Il pomeriggio del 23 marzo, il leader dei Cinque Stelle Giuseppe Conte, in visibilio per la valanga di No che ha seppellito la riforma della giustizia voluta dal Governo Meloni, ha rilanciato in un’intervista le primarie del centrosinistra. La leader del Pd Elly Schlein ha risposto subito: io ci sto, anche se nei giorni successivi è prevalso un atteggiamento attendista. Il responsabile organizzativo Igor Taruffi ha detto in un’intervista al Corriere della Sera del 7 aprile, che “le primarie non sono l’unico strumento e comunque non è questo il momento di discuterne”. Il Partito Democratico, dopo il sì iniziale, prende tempo in attesa che siano chiari gli elementi di contesto.
Le primarie servono a scegliere l’eventuale capo del governo in caso di vittoria alle Politiche del prossimo anno. Non sono l’unico modo per sceglierlo. Ad esempio nel sistema elettorale inglese e in quello tedesco, il candidato premier è il capo del partito che, all’interno della coalizione vincente, prende più voti (nel sistema inglese, sostanzialmente bipartitico, la scelta è automatica). Questa opzione non trova però il consenso di tutta la coalizione e pertanto, allo stato delle cose, è impraticabile.
Altra opzione potrebbe essere l’accordo preventivo su un nome fra tutte le forze politiche alleate. Neanche questa opzione oggi è praticabile in quanto, come quella precedente, non è condivisa da tutti.
Fatte queste premesse, possiamo tirare una prima conclusione: le primarie nel nostro caso appaiono inevitabili – a prescindere dal giudizio di gradimento o di contrarietà che ciascuno può esprimere – per il fatto che ci sono almeno due aspiranti (Elly Schlein e Giuseppe Conte) alla premiership e che nessuno dei due sembra disponibile, per ragioni comprensibili, a fare un passo indietro a favore dell’altro. Ripetiamo: allo stato delle cose.
Se poi a contendersi la leadership saranno più di due candidati e in particolare se per il Pd, oltre alla segretaria, correrà anche un esponente della minoranza o della stessa maggioranza, mentre i Cinque Stelle punteranno solo su Conte, si renderà necessario il ballottaggio fra i primi due, sempreché all’interno della coalizione non ci sia qualcuno che si impunti sul turno unico. Il doppio turno è un elemento di contesto.
Altro elemento di contesto. L’esperienza insegna che, per evitare incursioni esterne, è utile definire la platea degli elettori, ammettendo al voto, oltre ai tesserati ad un partito della coalizione e agli eletti in una lista ad essa aderente, tutti coloro che sottoscriveranno un’apposita dichiarazione attestante di essere elettori del centrosinistra. Personalmente diffido da chi, per ampliare la partecipazione dei cittadini, è favorevole a far votare chiunque si presenti ai gazebo. Le primarie sono una cosa seria e devono svolgersi, per quanto possibile, in un clima di trasparenza e correttezza.
C’è un altro punto dirimente. Prima delle primarie, è necessario che le forze politiche facenti parte dello schieramento concordino il programma fondamentale della coalizione sia per ragioni identitarie e sia per impegnare il candidato che le vincerà, chiunque sia, a rispettarlo.
Più delle regole, pur necessarie, conta la consapevolezza del centrosinistra di poter vincere le prossime elezioni politiche, purché prevarrà la compattezza della coalizione e la generosità sugli egoismi. Bisogna costruire un campo davvero largo, aperto alle espressioni della società civile e a quel mondo giovanile che ha contribuito con entusiasmo alla vittoria del No e che chiede spazio partecipativo e ascolto. Una parte significativa del programma dovrà dare risposte concrete e credibili alle aspettative dei giovani. Se ci sarà fair play e spirito unitario, le primarie, che per loro natura hanno un carattere divisivo, potranno essere un’occasione importante per invogliarli alla partecipazione e per suscitare l’entusiasmo di quella parte del Paese che vuole voltare pagina.

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