pandemia in atto, alla sua evoluzione e alle limitazioni a cui siamo soggetti. In poche parole a come sta cambiando la nostra vita.

Presi a volte dalla paura, a volte dall’insofferenza, altre volte dalla sufficienza rispetto alle indicazioni governative, siamo sopraffatti dall’ansia di avere certezze, risposte definitive. Sembra che il covid ci abbia richiamati bruscamente alla contemporaneità: in tanti ne rifiutano le conseguenze, in tanti rifiutano persino di confrontarsi ed organizzarsi per gestire l’inevitabile cambiamento in atto ormai da oltre un decennio.

Così la politica, carente nell’essere ciò per cui esiste, ovvero la regista dei cambiamenti a salvaguardia delle persone, procede nei suoi riti di fine secolo cavalcando, assecondando ogni pulsione istintiva per conquistare spazi di potere che si riveleranno effimeri a fronte delle trasformazioni radicali in atto. Senza approfondire quest’ultimo aspetto al fine di non precipitare nel turbinio delle tifoserie, mi sembra utile sottolineare, per quei lettori che lo vorranno, due aspetti a mio giudizio cruciali che si sono evidenziati con forza oltre le grida e che, purtuttavia, produrranno cambiamenti epocali una volta superata la fase pandemica: l’aumento delle diseguaglianze e le trasformazioni nei rapporti di lavoro. In questa piccola nota – resa tale dalle necessità di un giornale on line – accennerò solo alla prima rinviando a una seconda nota un rapido e sommario esame del secondo tema indicato.

Il covid ha messo in evidenza un allargamento delle disuguaglianze sociali che implica un ulteriore elemento di fratturazione della società. Alle diseguaglianze di reddito, di genere, di etnia, culturali, familiari, di salute e d’istruzione se ne sono aggiunte nuove. Esse sono diventate plurime e puntiformi tanto da determinare il diffuso isolamento delle persone. Tra i nuovi sintomi delle disuguaglianze, c’è quello che viene chiamato “il digital divide”; la maggior diffusione di Internet, il suo uso spasmodico, compulsivo e incontrollato che, specie nei social, si evidenzia tra i cittadini più come un deficit di conoscenze e d’informazione che come un misuratore della scarsa diffusione delle competenze tecnologiche che pure esiste ed è ampio.

Con l’ingresso nella società della conoscenza, paradossalmente, sono aumentate le disparità cognitive. È sempre più ampio il divario tra quanti sanno e quanti pensano di sapere sulla base di percezioni spesso distorte. Si pensi all’analfabetismo diffuso nel campo della salute e alla disinformazione dei cittadini rispetto al sistema sanitario e quanto si rileva nelle comunicazioni social; ciò indica che la realtà percepita, prevalentemente risultato di informazioni di bassa qualità, distorte o false, diventi verosimile e come essa sia diffusa, replicata e trasferita alla moltitudine dei frequentatori dei social come verità assoluta.

Per contrastare il gap di conoscenze che si evidenzia vi sono essenzialmente due strumenti: l’istruzione e l’informazione rigorosa e indipendente Tanto più il sistema educativo sarà adeguato alla società tecnologica e della conoscenza, tanto minore sarà questa carenza. Il contrasto alla disinformazione, con una politica mirata e rigorosa, attenta a non ledere la libertà delle opinioni, diminuirebbe il gap di conoscenze, prodotto da notizie e informazioni a metà strada tra vero e falso o addirittura totalmente false. Educazione e informazione sono due grandi livellatori per un’equa distribuzione delle conoscenze e delle informazioni: una cittadinanza educata, competente e informata è il presupposto per una società aperta e libera; quindi oltre alle infrastrutture e alle risorse umane le regole dell’istruzione e dell’informazione dovrebbero costituire priorità sociali per il rilancio del Paese. ( segue)

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