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Aretusacque: un Kramer contro Kramer alle foci dell’Anapo con delibera nulla?

Chi ricorda lo storico film Kramer contro Kramer sa quanto possa essere doloroso e paradossale vedere due pezzi della stessa famiglia farsi la guerra in tribunale. Nella gestione del servizio idrico siracusano sembrerebbe andare in scena un remake amministrativo non meno avvincente,  ATI contro ATI, anch’esso doloroso… per le tasche dei cittadini, incolpevoli utenti.

Da un lato Aretusacque S.p.A., creatura societaria partecipata al 51% dalla parte pubblica (l’ATI) e al 49% dai privati. Dall’altro la stessa ATI che, in veste di ente regolatore, si schiera davanti ai giudici amministrativi contro la sua stessa partecipata, difendendo il Comune di Augusta (il Commissario per la depurazione) sulla paternità della realizzazione del nuovo depuratore. Un paradosso? Certamente, a termini di legge, la rigida separazione della personalità giuridica tra l’assemblea dei sindaci e la società mista giustifica tecnicamente questa scelta per cui il braccio pubblico controllore decide di ‘impugnare’ le scelte del braccio operativo controllato.

Ma, dal punto di vista dei cittadini, tutto risulta difficile da comprendere e da accettare. Non solo per la (apparente?) schizofrenia istituzionale, ma anche per le ricadute: da una parte una macchina che non riesce a mettersi in moto per affrontare i problemi reali, le enormi criticità di una rete idrica ormai al collasso, dall’altro l’aggravio dei costi. Se infatti i cittadini della Provincia, attraverso i bilanci comunali e le future tariffe, si trovano a retribuire contemporaneamente sia l’avvocato di Aretusacque che promuove il ricorso, sia l’avvocato dell’ATI che vi resiste, non si configura forse un danno, se non erariale, comunque per i cittadini? O siamo di fronte a un inevitabile e legittimo “costo della democrazia amministrativa”? Materia per le associazioni di difesa del consumatore, senza dubbio.

Ma c’è di più: lo svolgimento stesso della riunione da remoto del Consiglio direttivo dell’ATI del 7 maggio scorso, in cui si è deciso di “resistere” all’appello di Aretusacque. Se non sbagliamo, il regolamento parla chiaro: il direttivo è composto da 7 membri e per votare validamente serve la presenza di almeno 4 sindaci che, in questo contesto, non votano per numero di abitanti ma “per testa”, uno vale uno (differentemente, nell’assemblea dei sindaci, vale il “voto ponderato”, ovvero un peso proporzionale agli abitanti del Comune amministrato). All’inizio del collegamento il numero legale c’era, ma solo per un soffio: erano presenti in 4. Il bello arriva al momento del voto: il Comune di Augusta stacca doverosamente il collegamento per via del palese conflitto di interessi e i presenti davanti allo schermo scendono a 3.

A questo punto, con meno della metà dei componenti connessi, il numero legale era ufficialmente caduto e la seduta andava sospesa. Invece si è votato lo stesso. Ci si chiede: come può considerarsi valida una delibera approvata da un “trio” rimasto senza la maggioranza minima prevista dallo Statuto? Il rischio che la decisione sia nata strutturalmente viziata è un’ipotesi più che concreta. Per non dire del principio di rappresentanza della realtà territoriale: carta straccia!

I dubbi dunque ci sono tutti. Ma una certezza c’è: per ora a pagare il biglietto di questo cinema sono, come sempre, gli utenti. Ed è un biglietto troppo costoso.

 

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