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	<title>Attac Italia &#8211; La Civetta di Minerva</title>
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	<description>Notizie e Attualità da Siracusa</description>
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		<title>Dalla crisi delle democrazie alla democrazia post-rappresentativa: torna in scena il “popolo” (di Vincenzo Filetti)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione La civetta press]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 08:02:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[Il referendum costituzionale confermativo relativo alla riduzione del numero dei parlamentari del 20 e 21 settembre ripropone il problema del valore e della funzione della rappresentatività politica. Il sociologo Pierre Rosanvallon e il politologo Bernard Manin della New York University ritengono che periodicamente emerga la tematica della crisi della democrazia, per cui potremmo dire che, tutto &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>referendum costituzionale</strong> confermativo relativo alla riduzione del numero dei parlamentari del 20 e 21 settembre ripropone il problema del valore e della funzione della <strong>rappresentatività politica</strong>. Il sociologo <strong>Pierre Rosanvallon</strong> e il politologo <strong>Bernard Manin</strong> della New York University ritengono che periodicamente emerga la tematica della <strong>crisi della democrazia</strong>, per cui potremmo dire che, tutto sommato, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. D’altro canto, in tempi in cui <strong>la democrazia digitale ha fatto proseliti</strong>, presentandosi come la più autentica forma di democrazia perché “diretta” (assai discutibile), non c’è da stupirsi che si sia giunti a un referendum sul taglio dei parlamentari.</p>
<p>Come sottolinea la sociologa <strong>Donatella Alessandra Della Porta</strong>, che vi sia una sorta di consenso generale sulla crisi della democrazia rappresentativa, non implica che si sappia davvero come rimediare e cosa proporre per il futuro. Quello che possiamo notare è che le varie misure utilizzate dai politologi per misurare la salute e il benessere della democrazia rappresentativa convincono sempre meno. Ci riferiamo a misure come l’affluenza alle urne, l’appartenenza a un partito, la fiducia nei politici, l’interesse per la politica. Che la gente vada con poca voglia a votare è facile capirlo dalle percentuali dei votanti trasmesse dai telegiornali ma è poco confortante che ci siano ricerche accademiche che confermano tale trend.</p>
<p>Secondo le ricerche di <strong>Russell Dalton</strong><em>,</em> docente presso l’università della California ed ex direttore del centro studi sulla democrazia, per quanto riguarda l&#8217;affluenza alle urne, il dato che sta diventando sempre più evidente è che stiamo diventando <strong>elettori riluttanti</strong>. L&#8217;età d&#8217;oro dell&#8217;affluenza alle urne è avvenuta mezzo secolo fa e da allora si è assistito a un declino con un tasso più o meno costante in tutte le democrazie occidentali. Un’ulteriore ipotesi fatta dagli esperti del settore è che probabilmente la misura più significativa del declino della democrazia rappresentativa sia in relazione col declino dell&#8217;appartenenza al partito. </p>
<p>Secondo gli studi dei politologi <strong>Peter Mair</strong> e <strong>Ingrid van Biezen</strong> dell’università di Leiden in Olanda,<strong> i partiti costituiscono il punto cruciale della mediazione tra cittadini e le istituzioni</strong> di governo per cui, secondo le loro ricerche, appare preoccupante il crescere del disimpegno politico.  Alle elezioni delle democrazie avanzate degli anni &#8217;60 partecipava circa il 30% della popolazione votante. Da allora in poi la partecipazione è diminuita e i partiti si sono gradualmente avvicinati a “benefattori” privati in grado di assicurare loro un sostegno finanziario.</p>
<p>Questa situazione, che vede la lontananza del cittadino comune dalla politica, crea un circolo vizioso. Più la politica si avvicina agli affari, meno sembra preoccuparsi dei bisogni e dei desideri dell&#8217;elettore ordinario, se non addirittura del medesimo membro del partito. Non è un caso che la progressiva sfiducia nei politici abbia portato al successo, in alcuni paesi occidentali, partiti e movimenti come il Tea Party, il Movimento 5 Stelle, l’UKIP.</p>
<p>Nonostante la democrazia rappresentativa viva una crisi evidente, la sua storia non può essere messa in discussione, come ha sottolineato <strong>Wolfgang Merkel</strong>, docente di politica comparata alla Humboldt University di Berlino. La riflessione più importante riguarda, però, la f<strong>alsa correlazione tra il calo dell&#8217;impegno politico e la crisi sistemica della democrazia</strong>. Se la causa della crisi attuale fosse l&#8217;apatia dei cittadini, ciò non impedirebbe al sistema politico di trarne un beneficio, nel senso che i cittadini &#8220;apatici&#8221; non sarebbero comunque una minaccia per le élite. D’altro canto, tali cittadini sono in ogni caso “sorvegliati”, governati, tassati. Le democrazie, dunque, non crollerebbero perché i cittadini sono riluttanti a votare o perché non aderiscono più ai partiti politici.</p>
<p>Occorre, dunque, capire che siamo in presenza di <strong>un particolare tipo di crisi</strong>: la democrazia rappresentativa appare svuotata della sua forza e della sua funzione da cause che la trascendono. Come documentato dalle analisi sociologiche di <strong>Jürgen Habermas</strong>, relativamente all&#8217;evoluzione della modernità, gli elementi costitutivi della tradizionale comprensione della sfera politica sono in declino. Non siamo, cioè, nelle condizioni di decifrare la crisi della democrazia rappresentativa se utilizziamo le categorie concettuali tipiche della modernità. Ci stiamo muovendo costantemente e inesorabilmente verso una territorialità, una sovranità e forme di identità complesse, pesantemente condizionate dalla globalizzazione che ha messo seriamente in discussione l&#8217;integrità (culturale e politica) dello stato-nazione.</p>
<p><strong>Focalizzare il micro-problema della riduzione o meno dei parlamentari, significa guardare l&#8217;albero senza guardare la foresta</strong>, cioè il contorno extra-territoriale in cui l&#8217;ex-stato nazione è immerso in modo sistemico. Per questo motivo si stringono accordi e alleanze regionali, transnazionali e varie forme di coalizioni extra-territoriali per potere aggirare i poteri che corrodono l&#8217;immagine e la sostanza dello stato-nazione. Lo stato nazione può avere una certa influenza in determinati ambiti ma i cittadini capiscono sempre meglio che i &#8220;destini&#8221; degli stati sono decisi altrove.</p>
<p>Nell’era dei social network, inoltre, sta emergendo <strong>una nuova forma di potere</strong>, una pluralità di istanze e linguaggi, oltre a nuove modalità di comunicazione persuasiva (trasversale alla politica) per cui la canonica rappresentatività in ambito politico non riesce a soddisfare le molteplici richieste e proposte provenienti dal popolo del web. Sembra di trovarsi in una sorte di limbo in cui si sente la necessità di una democrazia post- rappresentativa ma non si sa come strutturarla. Data la complessità della società contemporanea in cui l’intreccio di poteri presenti a vari livelli culturali, economici e sociali, per dirla con <strong>Foucault</strong> e con <strong>Barthes</strong>, qualsiasi possa essere il risultato della proposta referendaria del 20-21 settembre non risolve il problema della governabilità di un sistema. La risposta alla crisi di un sistema inserito in un contesto globalizzato potrebbe consistere in una reazione civile che tende a riappropriarsi del controllo del proprio comune, cioè di uno spazio su cui esercitare un mimino di controllo diretto, sia economico che socio-culturale.</p>
<p>In clima di &#8220;<strong>democrazia post-rappresentativa</strong>&#8221; sembra si stia paradossalmente verificando una sorta di recupero del senso di democrazia proprio a partire da quel <strong>demos</strong> che non vuol lasciare l’iniziativa solo ai propri rappresentanti. Stiamo parlando di quel rumore, quella risonanza, quell&#8217;<strong>impegno diretto per le strade</strong>, nelle piazze, fuori dai parlamenti di cui si stanno facendo carico varie associazioni di cittadini che hanno maturato la consapevolezza di tentare di sottrarsi all&#8217;influenza di forze politico-economiche extra-territoriali. Ci riferiamo ad associazioni che si battono per la difesa e la valorizzazione dei beni comuni e, ad esempio, ad associazioni come <strong>Attac Italia</strong> facente parte della rete internazionale di Attac, una delle più grandi reti internazionali di opposizione e alternativa al neoliberismo, nata grazie al movimento altermondialista<em>. </em>È interessante constatare che tali associazioni alimentano processi partecipativi che sapientemente rifuggono dal rischio di confermare decisioni prese “altrove” o di convogliare consenso attorno a scelte operate da specifici poteri.</p>
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