Sabato 24 maggio, a Niscemi, ho partecipato, in qualità di relatore – insieme a psichiatri, sociologi, operatori di comunità di recupero sociale, assistenti sociali, Dirigenti scolastici, funzionari, ecc. – ad un Convegno nazionale sul “Disagio giovanile”. Si è trattato di un’occasione formativa per giovani operatori del settore. Il Convegno si è svolto presso la “Comunità LED” che opera in un qualificato centro posto in un’area immediatamente esterna al Comune di Niscemi, in un contesto urbano che conferisce al luogo un clima di serenità. Il Convegno di Niscemi ha costituito un momento significativo di confronto, esperienze, indicazioni e proposte alle Istituzioni.
Il tema del “Disagio giovanile” costituisce un’insorgenza civico-politica ineludibile. Di più: ha acquisito nel corso di questi ultimi anni un tratto dirompente e carico di accelerazione. La qualità della formazione dei giovani investe il loro futuro. Futuro che è già adesso: peraltro, carico di inquietudine e incertezze. Infatti, nel vivo del loro percorso di individuazione, di costruzione del “Novum” e di espansione del desiderio e della corporeità, in quest’ultimo quinquennio, il loro essere nel mondo è stato investito dall’intreccio di tre grandi crisi: ambientale, pandemica, bellica. E se è il “tempo”, la proiezione nella temporalità a permettere la ricerca e l’opportunità del futuro, le tre crisi sopradette hanno ingenerato l’impressione che la crisi sia una dimensione permanente, dalla quale è impossibile uscire. Da qui, uno stato di ansietà crescente che investe la stessa nozione di futuro. Il dubbio, addirittura, che un futuro possa esistere.
Fuori dalla continuità che lega le generazioni, i ragazzi si muovono su una striscia di terra sempre più sottile: esterna tanto al passato che al futuro. Abitano un presente senza radici e prospettive, schiacciato su se stesso. Allorché alla scomparsa del futuro si aggiunge una frattura profonda col passato, a venire meno è la dimensione storica. Le profonde trasformazioni – economiche, politiche, sociali, tecnologiche, comunicative ecc. –, di fine ‘900 e inizio del nuovo millennio, hanno configurato i tratti decisivi e significativi di una nuova epoca: di più, di una vera e propria “svolta” epocale. La Liquidità è diventata, lungo questi decenni, la parola-chiave che ha offerto la comprensione della nuova epoca globale e la dinamica esplicativa delle forme della soggettività.
Non a caso, il “navigare” nella rete – web, social, ecc. – ne costituisce la cifra più liquida, conferendo il timbro fenomenologico al loro tempo, come pure al tempo di ciascuno di noi. Il Rapporto Censis del 2017 individuava nel “rancore” e nel “risentimento” le prevalenti tonalità emotive della nostra società, effetto del diffondersi di una crisi materiale e valoriale, mentre il flusso vitale ed esperienziale veniva totalmente catturato dalla connessione permanente nel web, travasandosi nei linguaggi dei social ed inscrivendo tutti nel clima di banalizzazione dei saperi, fake-news, irretimento linguistico.
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Ma alla strettoia del tempo, ne dobbiamo aggiungere un’altra che è relativa allo “spazio”. Ѐ vero che nel mondo globalizzato, la possibilità di movimento sembra essersi enormemente allargata – una sorta di “spazializzazione dell’esperienza”. Ma ciò riguarda più che lo spazio reale, quello virtuale. Lo stesso termine “navigare in rete” ha un significato legato, anziché al mare, al mondo digitale: da qui, quell’analogia al termine “liquidità”, di Bauman, cui accennavamo, che dà la misura del fatto che la rete, i social, dopo l’illusione iniziale che fossero e istituissero “comunità”, sono e rimangono luoghi liquidi di partecipazione spaesata. I social più che creare comunità solide, individualizzano le relazioni occasionali – pur estendendo ampiamente le opportunità –, ma non costruiscono comunità solide.
Nei social, infatti, la dimensione dello spazio è al contempo presente e assente. Chi naviga in Internet si trova fuori da uno spazio determinato (solido, fisico, quello in cui tutti noi ci siamo formati), cioè in un ambiente che non rimanda a luoghi definiti, ma a “Non-luoghi” da cui appare impossibile uscire, perché così come non c’è un “Dentro”, non c’è neanche un “Fuori”. Piuttosto che un allargamento, o un’estensione, si ha solo un rattrappimento dell’esperienza vitale, o una evanescenza delle relazioni.
Le “relazioni” si sono impoverite o appaiono sempre più segnate dalla diffusione di umori sociali carichi di forme di attrito, mentre un senso di smarrimento o insignificanza, forme di disincanto o disaffezione, ribellismo impotente o ritiro impolitico dallo spazio pubblico-politico accentuano la regressione politica e culturale in atto. In questo contesto prosperano le narrazioni ideologiche finalizzate a promuovere tentazioni di una chiusura identitaria, pescando nel clima di crisi e di ritiro sociale dalla partecipazione democratica. L’esperienza comunicativa ha così schiacciato in un “presentismo immobilizzante” le tonalità emotive dei ragazzi di oggi, privandoli di un orizzonte di “futuro”.
Il termine “presentismo immobilizzante” va colto nella sua profondità e nel suo “duplice” significato. I suoi effetti non esprimono un unico verso, un’unica forma d’agire o di inazione. “Stasis” è la parola greca che traduce/significa, ad un tempo, “immobilismo” – che per analogia traduciamo in indecisione, incapacità o “non decidere”: cioè, una “stasi” – così come “Stasis”, vuol dire anche “guerra civile”, distruzione totale di tutte le parti in lotta. Ecco che il termine ha questo doppio significato/effetto: “Stasis” – sia immobilismo che guerra. Se applichiamo il termine per cogliere lo stato interiore del soggetto, il substrato psicologico del giovane o dei ragazzi, è evidente che il passo è breve perché si passi dall’immobilismo allo scontro estremo – con se stessi o contro altri o le altre – sì che un ragazzo, un giovane diventi preda o di chiusura in se stesso o di atti distruttivi. La questione del “Disagio giovanile” costituisce oggi uno dei nodi decisivi della politica.
Una conclusione finale: Cosa fa la nostra comunità sulla questione del “disagio giovanile”? Quali sono i luoghi in cui ci si interroga sul disagio dei giovani? Quanta consapevolezza vi è nei nostri Amministratori – Comuni, Scuole, Istituzioni, partiti, corpi sociali, ecc.? Quali iniziative si sono svolte, si prendono, sono in corso, si intende organizzare, ecc. per affrontare il tema, la questione del disagio giovanile? Questa è la domanda decisiva della politica contemporanea e della “politica culturale” di una comunità, di ogni comunità – anche delle comunità politiche e di ogni Istituzione.

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