Pachino. Dalle grotte neolitiche al progetto del resort: Francesca Trapani racconta la sfida per il futuro di Calafarina

Negli ultimi anni, il vallone di Calafarina, un sito di inestimabile valore storico-archeologico e ambientale situato nel cuore di Capo Pachino, è stato minacciato da interventi che rischiano di comprometterne per sempre l’integrità e la biodiversità. E da quasi due decenni incombe, e sempre viene riproposto, il progetto per la realizzazione di un imponente complesso turistico alberghiero da oltre 7,3 milioni di euro. Dal 2007 a oggi, passando per la nuova proposta del 2025, che quadro emerge?

Il ridimensionamento, rispetto alle prime proposte c’è stato, come si può vedere dal progetto presentato nel 2025 e attualmente in attesa della VIA (Valutazione di Impatto Ambientale), consultabile tramite i documenti caricati sul portale Valutazioni Ambientali e Urbanistiche della Regione Siciliana. Anche ridimensionato, si tratta di un progetto comunque consistente: esso si articola in due blocchi principali che gravitano principalmente sul versante settentrionale del vallone di Calafarina, non lontano dalla spiaggia cosiddetta del Cavettone. Il progetto di fatto fa lo slalom attorno alle aree vincolate, come l’area della grotta di Calafarina, di cui, però, non si conosce l’effettiva estensione. Il rischio di intercettare una delle sue diramazioni nella realizzazione dei lavori, o di trovare altre cavità carsiche, è quindi molto alto, come abbiamo evidenziato peraltro nelle osservazioni presentate da noi del Gruppo Archeologico Capo Pachino, assieme a Italia Nostra Capo Pachino, Acquanuvena, Archeoclub di Noto e la Pro Loco di Marzamemi.

Qual è, a vostro avviso, il pericolo principale legato a questo intervento?

Il valore primario da difendere qui è il paesaggio. Non parliamo solo della singola testimonianza archeologica, ma del contesto paesaggistico complessivo che il Codice dei beni culturali e del paesaggio impone di tutelare. Il codice (decreto legislativo 42/2004) all’art. 131 ci dice che il paesaggio è il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni. Ecco se interveniamo su uno o più di questi fattori alterandoli pesantemente, operiamo un danno innanzitutto alle comunità locali, alla loro identità appunto.

Da secoli uomo e natura sono strettamente uniti e il paesaggio è l’impronta che l’uomo ha lasciato sul territorio, generazione dopo generazione: il paesaggio non è solo l’insieme di case, spiagge, muretti a secco di pietra calcarea, è anche per noi l’insieme di piante spontanee, di quelle messe a coltura con sapienza secolare, di zone umide (come la fascia di pantani che circonda Capo Pachino, che grazie alla tutela pubblica e privata è diventata un luogo di biodiversità che attira migliaia di turisti ogni anno), di testimonianze storiche e archeologiche che segnano il territorio di nodi narrativi: ci dicono come e dove i nostri progenitori hanno vissuto. Infine c’è la memoria popolare, la sapienza dei nostri anziani che attraverso le leggende ci tramandano i fatti del passato. Il Vallone di Calafarina è tutto questo. Ambiente, trasformazione secolare del territorio, testimonianza archeologica, leggenda, come la leggenda del tesoro custodito dentro la grotta di Calafarina e nascosto da un incantesimo.

Ma il vero tesoro è proprio il paesaggio, chi lo trova e lo sa valorizzare saprà portare benessere alla comunità e saprà custodirlo per i nostri figli.

Quali conseguenze immediate paventate?

Dal punto di vista naturale, dobbiamo pensare, ad esempio, all’impatto sulla costa: la cala è piccolissima, e un edificio a gradoni con oltre 400 posti letto, piscine, sala convegni e parcheggi, oltreché le relative infrastrutture, avrebbe un effetto assai importante su una caletta assai piccola e fragile dal punto di vista ambientale.

Dopo la seconda conferenza dei servizi avvenuta poche settimane fa presso il comune di Pachino, con il coinvolgimento oltre che dei proponenti del progetto, anche della Soprintendenza di Siracusa, sappiamo che il progetto verrà presentato ex novo, non si capisce come si intenda rimodularlo: gli spazi disponibili sono pochi: il margine settentrionale del vallone di Calafarina è stato già pesantemente manipolato da cave di pietra calcarea il cui sfruttamento è cominciato con i proprietari originari, gli Starabba di Rudinì. In particolare, il Marchese Antonio alla fine dell’Ottocento sfruttò la Grotta di Calafarina – soprattutto l’ultimo camerone, il più interessante perché in origine vi era una pozza d’acqua – per estrarre il guano di pipistrelli, ricercato come fertilizzante. La grotta conserva ancora un patrimonio naturalistico straordinario: in essa, secondo gli studi più recenti, presentati proprio questa settimana al convegno Man and Karst tenutosi in Contrada Marianelli, nella riserva di Vendicari, (conclusosi il 16 settembre scorso), sono state riconosciute ben cinque specie diverse di pipistrelli.

Il territorio, d’altronde, porta già i segni di passate ferite edilizie, vero?

Esatto. Recentemente è stato realizzato un complesso edilizio sul pianoro roccioso a ridosso della Grotta del Fico – poco lontano dalla grotta di Calafarina e dove non si può escludere che sorgesse l’abitato antico di Calafarina – c’è stato un impatto devastante. L’accesso alla Grotta del Fico, già in stato di abbandono negli ultimi anni, non è più praticabile, eppure custodisce testimonianze archeologiche e naturalistiche inestimabili. Negli anni ’90 ho fatto due ore di camminata al suo interno con un gruppo di speleologi, era veramente suggestiva. Non mi sembra che allo stato attuale vi sia un rilievo della grotta del Fico e non sappiamo quindi quanto si estenda, anche rispetto alla vicina Grotta di Calafarina. Sappiamo dalle fonti storiche e antiquarie che le due grotte erano estese e che almeno una di loro aveva un accesso dal mare. Solo uno studio serio e sistematico con l’uso ad esempio di apparecchiature georadar, potrebbe aiutarci a capire come queste due grotte fossero articolate e se esistono ancora intatte testimonianze archeologiche in qualche galleria sconosciuta. La grotta di Calafarina fu frequentata a partire dall’età Neolitica e ci ha restituito reperti importanti, come i frammenti di giara dell’età del rame, decorati con uno stile decorativo unico, che è stato chiamato Stile di Calafarina. Ma non finisce qui, a poca distanza da questa, sulla costa, poco lontano dalla spiaggia di Calafarina, vi sono diverse preziose testimonianze archeologiche: la Grotta Corruggi, frequentata dal Paleolitico Superiore, e la spiaggia di Vulpiglia, dove si trova un villaggio neolitico di cui si conservano i buchi per inserire i pali delle capanne. Vicino al villaggio neolitico è stata individuata una piccola necropoli e proprio lo scorso anno sono venuti accidentalmente alla luce i resti di una sepoltura, forse anche questa neolitica, segnalata alla Soprintendenza e ancora interamente da scavare (sperando che il ciclone Harry non l’abbia compromessa).

Qual è invece la vostra visione per il futuro di questa zona? Che cosa proponete?

La nostra volontà è creare un parco paesaggistico, un’area di fruizione basata su percorsi integrati: ripulire dai rifiuti l’area, soprattutto dialogare con le Ferrovie dello Stato per valorizzare la linea Noto-Pachino (magari trasformando le strutture lungo i binari in spazi espositivi temporanei o musei) e creare passeggiate che arrivino fino al vicino Pantano Morghella.

Questo pantano è un luogo straordinario, un lago chiuso esistente dal Quaternario, anticamente aperto al mare e forse utilizzato in età preistorica come approdo per le imbarcazioni. L’area di Calafarina ha un enorme vantaggio rispetto alle cave del Ragusano: la vicinanza all’abitato, le dimensioni ridotte, la percorribilità a piedi. Da Pachino, partendo dall’ex Macello, basta circa mezz’ora (circa 2 km) per percorrere il vallone e affacciarsi al mare. Certo, questa vicinanza è un’arma a doppio taglio, perché attira anche inciviltà e sversamenti di spazzatura.

Parliamo delle evidenze archeologiche che custodite e che vorreste contribuire a valorizzare.

Oltre a quello di cui ho già parlato, sulle pareti rocciose del vallone si aprono diverse tombe a grotticella artificiale del Bronzo Antico che  hanno una peculiarità unica, che abbiamo documentato: sono organizzate a “cluster”, cioè piccoli gruppi familiari o di clan composti da tre/quattro sepolture e una nicchietta, ricavate su banchine appositamente intagliate nella roccia. In un caso abbiamo individuato persino una fossetta per il rito di libagione dei liquidi. Grazie all’intervento della Soprintendenza di Siracusa ed eventualmente di qualche ente di ricerca, si potrebbero liberare questi siti dalla terra e dai rifiuti e forse potremmo saperne di più sui rituali funerari dell’epoca.

Inoltre, le cave, antiche e moderne potrebbero essere integrate nel parco come luoghi di fruizione: penso a un anfiteatro a impatto zero, sfruttando i fondi esistenti e l’ottima acustica per spettacoli, oppure a un museo del sale, data la vicinanza del pantano Morghella sfruttato dall’antichità fino a pochi decenni or sono per la produzione di sale usato soprattutto per la salagione del pesce nelle vicine tonnare. Ancora, nel percorso di valorizzazione e fruizione vanno comprese le carraie ( solchi prodotti nella roccia dal passaggio di carri, usati probabilmente per il trasporto di blocchi di pietra ma anche forse, come ricordava Sebastiano Lupo, per il trasporto del sale impiegato storicamente per la salagione del pesce prima nelle tonnare greche e romane (come a Portopalo di Capo Passero a Scalo Mandria) e poi in quelle moderne, come quella del principe Bruno di Belmonte, rimasta attiva fino a circa vent’anni fa.

C’è consapevolezza di tale ricchezza nella comunità locale?

C’è una spaccatura. Da una parte esiste una profonda consapevolezza, soprattutto tra gli anziani del valore di questo tesoro. Dall’altra, c’è chi vede ancora nello sviluppo urbanistico intensivo una scorciatoia per il progresso economico. Ma quando mai? Basti pensare ad altri esperimenti terrificanti nella zona: non ci vuole molto a scoprire come a sud di Eloro gli unici tratti di costa non edificati sono in area di riserva, come nel caso dell’Oasi di Vendicari e zone come San Lorenzo o il Bove Marino appaiono pesantemente alterate dalla presenza umana.

Eppure il mare, e la costa, custodiscono per noi ancora tesori inestimabili che cominciano ad attirare turisti dalle nostre parti. Penso al patrimonio immenso legato al mare e ai traffici antichi: numerosi sono i  relitti nei nostri fondali, come il relitto di Marzamemi II (con i marmi decorati provenienti dall’Oriente che erano destinati a decorare il pulpito di una chiesa del VI secolo d.C., i cui resti si trovano nella chiesa chiusa al culto di Piazza Regina Margherita) o il relitto delle colonne, le cui colonne monolitiche in marmo – destinate originariamente a Roma – affiorano a pochi metri di profondità. Da un altro naufragio viene la colonna in granito Una delle colonne naufragate in mar e una si trova persino nella piazza del Mercato di Pachino, accanto alla chiesa madre.

Quando abbiamo fondato il Gruppo Capo Pachino, lo abbiamo fatto per ribadire l’unità di questo territorio: un unicum che va da sud di Eloro, attraversa la valle del Tellaro, abbraccia Portopalo e arriva fino ai pantani Cuba-Longherini e a Castellazzo. Una tutela unitaria è l’unica via per salvare la nostra storia prima che i crolli e la cementificazione cancellino tutto per sempre.

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