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MAZZARONA, TRA CCR E DEGRADO E IL COMUNE CHE VOLTA LE SPALLE

La storia, le dinamiche, le problematicità e le opportunità che contraddistinguono il quartiere Mazzarona sono da sempre oggetto di interesse, ricerca e riflessione da parte di una porzione di abitanti della città di Siracusa, e non solo. Tra queste persone ci sono, oggi, tra gli altri, la consigliera Sara Zappulla, Chiara, volontaria e Lucia Buonconsiglio, portavoce del Comitato Riqualificazione Mazzarrona, nato tra i palazzi del quartiere contro la realizzazione del CCR (Centro Comunale di Raccolta).

Nonostante la contrarietà degli abitanti, l’Amministrazione Comunale ha portato avanti il progetto del CCR, iniziando i lavori in sordina in Via Luigi Sturzo, ignorando quindi il parere dei residenti. La risposta del quartiere è stata una manifestazione partecipata da oltre 400 persone, che hanno ribadito di non essere contro il CCR in sé, ma contro la sua collocazione nel cuore del tessuto abitativo. La manifestazione ha anche dato visibilità alle numerose promesse mai mantenute dal Comune. Il Comitato nasce ufficialmente in quell’occasione, ma esisteva già nelle azioni quotidiane e silenziose di tanti abitanti. Come Chiara, che ogni giorno lega sacchi per i rifiuti nelle panchine dell’aiuola tra via Sturzo e la chiesa, comprandoli di tasca propria. I frequentatori del posto rispettano quel gesto e usano i sacchi, supplendo così all’assenza di attenzione dell’amministrazione.

Durante una passeggiata nel quartiere, Lucia e Chiara mostrano un’area incolta, invasa dalle erbacce: è la piazzetta appena consegnata dal Comune, simbolo di un’ennesima riqualificazione solo promessa e sempre incompiuta.

Leggo quello che viene scritto sui giornali locali, sui social, ascolto le parole di Lucia e Chiara, cammino per quelle strade, vedo costruzioni, erbacce, palazzi, con la loro lente di ingrandimento. E una cosa, tra tutte quelle che ci diciamo, mi fa arrabbiare più della piazzetta, più della spazzatura, più del CCR. “Non è possibile che i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze della Mazzarona si debbano vergognare di dire da dove vengono”. E’ un pensiero semplice, quasi banale, oserei dire. Non intendo scomodare le dichiarazioni normative internazionali, né la nostra Carta costituzionale ma, se ce ne fosse bisogno, consiglio la lettura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e della Costituzione Italiana, soprattutto i primi articoli.

Esiste, infatti, un principio perfettamente sancito, secondo cui sono le istituzioni pubbliche a doversi fare carico dell’interesse generale. Adesso, mi sembra legittimo sostenere che la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza rientri nel mare magnum dell’interesse generale, così come la garanzia dei diritti fondamentali di queste stesse categorie. E mi sembra altrettanto legittimo sostenere che anche la tutela ambientale e la salute rientrino in questa area di interesse generale.

Il Comune, che forse ha dimenticato di essere una pubblica istituzione, ha spiegato alla cittadinanza che il CCR in Via Luigi Sturzo serve a risolvere il problema delle discariche abusive, di cui attribuisce gran parte della responsabilità agli abitanti stessi della Mazzarona. Peccato che il 48% degli abitanti di Siracusa non paga la Tari e non può quindi conferire i rifiuti al centro comunale di raccolta e che il numero di abitanti del quartiere Mazzarona è solo di 8000 persone, ovvero appena il 6,5% degli abitanti di Siracusa. L’Amministrazione Comunale, in barba al principio di uguaglianza, esercita un’aperta azione di discriminazione nei confronti del quartiere Mazzarona, negando persino i sacchetti dell’immondizia, con la purtroppo nota scusa del “tanto qui tutto quello che facciamo o lo rubano o lo rompono”. Ecco, io una frase del genere non la giustificherei nemmeno pronunciata da un idiota al bar, e invece tocca sentirla dagli amministratori comunali. Ammesso e non concesso che fosse la verità, che in quel quartiere spariscono i sacchetti della spazzatura, che le piazzette piacciono di più con l’erba alta un metro e senza panchine da vandalizzare, che la polvere di amianto sia giusto lasciarla così almeno i ragazzi vanno a fare altrove i loro bagordi, la creazione e perpetuazione delle disuguaglianze non è tra i compiti e tra i principi che dovrebbero muovere l’azione di un comune.

E’ vero che in un quartiere periferico storicamente attanagliato da povertà e criminalità, sorgono delle discariche abusive, è vero che alcune opere materiali sono state vandalizzate, è vero che si verificano dei furti. Ma il compito dell’Amministrazione è lavorare per risolvere tali problematiche, agire per la promozione di una cultura della legalità, realizzare percorsi educativi, sostenere il quartiere verso un cambio di passo, servirsi – nel senso migliore del termine – del tessuto sociale già attivo e radicato.

L’ìstituzione pubbica che insulta, offende, ridicolizza e ghettizza i suoi abitanti, è un’istituzione fallita, nel vero senso della parola. Né sfilate di moda, né mega cartelloni pubblicitari, né mostri da crociera, né millantati miliardi da guadagnare, niente di tutto ciò dovrebbe alleggerire la coscienza di uomini e donne che hanno deliberatamente deciso di voltare le spalle alla propria funzione pubblica.

Quando sono passata dall’essere un’adolescente all’essere una giovane ragazza, complici i miei studi fuori dalla Sicilia, ho capito che la porzione di persone che si interessavano delle periferie (della mia città, del mondo, dell’umanità) non corrispondeva alla totalità delle persone presenti sulla faccia della Terra. E’ stato un duro colpo, certo, ma per anni sono stata convinta che quella porzione, seppur piccola, aveva il potere di cambiare le cose. Nella mia formazione accademica e professionale, quella porzione era formata dalle istituzioni, primi tra tutti i Comuni, e dalle organizzazioni della società civile. Ho imparato che la co-programmazione e la co-progettazione sono alla base di un’azione pubblica giusta ed efficace, che l’Amministrazione Comunale che chiama a raccolta la società civile per rispondere ai bisogni locali è un’amministrazione forte, illuminata e che spesso versa in acque economicamente e legalmente migliori di chi non segue questa strada. Ho conosciuto i patti di collaborazione per la gestione dei beni comuni, e li ho ritrovati in ambiti e contesti che non avrei immaginato.

Ho studiato le cooperative di comunità e le comunità energetiche, che presentano spesso una compagine societaria che vede agire congiuntamente e sullo stesso piano associazioni, Comuni, singoli cittadini di ogni età, genere e classe sociale. Ho imparato tutto questo fuori dai confini della mia città, con l’ambizione di contaminarla.

Poi, quando sono tornata qualche anno fa, ho fatto un’ultima, grande scoperta, che la consigliera e mia amica Sara Zappulla mi conferma nella sua lettura della vicenda CCR. Nella mia città (e non solo, per carità) la società civile che vuole rispondere ai bisogni dei cittadini non è chiamata a co-programmare e co-progettare gli interventi con l’Amministrazione Comunale. E deve vivere, lavorare, lottare, con la chiara consapevolezza che la sua azione non solo non sarà supportata dall’istituzione, ma che addirittura sarà da questa attaccata, osteggiata, minacciata costantemente.

Nel Contratto Sociale, Rousseau spiega che la forza dello Stato sta nel fatto che ogni essere umano, al momento della sua nascita, cede un pezzo della propria libertà allo Stato in virtù della protezione che questo gli concederà per tutta la durata della sua vita. Non si sorprenda, allora, la nostra Amministrazione, se gli uomini e le donne di questa città decideranno – presto o tardi – di riappropriarsi della propria libertà, resistendo ai soprusi e agli abusi di un’istituzione democratica che confonde se stessa con un’oligarchia.

(foto copertina: Caterina De Benedictis)

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