Questa provincia sta inesorabilmente andando verso una grande depressione socioeconomica. È la realtà che emerge da vent’anni di indici nazionali elaborati dal Sole 24ore e dall’Università La Sapienza di Roma che raccolgono dati Istat, Inps, ministeri, rapporti carabinieri, ecc.
È la risposta ai proclami, elenchi d’attività, ecc. emessi ogni anno dalle istituzioni locali, certamente con i vari distinguo.
Ciò corrisponde al periodo storico in cui le multinazionali decisero di chiudere impianti e andare via.
Gli indicatori di cui si è detto interessano tutti i settori (giustizia, sicurezza, ricchezza, consumi, ambiente, servizi, affari, lavoro, cultura, tempo libero), alcuni solo il capoluogo.
Su 107 province la nostra si trovava nel 1990 all’81.mo posto, nel 2000 al 95.mo, nel 2010 al 96.mo e quest’anno è al 105.mo, una continua discesa della qualità della vita che dice anche altro. Difatti, non è aumentata solo la disoccupazione, la mancanza di ricchezza e le imprese fallite, ma tutto il tessuto sociale si è lacerato profondamente.
Oggi, nel nostro territorio, e in questo caso non possiamo addebitare molti di questi indici ai piccoli Comuni dell’entroterra, gli indicatori di disagio sociale danno segnali preoccupanti: lesioni e percosse (100.ma posizione), tentati omicidi (97.ma), estorsioni (94.ma), esposizione all’usura al 90.mo posto e addirittura in terza posizione nazionale nel gioco d’azzardo on line, le dimissioni di pazienti in TSO (100.ma posizione), percettori di pensioni da basso importo (92.ma), giovani che non cercano lavoro né studiano (97.ma) insieme ad una disoccupazione giovanile (15-24 anni) al 54% (100.mo posto, nel 2019 si trovava al 98.mo).
Ancora peggiore lo stato del settore istruzione, importante per futuri cambiamenti. Qui esistono indici che denunciano la scarsa partecipazione alla scuola d’infanzia (provincia al 96.mo posto) e sulla partecipazione a programmi di formazione (fra i 25 e 64 anni) in 103.ma posizione. Riguardo agli studenti che escono dalla scuola dell’obbligo per la competenza alfabetica e matematica la provincia viene posta al 95.mo posto, oltre all’esistente forte evasione scolastica.
È la deriva vertiginosa in cui si è incanalata da decenni la provincia. E all’obiezione di chi afferma che si tratta d’indici che descrivono l’intera provincia sarebbe da ricordare che, in molti casi, è proprio il contrario. È il capoluogo che trascina in giù la classifica generale. Un esempio: la raccolta differenziata a Pachino e a Ferla è superiore all’80%, la giustizia viene esercitata nel capoluogo, il trasporto urbano pubblico, il grosso della sanità e delle scuole superiori, ecc. esistono solo a Siracusa. È lampante il trascinamento maggiore in giù della classifica del capoluogo e dei Comuni della zona industriale: Augusta e Priolo. È il risultato della passata ubriacatura industriale che ha provocato non solo inquinamento ambientale bensì, soprattutto, quello, dannoso e persistente, mentale. Tanti ribadiscono che comunque i vantaggi sono stati quelli di aver vissuto un grande balzo di enorme benessere. Ma quali erano le condizioni prima della Guerra Mondiale? Allora si viveva in una situazione d’effettiva miseria? Se esaminiamo quest’aspetto troviamo statistiche governative, documenti politici e commerciali che parlano di tutt’altro. Già nel 1877 l’inchiesta Jacini dichiarava Siracusa e provincia: “Qual essere florida economicamente rispetto al resto della Sicilia, la popolazione, in generale, ha uno standard nutritivo buono molto più alto di altre province siciliane ed anche meridionali. In questa realtà, sull’assetto proprietario, s’evidenzia l’esistenza di latifondi divisi e razionalizzati, di una nobiltà più legata alla campagna rispetto alla Sicilia occidentale. Inoltre le condizioni della forza lavoro sono buone. I salariati agricoli prendono una paga più alta rispetto ai lavoratori di altre località regionali; nei giorni di festa è più facile mangiare carne o pesce in confronto alla media dei braccianti meridionali”. Inoltre, Siracusa, fino alla II° guerra mondiale, forniva derrate alimentari sia alle colonie d’Africa, sia Malta, colonia inglese. Tanti britannici erano presenti a Siracusa apportando valuta pregiata. Addirittura, i grandi banchieri Rothschild, possedevano in zona Belvedere dei terreni e una villa. C’era un notevole traffico merci allo scalo di Siracusa Marittima per il carico sulle navi mercantili. Esisteva pure l’aeroporto civile dell’Ala Littoria (paragonabile all’odierna Alitalia) in via Elorina. Era l’idroscalo dal quale giungevano gli aerei provenienti da Roma che facevano una sosta intermedia, imbarcando merci. Nel 1925 si toccarono cifre record per il trasporto e i prodotti agricoli dalla provincia non mancavano.
La calata improvvisa dell’industria petrolchimica ha fatto conoscere l’esasperazione del consumismo che porta stress e dipendenza con scelte di beni di breve durata provenienti da fuori che impoveriscono ulteriormente il territorio. Ciò ha allontanato la popolazione da momenti solidali creando una forte divisione sociale. Allora, non si pensò a un differente benessere, che poteva avvenire. Dai leader non venne l’orgoglio nel contribuire alla sopravvivenza della propria città, preservandone l’identità nei costumi, tradizioni, ecc. Sarebbe stata un’altra storia. Il progresso sarebbe avvenuto comunque insieme a un aumento della qualità di vita, più lento e a dimensione umana, con uno sviluppo più duraturo e meno effimero. Le potenzialità economiche fra capoluogo e provincia c’erano tutte. Invece, non si videro politici preparati a raccoglierne la sfida. Così si accettarono passivamente i condizionamenti della grande impresa pagandone grandi conseguenze. Bisogna ammettere: vi furono grandi risvolti positivi, ma il territorio e la popolazione hanno dato fin troppo in cambio del positivo che si ottenne.
E ora, ancora una volta, per l’inizio del 2021 si rimane incerti sulle decisioni che prenderà la Lukoil, (nel settore raffinazione i margini di profitto si assottigliano sempre più). Ma la parte più cosciente della politica non pensa di avviare grandi scelte per questo nuovo anno?
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L’augurio che facciamo, in questo 2021, è gettare almeno le basi per un cambiamento socioeconomico. Chi ha capito l’attuale situazione non dovrebbe, coalizzandosi, essere leva di mutamento sulle scelte politico-sociali, fare sistema fra tutte le forze locali? È ciò che accade in altri luoghi. Non dovrebbe scaturire solidarietà nel dare maggiore spazio a eventi sociali e culturali, veicoli d’educazione e informazione primaria. Per la grave emergenza tante decisioni sono legittime. Non serve una semi finta democrazia partecipata che è attuata egregiamente in altri Comuni del sud. Occorrono nuove iniziative partecipative. Il forzare continuamente le istituzioni locali dovrebbe essere l’agire della classe più cosciente dei cittadini, dell’intellighenzia siracusana. C’è un indice che dovrebbe suonare da allarme per tutti. È la scarsa partecipazione elettorale (100.ma posizione). Perché i gruppi culturali, le attività di volontariato, chi crede a un vero cambiamento non inizi a muoversi nella stessa direzione? Volere assemblee cittadine, come quelle esistenti in Comuni europei, è troppo impegnativo ciò da chi è parte attiva? Invece troviamo divisi e semi chiusi in sé centri culturali e associazioni che non vengono gradite da altre. Si ritorna sempre in un piccolo mediocre mondo che va sempre giù in povertà culturale e materiale. E aspetti negativi si riflettono nell’informazione: chi aiuta a propagandare quella libera e indipendente (indice di lettura: 96.ma posizione)? È maledettamente serio ciò. Quale il nostro augurio? Imporci una forza differente, impegnarci tutti affinché si smuova l’apatia, tipicamente siracusana, facendo alcuni passi verso una diversa direzione. Ricordiamoci ciò che avvenne dopo il tremendo terremoto del 1693 che distrusse intere città decimandone la popolazione anche con punte dell’80%. Allora, sorse a Noto e a Siracusa il barocco che ci è invidiato e visitato da tutto il mondo. Fu la forte voglia di rinascere. Oggi, per i siracusani, l’obiettivo sarebbe quello dell’uscita dalla pandemia con una migliore qualità di vita.

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