Il potere non ha bisogno di elettori, ma di tifosi.
Secondo un rapporto pubblicato in Italia alcuni anni fa, ci sono due milioni di analfabeti totali; tredici milioni di semi-analfabeti, cioè persone che sanno fare la propria firma ma non capiscono ciò che leggono; e altri tredici milioni di “analfabeti di ritorno”, cioè persone che hanno perso l’uso della lettura e della scrittura. In totale sono 28 milioni.
In Italia il corpo elettorale è composto da 51,4 milioni di italiani, di cui circa 45,9 milioni residenti in Italia. Quando una parte di questi analfabeti o semi-analfabeti va a votare, su cosa basa le proprie convinzioni? Il mezzo considerato più indiscutibile è la televisione. Per questo, secondo chi detiene il potere, è assolutamente indispensabile che l’informazione sia univoca, cioè indirizzata in un’unica direzione. Dopodiché, la scarsa e miserevole informazione libera può essere sottoposta a una serie di interventi tecnici che ne riducono la diffusione sul territorio, in modo che l’informazione condizionata prevalga sempre di più.
Un’opinione, chiediamola a Sergio Bagnasco.
Al di là di quest’analisi indiscutibile c’è da aggiungere altro rispetto all’informazione mediatica.
È che la partitocrazia ha estromesso quelli che vanno a votare dal “gioco elettorale” perché, per paradosso, ai partiti basta che vadano a esprimersi solo i candidati perché qualcuno si aggiudichi il “potere” di gestire un territorio e il 100% delle poltrone disponibili.
Più produttivo, quindi, è investire nella propaganda e nella denigrazione dell’avversario invece di lavorare sul coinvolgimento attivo dei cittadini, perché a un sistema partitocratico non servono gli elettori, bastano i tifosi, per simpatia o per interessi.
Alcuni aspetti irrinunciabili di un regime democratico sono:
– disporre di un sistema trasparente e partecipato per la scelta dei candidati;
– disporre di un sistema di voto che consenta di scegliere tra i candidati e nel caso delle elezioni amministrative scegliere il governo di un territorio e i rappresentanti politici di quel territorio in un delicato ma fondamentale equilibrio tra esigenza di governo e diritto di rappresentanza;
– trovare un meccanismo che valorizzi politicamente l’astensione, perché, nonostante l’ampia offerta politica, una quota sempre maggiore si astiene… è evidente che l’offerta politica attrae poco e quindi occorre individuare altre forme di coinvolgimento degli elettori per evitare una “democrazia senza consenso”.
Ma se mancano, in tutto o in parte, questi aspetti, si può parlare di democrazia?
No, ma di una semplice competizione tra squadre per aggiudicarsi uno scranno o un posto di comando. In questa competizione gli elettori sono fuori campo.
Le primarie per la selezione dei candidati non sono un obbligo di legge e ciò contribuisce a determinare l’assenza di trasparenza e partecipazione nel processo che porta a individuare un candidato al parlamento, a sindaco o a presidente di regione.

Lo stesso problema di assenza di partecipazione e trasparenza si riscontra nei processi decisionali interni ai partiti per individuare i candidati di ogni singola lista.
Quindi il diritto di voto è sostanzialmente negato?
Assolutamente! Nelle elezioni parlamentari gli elettori non possono scegliere tra i candidati (vedi il vigente Rosatellum) e quando possono scegliere (vedi il nuovo Melonellum) si tratta di una preferenza limitata e tutta interna alle scelte fatte da una ristretta oligarchia o complicata da astrusi meccanismi che non consentono agli elettori di comprendere chi sta contribuendo a essere eletto.
Alle elezioni amministrative il candidato alla carica di governo che si classifica primo può ottenere la maggioranza del consiglio anche se sono i partiti avversari a prendere più voti. Nei Comuni e nelle Regioni non c’è alcun equilibrio tra governo e rappresentanza.
Così, nonostante l’apparente ampia offerta politica, l’elettore si trova a scegliere tra due candidati/gruppi con programmi che si riducono a elenchi di propositi che non definiscono in alcun modo come faranno ciò che elencano, in che tempi, con quali risorse e con chi.
Per esempio, la spesa sanitaria rappresenta mediamente l’80% del bilancio di una regione; eppure nessun candidato alla presidenza della regione indica prima del voto a chi affiderà la sanità; mai nessuno si candida a una carica di governo (comunale o regionale) indicando la squadra di governo.
Così il voto alle comunali e alle regionali, che è in sostanza un voto per la scelta del governo, si riduce a un voto per la scelta del capo del governo … senza conoscere la squadra di governo e come farà ciò che promette. Alla fine perché stupirsi se una parte sempre più consistente di elettori non vota?
È così che si continua?
Certo. In fondo il voto serve a dare una delega in bianco a un monarca assoluto (sindaco o presidente di regione) o a un capopartito che ha scelto i suoi gregari con cui occupare gli scranni parlamentari in assenza totale di dialettica politica.
Così in tanti si chiedono perché votare senza trovare una motivazione convincente. È evidente che bisognerebbe dare sostanza all’art. 49 della Costituzione affinché i partiti siano organizzati in modo democratico e ci sia trasparenza nei processi decisionali, nell’affidamento degli incarichi, nella selezione dei candidati, coinvolgendo gli iscritti che sono i soci di quella associazione che definiamo “partito”, ma che non contano nulla.
I partiti dovrebbero, lo afferma anche la Corte Costituzionale, essere strutture organizzative per favorire la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e questo significa anche partecipare alla definizione dei programmi e alla selezione dei candidati.
In realtà i partiti odierni sono lontanissimi da questa funzione e non si curano di attrarre i cittadini al punto da marginalizzare persino gli iscritti. A cosa dovrebbe partecipare l’elettore se non c’è vita partecipativa nei partiti? I cittadini sono esclusi dalla selezione dei candidati.
E quando partecipano alla definizione dei programmi, si tratta di aria fritta senza alcuna definizione su come realizzare il programma e senza consapevolezza delle conseguenze che derivano dalle scelte effettuate.
Il risultato è che le assemblee elettive non sono rappresentative del popolo sovrano e non contano nulla perché tutto è nelle mani di chi governa il territorio e di ristrette oligarchie che governano i partiti. A che servono gli elettori e le elettrici.

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