Si è spenta il 4 aprile 2026 all’età di novantanove anni Paola Pelagatti, una delle figure più autorevoli dell’archeologia italiana, e con lei si chiude un capitolo che non appartiene soltanto alla storia della scienza antiquaria, ma alla storia stessa del Mezzogiorno e della Sicilia orientale, di quella terra che ella aveva scelto — con la serietà di chi compie un atto irrevocabile — come patria intellettuale e come campo di battaglia civile. La sua scomparsa lascia un vuoto che non è colmabile, perché certi maestri non formano soltanto discepoli: forgiano paesaggi. E il paesaggio archeologico della Sicilia sud-orientale, da Camarina a Siracusa, da Castiglione di Ragusa alle necropoli arcaiche del ragusano, porta impresso, in modo indelebile, il segno della sua intelligenza e della sua tenacia.
Allieva di Luciano Laurenzi all’Università di Bologna, Pelagatti aveva iniziato la sua carriera alla Scuola Archeologica Italiana di Atene, partecipando negli anni Cinquanta agli scavi di Festòs diretti da Doro Levi. Fu quella scuola ateniese — crocevia di una generazione eccezionale di studiosi europei — a formare in lei la coscienza del metodo, la severità del dato stratigrafico, il rispetto per la complessità dei contesti. Era stata Semni Karouzou, epimelitria al Museo Archeologico di Atene, a presentarle quell’ambiente di ricerca, in una stagione in cui l’archeologia mediterranea viveva una delle sue stagioni più feconde e più avventurose. Di quegli anni ateniesi e cretesi ella conservò, per tutta la vita, la disciplina dello sguardo e l’abitudine alla fatica sul campo.
Ma è con Luigi Bernabò Brea che la traiettoria di Paola Pelagatti si fa parte di una storia più grande. Essa lavorò fianco a fianco con Bernabò Brea, che definì «il più grande studioso della preistoria siciliana», e ne fu la successore naturale alla guida della Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Orientale. Bernabò Brea aveva affidato importanti lavori ai suoi collaboratori più fidati, tra cui Paola Pelagatti, Giuseppe Voza e Madeleine Cavalier, costruendo attorno a sé una scuola di straordinaria coerenza scientifica. Pelagatti raccolse quell’eredità non come epigona, ma come interprete autonoma e rigorosa: seppe proseguire dove il Maestro aveva aperto il sentiero, e aprirne di nuovi laddove il terreno era ancora vergine. Ella stessa ebbe a confessare: «Credo di aver imparato da lui il mestiere dell’archeologo della Soprintendenza, mestiere diverso da quello nell’Università, dove ci sono sempre più teorici». In queste parole è racchiusa tutta la differenza tra la scienza come esercizio accademico e la scienza come responsabilità pubblica: un’etica del lavoro che Pelagatti incarnò fino alla fine.
Ella ricoprì il ruolo di Soprintendente alle Antichità della Sicilia Orientale, del Piemonte e dell’Etruria Meridionale, percorrendo dunque l’Italia da Nord a Sud con la stessa dedizione istituzionale. Insieme a Bernabò Brea contribuì al progetto espositivo e all’allestimento del Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa — entrambi già Soprintendenti e Direttori del Museo nella sede storica— quel museo che rimane ancora oggi uno dei più importanti dell’intera area mediterranea e che deve alla loro visione comune la sua impostazione scientifica e museografica. Fu tra le prime in Italia a introdurre metodologie di scavo stratigrafico aggiornate, accompagnando ogni intervento con una registrazione meticolosa dei materiali, e il suo lavoro ha prodotto monografie, articoli, cataloghi museali e contributi scientifici che ancora oggi rappresentano punti di riferimento per studiosi e ricercatori.
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Siracusa, in particolare, deve a Paola Pelagatti qualcosa che trascende la pur enorme mole degli scavi e delle pubblicazioni, e appartiene alla storia più profonda della città come comunità civile. Ella giunse alla Soprintendenza aretusea come erede di una triplice genealogia — Paolo Orsi, il fondatore; Bernabò Brea, il ricostruttore del dopoguerra; e lei stessa, che quella tradizione seppe rinnovare senza tradirla — e il solo fatto di aver tenuto insieme queste tre stature in continuità scientifica e istituzionale è già, di per sé, un contributo storico di primo ordine. Fu profonda conoscitrice dei Taccuini di scavo di Paolo Orsi quei manoscritti nei quali si stratifica l’intera memoria della ricerca siciliana dall’Otto al Novecento — e ne curò la valorizzazione con lo stesso rigore con cui conduceva le campagne di scavo, convinta che custodire il metodo di un grande predecessore fosse un atto di responsabilità verso il futuro non meno urgente della scoperta medesima. Il Museo Paolo Orsi nel giardino di Villa Landolina, inaugurato nel 1988 dopo anni di lavoro preparatorio, è in larga misura il monumento visibile di questa continuità: esso offre al visitatore il risultato dell’intensa attività di scavo condotta da Paolo Orsi, Luigi Bernabò Brea, Paola Pelagatti e Giuseppe Voza nella Sicilia centro-orientale , e la sequenza di quei quattro nomi non è una formula protocollare ma la mappa fedele di una tradizione scientifica che Pelagatti contribuì a costruire mattone su mattone, reperto su reperto, sala su sala. Chi percorre oggi le sezioni dedicate alla preistoria sicula, alle colonie greche, alle necropoli arcaiche cammina, senza saperlo, in uno spazio intellettuale che ella ha in parte disegnato. Le ricerche condotte dalla Soprintendenza a Castiglione di Ragusa — prima sotto la direzione di Antonino Di Vita, poi di Paola Pelagatti — aprirono alla comprensione di un territorio di frontiera tra il mondo indigeno siculo e quello delle poleis greche: un tema che ella seppe leggere con sensibilità moderna, intuendo in quelle zone di contatto e di scambio una complessità culturale che la storiografia successiva avrebbe confermato e approfondito.
Il suo nome è legato in modo particolare a Camarina, l’antica città greca sul litorale ragusano, dove condusse campagne di scavo che illuminarono la necropoli arcaica e i resti della città storica con una precisione metodologica che divenne modello per la disciplina intera. Il Comune di Ragusa le conferì nel 2017 la cittadinanza onoraria, riconoscendole meriti speciali legati allo studio e alla valorizzazione dell’antica Kamarina. Non era un onore puramente simbolico: era il riconoscimento di un debito reale, contratto da una comunità verso chi aveva restituito alla luce, con la propria fatica intellettuale e fisica, le radici della sua identità più antica.
La sua attività accademica la vide professore ordinario all’Università della Calabria e poi all’Università della Tuscia, dove promosse iniziative pionieristiche contro gli scavi clandestini e per il rientro dei beni trafugati dall’Italia. Anche su questo fronte civile Paola Pelagatti non conobbe acquiescenza: comprese che tutela e ricerca sono due facce della medesima responsabilità, e che l’archeologo che tace di fronte al saccheggio tradisce non soltanto la scienza, ma la comunità che quella scienza deve servire. Nel 2002 fu nominata Accademica Nazionale dei Lincei nella Classe di Scienze Morali, categoria Archeologia — il massimo riconoscimento che la cultura italiana sappia conferire — e fu membro dell’Istituto Archeologico Germanico, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, dell’Istituto di Studi Etruschi.
Accade raramente che una vita scientifica si dispieghi con tale coerenza su quasi un secolo: dalla Scuola di Atene negli anni Cinquanta alle lectiones magistrales sull’urbanistica delle città greche di Sicilia tenute ancora nell’ultima stagione, il filo non si spezzò mai. Paola Pelagatti appartiene alla grande genealogia degli archeologi meridionali — da Paolo Orsi a Luigi Bernabò Brea, da Antonino Di Vita a Giuseppe Voza — che intesero il lavoro sul campo come forma suprema di fedeltà al territorio e alla memoria collettiva. Ella fu degna di quella genealogia, e la onorò con ogni pagina scritta, con ogni strato di terra riportato alla luce, con ogni reperto restituito alla cognizione pubblica anziché lasciato alla rapacità del mercato clandestino.
La Sicilia orientale, Siracusa, Camarina, Ragusa Ibla: luoghi che ella ha amato con la precisione di chi conosce ogni pietra e la intende come documento. Ci restano le sue pubblicazioni, i suoi scavi, i musei che ha contribuito a costruire e a ordinare. Ci resta, soprattutto, l’esempio di una vita dedicata a ciò che non si vede — la stratificazione del tempo, la pazienza della terra, la tenacia con cui il passato resiste all’oblio — e resa visibile, a vantaggio di tutti, grazie alla sua intelligenza e alla sua incrollabile serietà di studioso.

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