DA NON PERDERE

UNA STORIA SBAGLIATA E IL VALORE DELL’AFFIDO

Avremmo preferito non intervenire ma, con tutta l’attenzione di cui siamo capaci, muovendoci come in un negozio di cristalleria, proviamo anche noi ad entrare in questa storia così complessa e delicata e dagli equilibri fragilissimi. Con l’intento di proporre qualche elemento di riflessione in più. Senza alcuna presunzione e nella convinzione che situazioni come queste non possano essere guardate, valutate, solo all’ultimo step. Non sarebbe corretto. Aumenta il rischio di fare affermazioni apodittiche, non basate su fatti reali. Da una discussione in redazione ne è venuta fuori una sorta di intervista con Aldo, il più ‘esperto’ tra noi per la diretta conoscenza, sul campo, della particolare fattispecie. Ma tra noi c’è anche Concetta che ha adottato una bimba quando aveva solo 40 giorni. E Antonio, tutor di tanti migranti.

Per cercare di fare un servizio utile ai nostri lettori abbiamo chiesto ad Aldo di partire proprio dall’affido familiare.

Aldo tu ti sei occupato di affido familiare, quando e perchè lo si applica?

L’affido familiare è un provvedimento, previsto dalla legge, istituito per assicurare tutela a minori le cui famiglie d’origine vivono temporanee difficoltà (economiche, sociali, di salute) e garantire loro accoglienza e sostegno affettivo. È un’esperienza soprattutto di sussistenza, di solidarietà, diversa dall’adozione, che ha quale principio base quello di mantenere il legame tra il bambino e la sua famiglia di origine e persegue specificamente lo scopo del ricongiungimento familiare, favorendo il ripristino delle condizioni necessarie.

Come funziona? Qual è la sua storia a Siracusa?

Alla fine degli anni’90 a Siracusa si costituì un gruppo di volontari (poi formalizzato in Associazione Famiglie Affidatarie e Adottive di Siracusa) che si caricarono il compito di occuparsi dei minori temporaneamente privi del supporto familiare, evitarne l’istituzionalizzazione e creare una rete di supporto e solidarietà sia per i bambini che per le famiglie di origine. In principio ci si occupava solo di affido, ma subito dopo anche di accompagnare i genitori nel percorso di adozione (percorsi del tutto separati e differenti).

All’epoca al Comune c’era il vuoto, amministrativo e culturale. Tra i compiti dell’assessorato non era previsto nemmeno il servizio e mancava il personale che veniva supportato dai volontari e poi dall’Associazione tramite apposita Convenzione. Si faceva promozione: convegni, incontri, si individuavano volontari, si faceva formazione e sensibilizzazione. Si creò una bellissima realtà (una trentina di coppie volontarie) che cominciò ad avere bambini in affido dando risposte a bisogni immediati. Un’esperienza molto forte, non facile, spesso caratterizzata da ostacoli e burocrazia ma che si sostituì con grande slancio e impegno alle istituzioni assenti o impreparate e alle famiglie offrendo ai minori accoglienza e sostegno.

Adesso l’Associazione non c’è più (a Siracusa in genere tutte le associazioni del Terzo Settore – molto attivo in quegli anni – hanno sofferto della mancanza del ricambio generazionale e della trasformazione dell’impegno sociale e politico delle nuove generazioni nell’era digitale) e sinceramente non saprei dire come oggi è gestito il problema in Assessorato.

Ma funziona (o funzionava) sempre tutto alla perfezione?

No certo. Qualsiasi tematica, specie di natura sociale, si porta dietro difficoltà, sofferenze, a volte fallimenti. Il percorso non è quasi mai tutto liscio o in discesa ed è basato molto sulla disponibilità e preparazione dei soggetti coinvolti, oltre che sulle disposizioni legislative e dagli Enti preposti.

Ai miei tempi prima di prendere un bambino in affido si facevano degli incontri, si faceva formazione. Sono dinamiche molto delicate che hanno bisogno di forte collaborazione e sinergia per evitare errori che potrebbero rivelarsi irreparabili.

Per esempio?

L’errore primario da evitare è quello di scambiare l’affido con l’adozione. Purtroppo per alcuni a volte questo non è chiaro o, pur essendo chiaro, si fa finta di dimenticarlo e lo si utilizza come scorciatoia per arrivare ad avere un bambino in adozione, strada molto più difficile e lunga. Sta al Comune, al Tribunale dei Minori selezionare le coppie che danno disponibilità e valutare la loro effettiva idoneità all’accoglienza temporanea. Non è obbligatorio ma molto spesso il TdM opportunamente individua coppie che hanno già figli, escludendo coloro che non ne possono avere, o che hanno già intrapreso l’iter dell’adozione o che vorrebbero intraprenderlo. Questo proprio per evitare che un errato punto di partenza, un approccio errato, possa poi modificare il successivo percorso allorquando si creano legami che poi si rafforzano al punto di non riuscire più a risolverli.

Come va gestito un bambino in affido?

Ogni bambino ha una storia a sé, bisogna adattarsi alle diverse condizioni e alle esigenze del minore. Ci sono casi in cui i genitori biologici mancano del tutto, allora bisogna fare da genitori supplenti ma in attesa che venga trovata la famiglia adottiva; ci sono casi in cui i genitori effettivi sono presenti e allora bisogna fare in modo di creare un ponte con la famiglia di origine. Parlando in generale e senza voler entrare nei casi specifici, di sicuro non bisogna mai sostituirsi ai genitori, specialmente quando sono presenti; non bisogna farsi chiamare mamma o papà, bensì creare relazioni familiari allargate (zio, nonno, padrino, ecc.) che preparino il minore al rientro nella famiglia (e nella casa, nelle abitudini) originaria. Sarebbe opportuno e logico mantenere sempre un profilo riservato, discreto e rispettoso evitando di accendere riflettori o dare rilevanza pubblica sull’esperienza di affido o sulla storia del minore. Ribadisco: la famiglia affidataria non è la soluzione definitiva e risolutiva del bambino ma una risposta temporanea e provvisoria.

Oggi potrei raccontare decine di storie di bambini che grazie all’istituto dell’affido hanno ricevuto un contributo (affettivo, educativo, sociale) indispensabile e che si sono potuti reinserire o inserire in famiglia (di origine o adottiva), diventati a loro volta genitori e che mantengono tuttora ottimi rapporti con gli affidatari (diventati poi zii o padrini di battesimo, di comunione, testimoni di matrimonio)

Oggi c’è un caso che è sulla bocca di tutti, diventato cronaca nazionale. Cosa ne pensi?

Dolore, pena, sconforto, profondo rispetto per tutte le parti in causa. Ma credo che avrebbe dovuto restare lontano dai riflettori. In casi come questi non c’è nulla di più sbagliato che far scendere in campo eventuali tifoserie, scatenare i social con i loro opinion leader, politici, influencer ed improvvisati psichiatri o esperti di materie giuridiche e sociali, coinvolgere soggetti esterni per stimolare le emozioni più forti, provocare la pietas, aizzare polemiche. Poi le inesattezze, certi commenti fanno rabbrividire. Leggo che la madre avrebbe abbandonato la figlia e non è così perché invece la madre è scappata dal suo Paese proprio per proteggere e salvare la figlia. Ha attraversato il deserto e affrontato viaggi e sofferenze indescrivibili. Dovendo raggiungere il barcone a nuoto (non sapeva nuotare) ha dovuto affidare la bimba a braccia sconosciute, ha poi perso i contatti con chi l’aveva prelevata e arrivata in Italia il suo primo pensiero è stato ricongiungersi alla figlia, scontrandosi con la burocrazia e la confusione. Forse la bambina, in presenza di una madre che la cercava, aveva bisogno di una famiglia affidataria e non di genitori in cerca di adozione. A riflettori spenti sarà il caso di capire oggettivamente come siano andate le cose. Ora sulla scena ci sono la sofferenza della bambina che non è in grado di comprendere quanto sta accadendo, l’angoscia dei genitori affidatari, il dramma della madre. Bisognerebbe spegnere le luci, i microfoni e chiudere il sipario. C’è bisogno di silenzio. Ci sono enti e funzionari preposti che di certo non hanno bisogno di condizionamenti emotivi o pressioni politiche e mediatiche. Bisogna sperare che le norme che il legislatore ha elaborato avendo quale primo obiettivo l’interesse del minore siano applicate in modo lucido, neutrale e senza condizionamenti, sapendo che comunque qualcuno di sicuro, quale che sia la decisione finale, ne soffrirà.

Questa è una storia che qualunque cosa dici è facile che sbagli, qualunque cosa pensi, fai, come la racconti e racconti quasi sicuramente sbagli e qualsiasi esito abbia molto probabilmente sarà sbagliato. Questa è una storia sbagliata, che non avrebbe mai dovuto iniziare.

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