Elezioni siciliane, per un pugno di voti più dell’avversario? In questa terra apripista potrebbe maturare una novità
La Civetta di Minerva, 3 novembre 2017
Per la lista Cento Passi, capitanata da Fava, l’obiettivo sembra essere quello di umiliare il PD renziano, superando il candidato Micari, che appare elettoralmente debole. E poi?
Del conflitto interno alla sinistra (ammesso che possa ancora fregiarsi di tale nome il PD renziano) approfitterà con ogni probabilità la variegata compagine di destra, assetata di potere e perennemente intenzionata ad occupare posizioni politiche per meglio curare interessi personali e di consorterie. In altre parole, l’assembramento di chiunque voglia solo farsi i c. suoi. Tale opportunistica alleanza è riuscita a coagulare ed a celarsi dietro il volto rassicurante di un Musumeci, che può meritatamente vantare di essere rimasto pulito dopo aver guidato la provincia di Catania per due mandati. Obiettivamente, non è poco come referenza personale. Ma da quali intenti sono mossi i potenti che si nascondono dietro di lui? Difficile immaginare altre intenzioni al di là di una abbuffata di potere. Probabilmente per loro la Sicilia sarebbe solo l’antipasto di un pranzo più sontuoso, poiché è previsto da molti che una vittoria alle elezioni siciliane spianerebbe la strada per un successivo successo nazionale. Ma questo triste scenario è ancora evitabile.
In barba ad ogni destino cinico e baro, in questa nostra terra di esperimenti politici potrebbe maturare una autentica novità. Se ne intravedono le avvisaglie. I pentastellati stanno per mutare strategia. Non escludono più di allearsi. Un loro autorevole esponente (Cecconi) ha rivelato una svolta notevole, ampiamente sviscerata nell’articolo di pag. 13 del precedente numero della Civetta: se il M5S risulterà il primo partito alle nazionali ma non avrà la maggioranza assoluta dei seggi (e non la può avere!), dovrà realisticamente cercare alleanze su un programma condiviso con altre forze (non incompatibili). Non può illudersi che gli lascino varare un governo della “non sfiducia”.
E allora perché non anticipare i tempi? In Sicilia il pentastellato Cancelleri, senza alcun apporto, rischia di risultare secondo, dopo Musumeci (sostenuto dalle destre, da alcuni fuorusciti del NCD e, secondo alcune voci, anche da apporti segreti della neoformazione alfaniana Alternativa Popolare, intenzionata a non precludersi un posticino al tavolo dei vincitori, quali che essi siano).
A Fava, nel migliore dei casi, potrebbe arridere un successo parziale, consistente nel superamento del candidato del PD (Micari). Ciò gli darebbe la soddisfazione di aver umiliato Renzi. Ma riteniamo che per Fava sia pressoché impossibile un successo pieno.
In Sicilia è ammesso il voto disgiunto: i siciliani che hanno a cuore il bene comune (più che un regolamento di conti all’interno di una sinistra sempre più evanescente) potrebbero votare per un candidato al Parlamento regionale di una lista (per esempio, Cento Passi) e attribuire il voto ad un candidato presidente di un’altra forza, (per esempio, Cancelleri). Anticipando e quasi suggerendo una possibile ed auspicabile alleanza da concretizzare anche a livello nazionale. Per sconfiggere le destre e propiziare un forte cambiamento del sistema.
Cosa è più importante? Assecondare una affermazione di Claudio Fava (che, con ogni probabilità, non sarà però presidente della regione)? O evitare che a governare siano i sostenitori di Musumeci? Una vittoria dei sostenitori di Musumeci in Sicilia (che, a sua detta, gli avrebbero confezionato le liste dei candidati, i cui nomi avrebbe egli appreso solo dalla stampa) spianerebbe la strada ad una successiva vittoria della destra alle nazionali. E… alle larghe intese (o larghe complicità romane). Infatti anche una vittoria nazionale delle destre avrebbe come esito più probabile un governo di larghe intese. Per rassicurare l’Europa e i mercati, a cui una compartecipazione governativa del PD renziano darebbe più garanzia di quella della lega di Salvini e del partito nazionalista della Meloni. E Renzi, anche a costo di perdere altri pezzi del PD, dovrebbe scegliere se proiettarsi spontaneamente verso nuove larghe intese (sulla scia del patto del Nazareno) o se accettarle per costrizione e per pressioni dall’alto, inchinandosi ai mercati e all’Europa dei banchieri e tecnoburocrati.
Se questa analisi è convincente, Fava forse farebbe meglio ad optare per una sua personale desistenza a favore di Cancelleri. Egli, sua sponte, potrebbe suggerire ai suoi sostenitori la scelta del voto disgiunto: sacrificando un suo successo elettorale (che però sarebbe solo di immagine) per assicurare ai siciliani un governo diverso da quello della destra e per propiziare una possibile alleanza futura, a livello nazionale, con il movimento che è meno distante dalla sinistra rispetto a quanto lo siano attualmente le altre forze in campo. In questo caso il merito politico di Fava sarebbe enorme. E forse egli forse avrebbe buone possibilità di accreditarsi come il futuro leader di una compagine realmente democratica, progressista e… pentastellata. Di sicuro come il leader di una rinata sinistra italiana. Da far crescere, nella presa di coscienza di tematiche indifferibili, all’ombra della formazione oggi più sensibile alle istanze provenienti dal basso. Con umiltà.

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