I suicidi che avvengono con drammatica frequenza in carcere richiedono analisi di straordinaria complessità, focalizzate sul singolo caso, poiché come è ovvio ognuno di essi riguarda una vita, un animo, un percorso del singolo che decide di “farla finita”. Percorso che purtroppo molto spesso è, per usare un eufemismo, particolarmente accidentato.
Tuttavia il numero di tali atti, e la frequenza con cui essi stanno avvenendo, non solo quest’anno (il 2022 è stato con gli 85 suicidi un anno horribilis) portano a dover fare valutazioni di sistema sottolineando alcuni fra i tanti aspetti che concorrono a creare il grigiore e la pesantezza della detenzione, e che possono essere possibili concause del compimento degli atti individuali. E’ giusto sottolineare che, da parte dell’amministrazione penitenziaria e da parte delle singole direzioni e degli operatori, vi è un elevato impegno sul fronte della prevenzione dei suicidi e tuttavia la persistenza e l’ampiezza del drammatico fenomeno richiede un particolare sforzo di osservazione volto al contesto in cui avviene e matura il “caso critico” (suicidio, tentativo di suicidio, autolesionismo, intemperanze).
E’ bene iniziare col dire che non sembra che fra il sovraffollamento, esistente e drammatico, e gli atti autosoppressivi vi sia un preciso nesso, stando ai dati. Dallo “storico” pubblicato venerdì sul quotidiano La Repubblica si rileva che negli anni 2010, 2011, 2012, 2013, in cui il sovraffollamento era pari o superiore, il numero dei suicidi era minore. Questo va evidenziato non per sminuirne la gravità bensì per evitare che il mantra del sovraffollamento venga utilizzato per mettere in ombra e trascurare tutte le altre rilevanti criticità.
Vediamone alcune (e sottolineo il termine ‘alcune’):
- La mancanza di psichiatri e psicologi. Il sistema sanitario fino a pochi anni orsono era gestito dall’amministrazione penitenziaria, poi a partire dal 2008 vi fu il passaggio, graduale, alle ASL con l’obiettivo di offrire alla popolazione detenuta gli stessi servizi di quella libera. Non sembra che l’obiettivo sia stato raggiunto e ad un sistema carente, ma unitario, se ne è sostituito uno frammentato, o meglio 101 servizi quante sono le ASL (che in Sicilia si chiamano ASP). Medici generici e psichiatri mancano dappertutto, psicologi addetti all’ascolto e alla valutazione dei nuovi giunti sono presso alcuni istituti e presso altri no. Il deficit, quando vi è, risulta importante perché il momento dell’ingresso in istituto, specie dalla libertà, è uno dei più critici. Occorrerebbe che organismi deputati quali la conferenza Stato regioni monitorassero questa situazione, alla luce della necessità di assicurare in tutti gli istituti livelli essenziali di prestazioni.
- Mancanza di educatori. Ciò con l’aggravante dell’assoluta difformità nella distribuzione, ad esempio può capitare, in Sicilia, che in un istituto con 400 detenuti ve ne siano 14 e in un istituto con seicento detenuti ve ne siano 4. Inoltre, a fine anno 2022, è stato dato corso alla mobilità a domanda, e in istituti dove vi erano due educatori, non ne è rimasto nessuno, ovvero ve ne va uno un paio di giorni la settimana, in attesa di nuove assegnazioni. Ciò avviene in esecuzione di accordi sindacali parzialmente da ripensare, perché vengono incontro alle giuste aspirazioni di sede degli operatori, ma creano, medio tempore, gravi carenze di cui soffre altro personale, quello che rimane, depauperato nel numero, il servizio e l’utenza. Cito questi esempi perché va bene la carenza di personale, ma occorre andare a vedere la gestione di quello esistente e la sua distribuzione, uniforme o no, e i meccanismi che la regolano.
- Il vuoto che si crea nel periodo estivo. Molto spesso, a partire da metà giugno fino alla metà di settembre, le attività sono sospese o rarefatte e così pure la presenza dei volontari. Inutile sottolineare come questa desertificazione sia dannosa e aumenti solitudine e sconforto, specie presso la parte più fragile della popolazione detenuta. Occorrerebbe fare ogni sforzo possibile per evitare o ridurre al minimo questa desertificazione. E’ possibile farlo sfruttando al massimo tutti gli spazi esistenti (si può fare teatro musica o sport anche in spazi molto angusti) e adottando il sistema di sorveglianza dinamica previsto dalle regole europee che si basa sulla conoscenza dei detenuti, sulla responsabilizzazione e sui controlli saltuari, da adottare come normale prassi, fatte salve le situazioni di particolare pericolosità. Tale sistema garantisce una certa libertà di movimento ai detenuti e facilita lo svolgimento di attività risocializzanti. La sorveglianza dinamica, adottata a seguito della condanna europea del 2014, è stata sensibilmente ridimensionata, nel corso dell’ultimo anno, a seguito di una campagna condotta per anni dalle componenti più retrive del mondo penitenziario, secondo le quali questo tipo di sorveglianza portava a un aumento delle aggressioni al personale. E’ vero in generale il contrario: più vi è compressione e più aumentano le tensioni. E’ possibile, sotto altro aspetto, stimolare e chiedere il massimo contributo alle associazioni di volontariato per fare in modo che la presenza dei volontari sia assicurata in buona parte dell’anno. Un colloquio, una parola amica a volte possono essere un’ancora di salvataggio.
- E’ possibile anche aumentare il numero delle telefonate e dei video colloqui mantenendo il numero ampio assicurato durante il periodo del covid. La redazione di Ristretti Orizzonti ha lanciato da tempo una campagna in questo senso; un preciso indirizzo del Ministro e dell’amministrazione penitenziaria in questo senso ne faciliterebbe l’accoglimento da parte di tutte le istituzioni. Parafrasando il refrain di un vecchio spot si può dire che una telefonata può salvare la vita. Segnalo che stante le ultime notizie di stampa risulta che il Ministro si stia orientando in questo senso, e ciò rappresenta una gran buona notizia.
- I detenuti scomodi sono spesso soggetti a continui trasferimenti. Ciò avviene in contrasto a quanto contenuto nel piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in ambito penitenziario secondo il quale i provvedimenti di trasferimento che devono essere limitati ai soli casi strettamente necessari. Il detenuto trasferito si ritrova, infatti, in brevissimo tempo a vivere da un ambiente a lui noto ad uno sconosciuto dal punto di vista delle strutture, delle regole, delle persone con le quali interloquire, siano essi altri detenuti o il personale penitenziario. Tale nuovo status crea, a livello anche inconscio, un sentimento di disagio nei confronti del nuovo e, quindi, si potrebbe porre come fattore di rischio. Nei fatti i continui trasferimenti che spesso fanno seguito ad aggressioni da un lato spostano il problema da un istituto a un altro, e d’altro canto creano l’anzidetto senso di disagio ed alimentano autolesionismo ed aggressività.

Fattori quali la carenza di operatori sanitari ed educatori, attività limitate specie in estate, difficoltà nei contatti con i propri cari, continui trasferimenti, creano criticità che possono avere un effetto diretto o indiretto sull’umore e sulla stabilità emotiva del singolo.
Vi sono però anche altre osservazioni più generali da fare, vediamole:
- Chi fa ingresso in carcere viene catapultato in un mondo di fine novecento. Niente cellulari, niente accesso ad internet, quindi niente social, niente pc e niente stampanti se non in ambienti comuni. Da ciò, si può immaginare, nasce una sensazione di straniamento, di vivere in un mondo irreale. Certo ci sono esigenze di sicurezza, e tuttavia vi sono disposizioni circa l’accesso regolato ad Internet emanate già nel 2015, ma poi messe da parte e in buona parte non attuate dall’amministrazione centrale. Vi è poi una proposta da parte di una commissione ministeriale, di cui si dirà, per dotare i detenuti, non di alta sicurezza, di cellulari. L’introduzione e l’uso di cellulari costituisce reato dal 2020. Ciò non ha minimamente frenato i tentativi di introdurre telefonini, molto spesso usati per comunicare con la fidanzata. Occorrerebbe prendere in esame la citata proposta, in modo ovviamente ragionevole e non generalizzato.
- Il carcere tende ad infantilizzare e a creare soggetti passivi. E’ importante invece non comprimere la soggettività. Nel suo bellissimo libro il direttore Luigi Pagano, il direttore per eccellenza, racconta che a San Vittore aveva istituito commissioni di detenuti su ogni area tematica responsabilizzando le persone detenute nell’esaminare i problemi e nel cercare possibili soluzioni. Responsabilizzare, comunicare rispetto, contribuiscono nel non annullamento della personalità ed argina apatia e abbattimento.
- La ministra Cartabia ha costituito nel corso del suo mandato una commissione di alto profilo che ha elaborato una serie di proposte relative a modifiche, alcune legislative e regolamentari, altre relative alla quotidianità, immediatamente attuabili. Allo stato queste proposte sono rimaste lettera morta. Oltre alla già citata proposta di dotazione disciplinata di cellulari, vi sono proposte quali la presenza almeno mensile di un funzionario comunale e di funzionari degli uffici consolari e della questura per agevolare il disbrigo di pratiche (spesso il detenuto, soprattutto straniero non sa dove sbattere la testa e gli operatori pure) e la revisione di direttive del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che prevedono un quasi automatismo nel trasferimento dei detenuti a seguito di atti di aggressione. Questo per esemplificare, ma l’intero documento mette a fuoco un ampio programma di revisione del pianeta carcere, nel quale ogni disfunzione è fonte di disagio. Sarebbe opportuno che il Ministro Nordio lo riprendesse.
- Il carcere di per sé crea chiusura e si caratterizza per la sua immobilità, è importante al riguardo l’attività di associazioni quali Antigone e Nessuno tocchi Caino, che visitano in continuazione gli istituti penitenziari, ne fanno la radiografia e ne mettono in rilievo le criticità. E’ poi importantissima la funzione dei garanti, in primo luogo la figura del garante nazionale. La carica è stata ricoperta nel corso del primo settennato della sua istituzione, dal professore Mauro Palma, che ha svolto insieme agli altri due membri del collegio un’azione fondamentale per trasparenza, capacità di proposta e di impulso. Il collegio è ora in fase di rinnovo, la candidata naturale sembrava essere Rita Bernardini, ma sembra che la sua candidatura sia stata scartata e il Ministro Nordio ha individuato un candidato che, secondo le osservazioni pervenute da più fonti, non risulta avere mai svolto attività nell’ambito della tutela delle persone private della libertà. La nomina compete al Presidente Mattarella e trattandosi di un organo di garanzia il potere del Presidente è non formale. Le vicende successive faranno capire se si vorrà continuare a dare forza a questo organo, nell’interesse delle istanze di legalità e trasparenza, o se lo si vorrà normalizzare.
- Da ultimo, ritenendo personalmente che occorra cambiare del tutto l’ottica con la quale si guarda al mondo penitenziario, trascrivo un contributo di Carlo Renoldi, già Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che inquadra in modo molto diverso da quello consueto il problema del personale e dell’organizzazione dei servizi:
“ Il carcere di domani, accanto all’area, numericamente minoritaria, delle persone di più elevato spessore criminale, rispetto a cui è irrinunciabile la presenza negli spazi detentivi del personale di polizia, non potrà che evolversi nella direzione, comune al resto d’Europa, di una polizia che “sta fuori dal carcere”, la quale, accanto al controllo dei soggetti in misura alternativa, dovrà svolgere compiti di tutela della sicurezza perimetrale, di controllo dell’ingresso di oggetti pericolosi e di intervento in caso di violenze all’interno degli spazi detentivi; spazi ove dovrà essere invece chiamato a operare personale non di polizia, altamente qualificato e addestrato non tanto, come oggi, sul piano delle competenze giuridiche, quanto della relazione con le persone. Perché il carcere è, soprattutto, il luogo della relazione umana dove, anche grazie all’azione del privato sociale, la persona deve essere accompagnata in un processo di piena realizzazione della cittadinanza in cui, accanto al riconoscimento dei suoi diritti, possa riacquisire il senso anche dei propri doveri di solidarietà politica e civile verso la comunità di cui fa parte”.
Antonio Gelardi già dirigente penitenziario

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