“Questo articolo completa quello apparso il 31/10/2020 titolo: Le disuguaglianze sociali e il covid”
Mentre siamo tutti attenti alla pandemia in atto e su di essa siamo concentrati, il Covid ha cambiato anche il nostro modo di lavorare con una rapidità sorprendente, senza che ce ne accorgessimo.
Le imprese private, come sempre accade nei momenti di crisi, operano per determinare nuove opportunità per la ristrutturazione dei processi produttivi. La tendenza alla progressiva affermazione dello smart working dipenderà soprattutto dai vantaggi economici che esso garantirà. Nella fase di convivenza con il virus sarà inevitabile l’affermazione di un modello ibrido, in cui il lavoro in presenza si alternerà con quello da casa con un vantaggio anche per il lavoratore che sarà indotto a ritenere, nell’immediato, che quella possa essere la condizione esistenziale migliore per lui.
È facile prevedere che, se non ci sarà un intervento regolativo del decisore politico, si affermerà una tendenza alla privatizzazione estrema del rapporto di lavoro; il rischio, quindi, è quello di valorizzare solo le eccellenze produttivistiche e individualizzate, tagliando con un colpo quei soggetti non sufficientemente produttivi, ai quali una volta spostati a casa, magari con il loro felice consenso, sarà levato il posto di lavoro perché non più utile, non più efficiente, non più funzionale: nulla tornerà come prima, e quando il vaccino sarà finalmente disponibile è facile scommettere che le nuove abitudini lavorative determinate dall’emergenza Covid resteranno in vigore.
Questo nuovo modello di relazioni professionali tende a distruggere più posti di lavoro di quanti ne riesca a creare e con una qualità dei diritti inferiore. La prospettiva, come ha ben scritto Domenico De Masi, è che nel futuro un numero sempre maggiore di persone «sarà costretto a consumare senza produrre. Ne deriverà una riduzione dei consumi e un aumento dei conflitti sociali” che non avranno più le categorie e le appartenenze tradizionali (lo Stato, il partito, il sindacato, la Chiesa) per essere affrontati e gestiti ma saranno soli in una desolante e desolata autoreferenzialità che vede l’individuo e non l’uomo al centro del mondo (il proliferare di liste civiche e/o movimenti eterodiretti è la declinazione in politica di questo fenomeno).
La tendenza generale che stiamo vivendo è la progressiva frantumazione del lavoro con la diffusione dei “mini-job” e l’incentivo a trasformare il lavoro dipendente in tante partite Iva con una flessibilità al ribasso che assume la forma e la sostanza della precarizzazione della produzione e del lavoro on demand. L’effetto di questo processo sarà che le società si frammentano e s’individualizzano sempre di più, conseguentemente, si radicalizzeranno i processi di disarticolazione sociale ed aumenterà la paura e la frustrazione nelle persone.
Questo quadro, già presente in embrione prima del Covid, rende ineludibile ed urgente l’elaborazione di una carta dei nuovi diritti fondamentali del lavoratore (inteso nel senso più ampio del termine) nell’era digitale e l’individuazione di nuove forme di tutela che impediscano il completo imbarbarimento della società. Non sfuggirà ai più attenti osservatori che questa nuova realtà ripropone inquietudini antiche che hanno segnato la storia dell’umanità nei secoli scorsi, in forma nuova sicuramente ma con la stessa ferocia per la parte più debole della società (che non sono solamente le persone con scarsa scolarizzazione ma anche ceti professionali sempre più ampi): questa sarà la nuova frontiera per una vera politica progressista.

Commenti recenti