Intervista a don Alberto Maggi, biblista: “La Chiesa, trent’anni fa, ne ha cambiato radicalmente la struttura, chiamandolo sacramento della riconciliazione. Non è più l’elenco dettagliato dei peccati (guai se ne saltavi uno!)”
La Civetta di Minerva, 30 marzo 2018
Siamo nell’imminenza della Pasqua e per i credenti il sacramento della confessione dovrebbe interessare di più; ma cos’è realmente questo segno sensibile ed efficace della grazia?
Scrive padre Carlo D’Antoni ai suoi parrocchiani che la confessione è il più umano dei sacramenti.
Soprattutto quando è fatta in modo comunitario e nel rispetto della privatezza di ciascuno.
Non è una cosa superata vista come inutile. Esercitata bene, è una primavera dello spirito. Confessarsi non significa raccontare al prete tutte le cose che ti fanno star male come problemi di famiglia, economici, ecc. Il prete non è uno psicologo né un assistente sociale. La confessione comincia e finisce con il confronto del vangelo per rafforzare la nostra adesione alla persona di Gesù. Per il resto, che è pure importante, si sceglie un altro momento di confronto con il sacerdote.
Alberto Maggi, biblista e religioso dell’ordine dei servi di Maria, cosa dici?
Si può definire la confessione il sacramento meno praticato dai cattolici, affermava Carlo Maria Martini nel suo libro “Gli esercizi ignaziani alla luce del Vangelo di Luca”. La confessione doveva essere un sacramento che infondeva vita, che infondeva gioia; invece è diventato, nell’immaginario collettivo, un tribunale dell’inquisizione.
La Chiesa, trent’anni fa, ne ha cambiato radicalmente la struttura, chiamandolo sacramento della riconciliazione. Non è più l’elenco dettagliato dei peccati (guai se ne saltavi uno!). Se uscivi dal confessionale e te ne ricordavi un altro bisognava tornare subito indietro perché altrimenti avevi degli scrupoli, ma un ricorrere alla riconciliazione se nella mia vita c’è qualcosa che non va e voglio mettermi in sintonia con Cristo Gesù! Insomma si tratta di riconvertirsi sempre all’imitazione di Cristo, così Dio mi comunica la sua Vita e mi riporta sintonia con Lui.
La tua esperienza personale?
Devo dire che raramente ho incontrato sacerdoti i quali mi hanno portato verso il sacramento della riconciliazione! Il punto centrale di questa nuova forma del sacramento è l’ascolto della parola del Signore. Prima era la confessione: ora è l’ascolto della parola del Signore.
Quando noi ci rivolgiamo al Signore, a Lui non interessa l’elenco dettagliato delle nostre malefatte; Lui le sa meglio di noi, perché Lui conosce il profondo del nostro cuore. Lui sa anche che certe cose che noi crediamo negative invece non lo sono, perché è colpa della teologia, della morale di una certa epoca. Pensate solo a cinquant’anni fa quante cose erano peccato, erano negative e oggi non lo sono più.
Allora noi possiamo fare tutto?
Mi spiego, dice Giovanni nella sua lettera: se il tuo cuore, che significa la tua coscienza, ti rimprovera qualcosa, Dio è più grande del tuo cuore. Allora al Signore sapere quello che io ho fatto non interessa. Egli ti dice “sta zitto, non m’importa quello che hai fatto, m’interessa che tu sappia quanto io ti amo” ed è un’inondazione d’amore.
E’ lo schema della parabola…
Del figliol prodigo. Dovete sapere che, nel mondo orientale, correre è un disonore, ma pur di restituire l’onore al figlio il padre accetta di perdere il proprio onore. Scrive l’Evangelista “gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”. Il bacio nella Bibbia è segno di perdono.
Questo è clamoroso!
Già, il padre che perdona il figlio, che ritorna da lui per interesse, solo per fame, ma senza pensare ad altro e prima che il figlio abbia il tempo di chiedergli perdono il padre, cioè Dio ci perdona prima che noi chiediamo perdono.
Il figlio attacca l’atto di dolore: “Padre, ho peccato …”.
Eppure, il padre non lo fa finire e gli dice: “Sta zitto, non m’interessa perché sei tornato, senti invece quanto ti amo” e gli restituisce un amore e una fiducia più grande di quella che gli aveva concesso prima. Allora quando il sacramento viene celebrato in questa maniera, te lo assicuro che la gente rinasce, rifiorisce ed esce fuori saltellando dalla contentezza. Questo è il vero sacramento della riconciliazione: quindi se si accede a questo sacramento, bisogna rifiutare il vecchio rito, penoso e umiliante e chiedere che questo sacramento venga celebrato secondo il nuovo rito dove il posto principale è l’ascolto della parola di Dio e soprattutto, è una proposta! Devi dire di no quando ti chiedono di recitare l’atto di dolore. E’ una preghiera dove non è nominato Gesù, dove è assente lo Spirito Santo e riflette una vecchia teologia di un Dio offeso quindi merito i suoi castighi!
I suoi castighi? Ma tutti dicono che Dio è Amore.
Già, quando mai Gesù parla di castighi di Dio! La Chiesa, nella riforma ha proposto ben otto formulari per sostituire l’atto di dolore, otto formulari tutti presi dalla Sacra Scrittura con parole molto, molto belle. Quindi, quando ti capita di accedere a questo sacramento chiedi di poter recitare uno degli otto formulari: può darsi che qualcuno non lo sappia, allora digli che si dia una rinfrescata al sacramento. Gesù ha tanta fiducia nella sua comunità che non gli ha lasciato un prodotto confezionato, ma ha dato la capacità di creare quegli strumenti che, nel tempo e nella storia, possano venire incontro alle esigenze della comunità. Uno di questi strumenti è il sacramento.
Ancora oggi i bambini sono preparati alla prima comunione sulla base del perdono, della colpa, cosa può fare la famiglia senza schiacciare e condannare la catechesi animata dalle migliori intenzioni?
Ohioi, poveri bambini, costretti a inventarsi il peccato per fare contento il prete al momento della prima confessione! È rischioso perché il ragazzo quando cresce abbandonando tutto quello che faceva parte dell’infanzia o si allontana anche da tutte queste storielle, oppure rimane religiosamente una persona infantile. Sai, mi sono capitate persone adulte che nel sacramento della Riconciliazione mi hanno detto: “Ho disobbedito ai miei genitori”.
Adesso si è viso a viso, ma quando ancora c’era la grata e non si vedeva bene io non facevo mai domande, ma in questo caso sentendo la voce un po’ matura, chiedevo: quanti anni hai? 30! Oh
Santo cielo era ora, eh! Hai disobbedito ai genitori a 30 anni, ma, brutto tonto, cosa aspettavi?
Bisognerebbe rivedere il senso del peccato…
Infatti, dico di fare attenzione perché c’è il rischio di inventare il senso del peccato, di inculcarlo nei bambini, che poi non corrisponde alla loro realtà. Quindi nei catechismi ci vuole sempre molta cautela e soprattutto mai andare contro il buon senso e la logica dell’amore.
Si può parlare di peccato nei bambini?
Io credo che sia troppo presto per parlare ai bambini del peccato, siamo noi grandi che sappiamo cosa è il peccato. I bambini fanno degli sbagli, degli errori e per fortuna che li fanno, significa che sono nella fase della crescita; di un bambino perfetto, un bambino bravo, buono, io mi preoccuperei e lo porterei da un pediatra o da uno psicologo perché c’è qualcosa che non va, un bambino sempre obbediente, mamma mia! C’è qualcosa di rischioso! Quindi il catechismo deve essere fatto con buon senso.

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