A Milano fra il 2021 e il 2023 sono state circa 170 le persone morte ‘per solitudine’, secondo il Comune settantenni, laddove si è calcolato che la media per chi vive in città consente di arrivare ad 84 anni. E questo fa capire quanto la solitudine pesi e possa incidere a prescindere da altri fattori. Un fenomeno presente in tutta Italia che va crescendo significativamente. Inoltre lo Stato è tenuto a individuare entro il sesto grado di parentela gli eredi scavando nei registri, parrocchie, ecc. così ci si è trovati davanti a fatti sconvolgenti.
Nella trasmissione “Presa Diretta”, dedicata proprio a questo nuovo ‘segno dei tempi’, si è evidenziato come, per trovare gli eventuali eredi, per norma entro il sesto grado di parentela, occorra andare a scavare dentro vecchi registri comunali e delle parrocchie. Un’addetta del Comune di Milano ha detto che, negli ultimi vent’anni, hanno ritrovato anche fratelli non più in contatto da decenni con la persona scomparsa che non hanno voluto accettare alcuna eredità, sia immobiliare che di conti correnti, e parliamo di cifre che superavano anche i 200mila euro in alcuni casi. “Ci troviamo con una montagna di proprietà e nessuno a cui assegnarle” ha commentato.
Una ricerca che ha incrociato i vari dati (anagrafe, statistiche sulla ricchezza elaborate dalla Banca d’Italia) ha calcolato il valore presumibile dei patrimoni senza eredi: 170 miliardi di euro per il 2030 e 500 miliardi per il 2040, e siccome chi muore con un testamento è solo il 12%, la grossa parte va allo Stato.
Un’altra ricerca del 2015 di Eurostat, elaborata da Infodata, segnala che il 13,5% degli italiani over 16 non ha nessun parente a cui chiedere aiuto, contro la media europea del 6%. Secondo il rapporto annuale Istat 2018, circa 3 milioni di persone hanno dichiarato di non avere una rete di amici, né di sostegno, e 8,5 milioni di persone vivevano da sole. Il risultato è che il 55% degli italiani non ha amici e un terzo non ha parenti. Con questi numeri siamo i primi assoluti in Europa.
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Nel 1967 è nato il servizio di “telefono amico” per combattere le esperienze di isolamento sociale. Oggi i volontari sono più di 600 in tutta Italia. Mediamente ogni operatore non deve superare le tre ore di ‘assistenza telefonica’ per il peso psicologico ed emotivo di queste conversazioni, spesso struggenti. “Riceviamo oltre 100.000 contatti all’anno e sono in crescita – ha affermato un’operatrice di Milano – Sono persone tra i 36 e i 55 e cercano qualcuno con cui parlare di sé, hanno bisogno di vivere rapporti nei quali ci siano spazi e relazioni significativi”.
Così il telefono si trasforma in un mezzo utile per ristabilire un contatto con sé stessi e con il mondo attraverso una voce amica. Chi chiama può soddisfare il desiderio urgente d’essere ascoltato e di esprimere i propri stati emotivi senza la preoccupazione o paura delle conseguenze delle proprie confidenze. La relazione telefonica è libera da pregiudizi e mira ad aiutare la persona a risolvere o gestire il proprio problema, restituendole fiducia. I volontari di Telefono Amico sono disponibili ad ascoltare in qualsiasi situazione ogni persona in difficoltà o desiderosa di compagnia.
Nell’attuale società è facile osservare da un lato la difficoltà nel creare legami autentici e dall’altro l’indisponibilità sempre maggiore a farci carico degli altri e sostenerne i pesi emotivi. È così che a pagarne le spese ci sono le persone più fragili.
Anche qui a Siracusa sono tante le persone che vivono in disparte, che rifuggono ogni contatto o tentativo di avvicinamento. Così come sono tanti gli anziani, molti dei quali affidati esclusivamente a badanti o a volontari per alcune ore. È un rapporto che fa tanto, ma la solitudine si fa sentire di più anche per loro nei lunghi periodi in cui le badanti sono in ferie e i parenti lontani. Eppure, basta andare a portare un piccolo pensiero, passare un’ora di lettura con loro e quei volti s’illuminano.
Ma la solitudine ha anche conseguenze drammatiche sulla salute: ci si ammala prima e di più, cambia la nostra fisiologia a cominciare dalla nostra testa.
In vari centri di ricerca nel mondo i ricercatori hanno capito come reagisce il cervello quando inizia una solitudine cronica. Si è scoperto che una specifica regione del cervello “l’ippocampo” produce la stessa sensazione/risposta di quando si è affamati. Senza abbracci o contatti, il nostro cervello risponde nello stesso modo.
Così l’ippocampo si riduce del 7% di volume e avviene un invecchiamento più veloce del cervello, la persona sola invecchia di un anno in più rispetto a quella che ha relazioni parentali e/o amicali. Inoltre, quest’accelerazione nell’invecchiamento è connessa a un più alto rischio di sviluppo di demenza, declino cognitivo, diabete, malattie cardiovascolari, ictus, ansia. Aumenta così il rischio di morte precoce (del 26%). Tutto ciò perché con la solitudine il cervello deve lavorare di più per difenderci da potenziali minacce.
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La stessa Oms ha deciso di dichiarare la solitudine un problema di salute pubblica globale e ha creato una commissione dedicata perché nei prossimi tre anni il problema venga riconosciuto e finanziato come una priorità sanitaria.
Oggi un quarto della popolazione globale si sente molto o abbastanza solo, e il nostro governo dovrebbe iniziare a preoccuparsene invece di tagliare gli investimenti nella sanità, agendo sulla prevenzione prima che gli interventi necessari non producano essi stessi un aumento dei costi per l’assistenza che comunemente va data.
C’è un Paese che ha fatto molto, è l’Inghilterra. Nel suo governo c’è il ministro della solitudine. I medici di base oltre alle ricette per i farmaci possono prescrivere anche attività terapeutiche contro la solitudine. Da oltre 10 anni esistono “gli specialisti di prescrizione sociale” figure che lavorano a fianco ai medici. Davanti a persone che non si parlano affatto o vorrebbero farlo di più, questi operatori li aiutano a farlo oppure l’indirizzano a gruppi di camminate, incontri, conversazione al bar ecc. Poi per alleviare la solitudine riescono a mobilitare tutta la comunità, formano gruppi di persone prima sole che vanno a cercare altri per diffondere il programma. Così si collegano legami spezzati. È una cosa molto semplice, ma potente quella della prescrizione sociale in Inghilterra. Grazie a questa rete anti solitudine c’è gente che esce di casa più contenta, meno depressa e va a frequentare attività sociali. I risvolti sono significativi. Infatti, affermano medici inglesi, “prima alcuni pazienti, che non avevano buone relazioni sociali, amplificavano anche un semplice dolore al ginocchio chiedendo assistenza, adesso con gli operatori si è visto che dal 2013 al 2017 i ricoveri ospedalieri d’emergenza nella città dove è partito questo metodo sono diminuiti del 14%, mentre nel resto della Contea sono aumentati quasi del 29%. È un approccio molto conveniente per il Servizio Sanitario”.
Ma la solitudine riguarda anche i più giovani. Se analizziamo l’odierna società troviamo che i giovani, pur vivendo in tempi di ipercomunicazione e iperconnessione, si sentono egualmente soli. Sappiamo che fare esercizio fisico costantemente è salutare. Per le relazioni vale la stessa cosa. Dobbiamo continuare a creare connessione, deve diventare una pratica da fare regolarmente. Invece siamo diventati analfabeti relazionali e ci riempiamo la vita con prodotti che ci allontanano dai rapporti. Questo perché il mercato capitalistico vuole incontri senza contatti, immaginare città senza che le persone interagiscono dove con un click si decide in quale mondo virtuale giocare e stare per ore senza nessun incontro. Si è giunti al pensiero della diversità che può creare delle ferite, allora meglio ridurre i luoghi pubblici dove interagiamo.
Possiamo affermare che esiste un’apatia generale che ha colpito l’Italia facendolo diventare un Paese di spettatori sempre alla finestra che non partecipano alla vita pubblica, neppure nel trovare l’ora per andare a votare.
Il dottor Camillo Mara, direttore della clinica della memoria del Policlinico Gemelli di Roma, dichiara che le varie forme di demenza rappresentano oggi la più importante emergenza clinica nella popolazione: “Sono un milione e mezzo le persone affette da declino cognitivo, destinate a diventare 3 milioni nel 2050, e tra i fattori di rischio c’è la solitudine di cui non c’è consapevolezza da parte dei pazienti. Così il paziente arriva tardi da noi, mentre ci sarebbe bisogno di prevenzione. E noi abbiamo delle terapie che possono bloccare o rallentare la progressione della malattia”.

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