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L’EREDITÀ DI MIRISOLA: UN GEOSITO PER PROTEGGERE L’ANIMA DI PIETRA DI SIRACUSA

Una proposta scientifica per trasformare la pista ciclabile in un museo geologico e archeologico a cielo aperto.

La pista ciclabile che percorriamo ogni giorno non è un semplice corridoio urbano, è un portale spalancato sulla storia millenaria della nostra città. Questo tracciato, nato sul sedime dell’ex cintura ferroviaria, ci conduce — quasi a nostra insaputa — lungo testimonianze che raccontano chi eravamo molto prima di diventare ciò che siamo. Eppure, questa ricchezza rischia di scivolare nell’indifferenza: chi attraversa questo litorale spesso ignora i tesori che sfiora, un mondo che un tempo vibrava di vita e che oggi sopravvive in un silenzio invisibile persino ai suoi stessi cittadini.

Un archivio monumentale del Mediterraneo

La costa nord di Siracusa è un palinsesto geologico che custodisce la memoria del mare: dalle eruzioni sottomarine del Cretaceo agli insediamenti neolitici, fino alle imponenti mura di Dionigi il Grande. È questo il cuore della proposta avanzata dai geologi Luciano Arena e Giovanni Scicchitano, i quali hanno delineato l’istituzione di un nuovo Geosito cittadino. Lo studio, intitolato “Proposta di geosito nel tratto di costa nord-orientale della città di Siracusa”, è stato presentato nelle giornate di studio in memoria di Gioacchino Lena e Roberto Mirisola, a cura di Lorenzo Guzzardi e Carmelo Sgandurra.

       

L’iniziativa si muove nel solco dell’impegno civile di Roberto Mirisola, il geologo che per primo immaginò una forma di tutela specifica per questa fascia costiera. Il progetto punta a valorizzare 4 chilometri di litorale, trasformando la pista ciclabile in un itinerario “geoarcheologico” d’eccezione, scandito da quattro tappe fondamentali.

I quattro “Stop” dell’itinerario: un patrimonio da scoprire

Il percorso si snoda dalla Chiesa dei Cappuccini fino alla località Punta Zuppaglio, offrendo scenari che spaziano dalla geologia pura all’archeologia industriale e antica.

  1. La barriera corallina fossile (Stop 1): A soli 100 metri dalla pista affiora una meravigliosa scogliera fossile a coralli risalente a circa 7 milioni di anni fa. Con un’estensione di 2.000 metri quadrati, questo sito testimonia un “periodo caldo” in cui le acque siracusane ospitavano barriere coralline simili a quelle delle attuali zone tropicali.

  2. Le grotte e i giganti del passato (Stop 2): Lungo l’attuale falesia si susseguono cavità marine (come le Grotte della Molinara, Due Paperi, la grotta Scuzaria e la Grotta Perciata), e tutte le altre a quote superiori, preziose sentinelle del livello del mare durante il Quaternario. Qui, le esplorazioni dell’Ottocento rinvennero resti paleontologici di inestimabile valore, tra cui le ossa degli elefanti nani (Elephas mnaidriensis), oggi custodite a Vienna.

  3. Le sorgenti e le scale nella roccia (Stop 3): Il percorso intercetta l’acquifero costiero siracusano. Presso la sorgente “Acqua Colombe” è ancora visibile una scala scavata nella roccia che scende fino al mare, unendo l’idrogeologia alla maestosità delle mura dionigiane del IV secolo a.C., edificate con blocchi estratti in situ e visibili proprio nei pressi della sorgente.

  4. I segreti del vulcano sottomarino (Stop 4): Oltre Capo Santa Panagia, la costa rivela le sue radici più antiche: le vulcaniti del Cretaceo (circa 80 milioni di anni fa). Qui si osservano i “dicchi”, fessure di risalita della lava basaltica che testimoniano un’epoca in cui la costa orientale siciliana era un arcipelago di vulcani sommersi.

   

Oltre la geologia: identità e legalità

Nonostante l’enorme valore scientifico, la provincia di Siracusa vanta oggi solo quattro geositi (Grotta Monello, Grotta Palombara, Complesso speleologico Villasmundo-S.Alfio e il Diatrema di Costa Giardini) riconosciuti a livello regionale. “L’amministrazione potrebbe posizionare cartellonistica specifica nei punti di sosta”, suggeriscono Arena e Scicchitano. L’obiettivo è ambizioso: rendere la comunità consapevole che la bellezza di Siracusa non finisce dove inizia la scogliera; in quella roccia è scritta la sua identità più profonda.

Il Geosito non è fatto solo di pietra. L’areale include le tracce di un villaggio neolitico a Santa Panagia e le ex postazioni doganali del Novecento. È un paesaggio modellato dal tempo e dall’uomo che richiede protezione: l’istituzione del Geosito permetterebbe di applicare norme di salvaguardia contro il degrado e l’abusivismo, promuovendo un turismo sostenibile, consapevole e colto.

La sfida amministrativa e civile

L’itinerario del Geosito non è solo una classificazione scientifica geologica, ma un’occasione irripetibile per riscoprire la storia archeologica millenaria che pulsa sotto i nostri piedi. Lungo la pista ciclabile, infatti, incontriamo antiche carraie solcate nei secoli, tombe a fossa e resti di acquedotti dimenticati. Sfioriamo le mura dionigiane attraversate dall’antica scala greca — le stesse mura che proteggevano la Pentapoli, cuore della Siracusa greca — e poi la Tonnara di Santa Panagia e l’oratorio rupestre, il misterioso Trogylos, e una costa frastagliata scolpita dal tempo.

Tutto questo esiste ancora, ma rischia di svanire nell’indifferenza. Basterebbe poco per trasformare questa visione in realtà: installare pannelli descrittivi, offrire informazioni accessibili e permettere a chi passa di fermarsi, osservare e finalmente capire. La pista ciclabile non è solo un’infrastruttura di trasporto, è un museo a cielo aperto. Sta a noi decidere se lasciarlo nell’ombra o trasformarlo in un’occasione di orgoglio, conoscenza e cura per la nostra città.

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