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	<title>Universo femminile &#8211; La Civetta di Minerva</title>
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	<description>Notizie e Attualità da Siracusa</description>
	<lastBuildDate>Fri, 15 May 2026 08:42:34 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Smettere di curare l&#8217;uomo standard</title>
		<link>https://www.lacivettapress.it/2026/04/29/smettere-di-curare-luomo-standard/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maria Vittoria Zaccagnini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 13:31:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-Homepage]]></category>
		<category><![CDATA[Universo femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[ICAR (Italian Conference on AIDS and retroviral Research)]]></category>
		<category><![CDATA[NPS (Network Persone Sieropositive)]]></category>
		<category><![CDATA[endometriosi]]></category>
		<category><![CDATA[menopausa]]></category>
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					<description><![CDATA[In vista del 18° Congresso Nazionale ICAR (Italian Conference on AIDS and retroviral Research) che si terrà a Catania dal 20 al 22 maggio 2026, si torna a riflettere anche sul tema della medicina di genere con un abstract dal titolo “Noi, Donne. Dalla perimenopausa alla menopausa” curato dall’Associazione NPS (Network Persone Sieropositive). Perché puntare &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In vista del 18° Congresso Nazionale ICAR (Italian Conference on AIDS and retroviral Research) che si terrà a Catania dal 20 al 22 maggio 2026, si torna a riflettere anche sul tema della medicina di genere con un abstract dal titolo “Noi, Donne. Dalla perimenopausa alla menopausa” curato dall’Associazione NPS (Network Persone Sieropositive). Perché puntare i riflettori su un aspetto così specifico? Per il semplice motivo che la medicina moderna ha sempre basato la sua ricerca partendo dal presupposto che il corpo maschile, caucasico, e in buona salute fosse lo standard universale.</p>
<p>Ma questo sbilanciamento non riguarda solo questa patologia nello specifico, è un problema legato alla falsa credenza che l’organismo maschile e quello femminile differissero solo da un punto di vista riproduttivo. Questo ha portato a definire dei protocolli di ricerca sbilanciati. Storicamente le donne sono state escluse dai trial sui farmaci e dallo studio delle varie patologie a causa della &#8220;complessità&#8221; ormonale o per il timore di potenziali gravidanze. Il risultato è una farmacologia tarata su un uomo di circa 70 kg, bianco e caucasico, ignorando che le donne metabolizzano i principi attivi in modo differente e che accusano spesso effetti collaterali più severi e frequenti. Questo approccio ha prodotto uno squilibrio sistemico all&#8217;interno della produzione scientifica, portando a una comprensione incompleta della risposta farmacologica di tutti quei corpi che non rientrano nel range della ricerca.</p>
<p>Dalle malattie cardiovascolari alle patologie autoimmuni — che colpiscono le donne in misura dell&#8217;80% — la mancanza di una lettura specifica dei dati per sesso ha reso la diagnosi femminile un percorso spesso costellato di errori e ritardi.</p>
<p>Un esempio che può far capire a cosa può condurre una scarsa attenzione a questo aspetto è la gestione del dolore. Patologie come l’endometriosi o l’adenomiosi (patologie benigne croniche in cui tessuto simile all&#8217;endometrio cresce in sedi anomale), soffrono ancora di un ritardo diagnostico medio che oscilla tra i 7 e i 10 anni. Questo accade perché il dolore pelvico è stato per secoli culturalmente normalizzato come &#8220;parte dell&#8217;essere donna&#8221;.</p>
<p>Il corpo delle donne ha regole proprie. Non fare una ricerca mirata su di esso, sottovalutando il legame tra ormoni e sistema immunitario, significa lasciare milioni di pazienti senza cure adeguate. È ora di smettere di incentrare la medicina solo sulla riduzione dei sintomi e iniziare finalmente a curarne la causa biologica e, a volte, sociale.</p>
<p>Anche in ambito cardiologico, la ricerca ha faticato a riconoscere che l&#8217;infarto femminile può presentarsi con sintomi diversi da quelli manifestati dall’uomo. Se per il maschio i sintomi tipici sono rappresentati da dolore al petto irradiato al braccio sinistro, per la donna parliamo di una sintomatologia meno specifica, nausea, affaticamento, dolore alla schiena. Senza una formazione medica aggiornata sulla fisiologia di genere, il rischio di non arrivare a diagnosi adeguate e, quindi, a terapie tardive se non assenti, rimane elevato.</p>
<p>La menopausa stessa viene vissuta come un periodo della vita da vivere con rassegnazione e sopportazione. Invece andrebbe trattata come una fase di profonda ristrutturazione metabolica che richiede interventi mirati per proteggere il cervello, le ossa e il cuore per poter vivere con un’adeguata qualità della vita nella propria esistenza.</p>
<p>Riconoscere quindi, la specificità della fisiologia femminile non è una rivendicazione ideologica, ma un imperativo scientifico. Una salute femminile autentica richiede che vi sia un cambio di approccio totale. La medicina di genere sta ottenendo risultati in questo senso negli ultimi anni, ma quella che più di tutto va cambiata è la cultura alla base dell’approccio alla salute, sia da parte delle donne stesse che del personale sanitario.</p>
<p>Giusto per fare degli esempi si potrebbe cominciare con l’abbattimento dei pregiudizi di genere che portano a sottovalutare i sintomi riferiti dalle pazienti che spesso vengono archiviati come “lamenti” o “eccessivi”. Sarebbe sostanziale una sana educazione alla salute, partendo dalla conoscenza del proprio corpo, anatomicamente e fisiologicamente, per capire cosa è normale e cosa è sintomo di alterazione. Oggi, per promuovere la salute delle donne non bisognerebbe offrire solamente una prevenzione mirata alla sfera riproduttiva, ma colmare questo standard di ricerca per garantire una medicina equa e basata su dati rappresentativi di ogni possibile paziente.</p>
<p>Solo superando l&#8217;approccio standardizzato la medicina potrà essere realmente universale e dare la giusta cura ad ogni persona, al di là del genere e di ogni altra peculiarità.</p>
<p><a href="https://www.npsitalia.net/category/donne/" target="_blank" rel="noopener">https://www.npsitalia.net/category/donne/</a></p>
<p><a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC2860802" target="_blank" rel="noopener">https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC2860802</a></p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="EnB6wvbC8z"><p><a href="https://www.europadonna.it/2023/04/21/differenze-tra-uomo-e-donna/" target="_blank" rel="noopener">Le differenze tra uomo e donna nella risposta alle cure</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Le differenze tra uomo e donna nella risposta alle cure&#8221; &#8212; Europa Donna Italia" src="https://www.europadonna.it/2023/04/21/differenze-tra-uomo-e-donna/embed/#?secret=CBJEu5YooW#?secret=EnB6wvbC8z" data-secret="EnB6wvbC8z" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
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		<title>CONDIZIONE DELLA DONNA, I DATI DEL RENDICONTO DI GENERE 2025</title>
		<link>https://www.lacivettapress.it/2026/03/13/condizione-della-donna-i-dati-del-rendiconto-di-genere-2025/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Tranchina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:40:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Universo femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Inchieste-Sondaggi]]></category>
		<category><![CDATA[-Homepage]]></category>
		<category><![CDATA[Qualità della vita]]></category>
		<category><![CDATA[Sindacato]]></category>
		<category><![CDATA[Pensioni]]></category>
		<category><![CDATA[inps]]></category>
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					<description><![CDATA[La disparità di genere penalizza le donne e lo sviluppo, soprattutto in Sicilia. A pochi giorni dalla giornata internazionale della donna, il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (CIV) dell’INPS ha presentato il Rendiconto di genere 2025 sulla condizione delle donne nel nostro Paese nell&#8217;ambito lavorativo, familiare e sociale. Attraverso un’analisi dettagliata di dati relativi al &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La disparità di genere penalizza le donne e lo sviluppo, soprattutto in Sicilia. A pochi giorni dalla giornata internazionale della donna, il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (CIV) dell’INPS ha presentato il Rendiconto di genere 2025 sulla condizione delle donne nel nostro Paese nell&#8217;ambito lavorativo, familiare e sociale. Attraverso un’analisi dettagliata di dati relativi al mercato del lavoro, ai livelli retributivi, alle condizioni pensionistiche, ai percorsi di istruzione, agli strumenti di sostegno al lavoro di cura, alla violenza di genere si è restituito il quadro del Paese ancora segnato da profonde differenze e disparità di genere.</p>
<p>Dal Focus dei dati siciliani riscontriamo come lo svantaggio femminile sia il combinato di problemi strutturali anche peggiori a confronto delle medie nazionali: dagli indicatori registriamo un tasso di disoccupazione del 15% femminile rispetto all&#8217;11,8% maschile e un tasso di inattività del 58,8% delle donne rispetto al 33% degli uomini; anche tra i Neet &#8211; fenomeno sociale dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorso formativo- il genere femminile in Sicilia mostra la seconda percentuale peggiore nazionale con il 27,4%. Riguardo al tasso di occupazione complessivo si rileva come ancora il genere femminile si attesti al 37,5% (535mila), mentre quello maschile al 62,5% (892mila) con un divario del 25%, valore superiore al dato nazionale del 17,8%. Se entriamo nel merito della quantità delle assunzioni femminili nel totale annuo esse rappresentano il 36,3% , mentre se guardiamo alla qualità della tipologia di contratto, tra i contratti a tempo indeterminato solo il 31,4% sono donne rispetto al 68,6% di uomini. Nel numero totale delle assunzioni part time le donne sono interessate per il 53,4% rispetto al 46,6% degli uomini, a conferma del fatto che le donne sono maggiormente impiegate in occupazioni discontinue, precarie, part time volontari e involontari, lavoro povero e confinate in settori lavorativi dal basso valore aggiunto dove la competitività si basa sul contenimento dei costi del lavoro e su modelli organizzativi aziendali rigidi che non considerano assolutamente condizioni flessibili dei tempi di lavoro, percorsi formativi e professionali paritari, agevolazioni o strumenti a sostegno della donna lavoratrice. Il report fotografa come le donne lavoratrici siano penalizzate rispetto al mondo del lavoro soprattutto dalla fase della maternità, con un picco delle difficoltà nella fase di gravidanza che permane sino alle varie fasce di età dei figli. Si sconta con la penalità salariale e la progressione di carriera l’accudimento in generale dei familiari (bambini, anziani e fragili) per la mancanza di una rete di infrastrutturazione sociale di prossimità -gli asili nido (la Sicilia in penultima posizione tra le regioni con 13,9 posti per la prima infanzia per 100 bambini tra 0-2 anni, lontana dall’obiettivo stabilito dall’Unione Europea di 33 posti), le scuole a tempo pieno, le residenze per anziani e non autosufficienti, i servizi sociali per la disabilità- continuando a rimanere l’ammortizzatore sociale della comunità siciliana.</p>
<p>Altro aspetto critico è la differenza tra le retribuzioni: i salari delle donne del settore privato sono pari a circa il 23% in meno rispetto a quelli degli uomini (con punte che vanno dal 14,1% nel commercio, al 23,4% nelle attività professionali scientifiche e tecniche financo al 44,7% nelle attività finanziarie e assicurative), mentre nel settore pubblico si attesta ad un valore pari al 25,7% in meno come media. A ciò si aggiunge che nonostante più donne abbiano conseguito diploma e laurea ancora persiste fortemente il fenomeno del soffitto di cristallo, quella somma di barriere sociali e culturali che non consente alle donne di raggiungere ruoli dirigenziali e di vertice nel mondo del lavoro. E in linea con i dati occupazionali nel mercato del lavoro, le donne risultano essere le maggiori utilizzatrici del Supporto Formazione Lavoro (SFL), così come lo erano del reddito di cittadinanza fino al 2023.</p>
<p>Nella sezione dedicata alle pensioni, oltre a registrare in Sicilia una età media di decorrenza per la vecchiaia e le anticipate pari a 66,5 anni per le donne e 65,5 per gli uomini (valori più alti rispetto a quelli nazionali), i dati relativi alle pensioni vigenti e liquidate mostrano che sono gli uomini a raggiungere per la maggiore i trattamenti pensionistici di anzianità e anticipate, mentre le donne, a causa della discontinuità della loro vita lavorativa o dell’accesso post-maternità, hanno difficoltà a raggiungerne i requisiti e sono obbligate ad attendere la pensione di vecchiaia. La diversa speranza di vita media tra i 2 generi determina un’alta incidenza tra le pensioni di reversibilità del genere femminile. E da ciò risulta evidente come le disparità lavorative nelle retribuzioni e contribuzioni più basse si riflettano negli importi medi pensionistici, rilevando come a fronte di circa 530mila pensionate IVS (da lavoro) il 65,5% vivano di importi medi mensili tra le 350 e le 950 euro, inoltre si riscontra un delta tra gli importi dei 2 generi che si articola tra le 300 e le 600 euro mensili lorde in meno per le donne, a secondo delle varie gestioni.<br />
Tali rilevanti condizioni di svantaggio delle donne italiane e in specie di quelle siciliane sono il risultato di molteplici fragilità del sistema: debolezza del welfare, infrastrutture sociali mancanti, ma soprattutto sono il combinato di una scoraggiata partecipazione femminile verso settori più produttivi e di un disallineamento tra istruzione e lavoro/carriera lavorativa.</p>
<p>Ancora una volta il CIV dell’Inps insieme ai Comitati territoriali, attraverso i dati in trasparenza del Rendiconto di Genere documenta, oltre ai lievi segnali di miglioramento, quelle criticità persistenti e quella disparità di genere (gender gap) che incide socialmente ma soprattutto nello sviluppo economico e produttivo della nostra terra. Tale circuito sequenziale della disuguaglianza tra donne e uomini si sviluppa dall’ingresso nel mercato del lavoro, si conferma in una segmentazione settoriale , persiste e si accresce nelle possibilità di carriera e chiude il suo ciclo nella condizione pensionistica e sociale. E‘ una vera e propria questione „di genere“ che deve essere affrontata con un approccio multidimensionale per sviluppare una soluzione in modo integrato, non attraverso misure estemporanee come i bonus, nè con interventi a tempo,ma con l’azione congiunta di tutti gli attori sociali (Istituzioni, parti sociali, mondo dell’istruzione e della formazione, associazionismo) che hanno responsabilità e strumenti nei diversi ambiti … perchè ancor prima di essere una questione di spreco di capitale umano e di valore aggiunto per lo sviluppo del Paese, è una ingiustizia nei confronti dell’altra metà del cielo.</p>
<p>Valeria Tranchina, Presidente del Comitato Regionale Inps</p>
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		<title>Era l&#8217;emblema della libertà&#8230; eternamente emancipata. IN RICORDO DI MARIA PIA REALE</title>
		<link>https://www.lacivettapress.it/2025/11/11/era-lemblema-della-liberta-eternamente-emancipata-in-ricordo-di-maria-pia-reale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Turlà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 12:41:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Universo femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[-Homepage]]></category>
		<category><![CDATA[Liceo Gargallo]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Péia Reale]]></category>
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					<description><![CDATA[Maria Pia Reale ci ha letteralmente insegnato a galleggiare, a cavarcela nei momenti complessi che la vita ci avrebbe inevitabilmente presentato. Ci ha tenuto piccolissimi tra le braccia facendoci scivolare sull’acqua e poi da adolescenti irrequieti ci ha lasciato andare senza ostacolare le nostre complicate personalità, dettate da un’età che nel grande circo dell’evoluzione umana &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Maria Pia Reale</strong> <strong>ci ha letteralmente insegnato a galleggiare</strong>, <strong>a cavarcela nei momenti complessi</strong> che la vita ci avrebbe inevitabilmente presentato. Ci ha tenuto piccolissimi tra le braccia facendoci scivolare sull’acqua e poi da adolescenti irrequieti ci ha lasciato andare senza ostacolare le nostre complicate personalità, dettate da un’età che nel grande circo dell’evoluzione umana è decisamente la più complessa. Era bella Maria Pia<strong>, era bella e solare</strong>, ad ogni sorriso le si socchiudevano gli occhi. <strong>Portava gioia, ironia e una frenetica voglia di fare</strong>.</p>
<p>Ti spingeva senza sfiorarti e senza toccarti ti teneva. Era intelligente Maria Pia e aveva visione perché di ognuno dei suoi studenti del Gargallo conosceva le stanze del cuore. <strong>Era l’emblema della libertà</strong> individuale piegata solo al rispetto degli altri ma per il resto <strong>eternamente emancipata</strong>. Siamo stati forgiati dal suo modo di essere indipendente e accanto a lei abbiamo imparato a camminare, passi confusi e ribelli di ragazzi indisciplinati che volevano solo urlare al mondo la propria presenza. Sempre dalla nostra parte nonostante a volte era veramente complicato sostenerci davanti le dure leggi gerarchiche del liceo.</p>
<p>Sono tanti, davvero tanti i momenti impressi nella memoria che il tempo non cancella. Forse perché i ricordi più belli appartengono alla nostra adolescenza o forse perché lei era un dono destinato ad accompagnarci. Indimenticabile la complicità durante <strong>i preparativi per le rappresentazioni al Teatro Greco</strong>, ad alcuni di noi che arrivavamo assonnati, perché sì marinavi la scuola per le prove ma dovevi comunque alzarti prestissimo, lei diceva va bene mi accontenterò solo del tuo corpo. E le urla di gioia quando scoprivamo che sarebbe stata lei l’insegnante che ci avrebbe accompagnato alla gita piuttosto che qualche rigida bisbetica con la penna rossa in mano. <strong>E come dimenticare Vienna</strong> a 16 anni con la totale assenza di controllo di Maria Pia. Una notte dopo la discoteca il pulmino riparte verso l’hotel senza 5 di noi, un delirio. Tutto in una notte! Camminare in una Vienna ambigua ma a ripensarci splendida. Scappare da gruppi punk che fino a quel momento avevi visto solo nei fumetti e cercare disperatamente un taxi che ci portasse alla meta ma in 5 la rigidità dei tassisti di notte viennesi, paragonabile all’estrema destra talebana, non ci concedeva passaggi. E allora a camminare e correre di notte liberi ed incoscienti fino a quando alla fine un tassista immigrato lo trovi sempre. E poi il viso di Maria Pia al nostro racconto. Lei non si era accorta di nulla. E va bene ragazzi adesso andate a riposare e non svegliate gli altri. E il giorno dopo visita alla Cattedrale di Santo Stefano vuoi che non si dimenticasse di nuovo di alcuni di noi? E allora di nuovo, prendi ascensore sali sul tetto della Cattedrale, cerchi non trovi e poi ti ricordi che dopo era previsto un giro al Prater, e con fatica alla fine la ritrovi con tutti gli altri e lei cosa ti dice? Vabbè siete in gamba siete arrivati lo stesso ma mi raccomando non salite sulle montagne russe che poi vomitate e noi ovviamente abbiamo preso il biglietto per quell’indimenticabile pauroso viaggio verso il cielo.</p>
<p>Adesso Maria Pia su quelle montagne ci sei salita tu e sentirai il vento sul viso continuando a sorridere, socchiudendo i tuoi bellissimi occhi. Io credo che tu ad ognuno delle tue ragazze e dei tuoi ragazzi hai sussurrato qualcosa all’orecchio. A me l’hai detto, con me l’hai fatto mi hai detto delle parole che in alcuni momenti della mia vita risorgono alla mia mente come una scure benefica. Avevi ragione Maria Pia, <strong>avevi sempre ragione su tutto. Grazie di esserci stata</strong> e di averci fatto comprendere che la ribellione e la libertà sono un duro sudore da conquistare.</p>
<p>Se il cielo concedesse un po&#8217; di grazia ad ogni anima quaggiù tu saresti una santa, anima che canta. Che canta in equilibrio sopra un&#8217;emozione. Che capovolge l&#8217;esistenza alle persone. Che non si può spiegare fino in fondo ma che resta in fondo al cuore…</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>TORNANZA E RESTANZA a Siracusa: 6 donne raccontano come, dopo aver studiato fuori, decidono di tornare</title>
		<link>https://www.lacivettapress.it/2025/05/09/tornanza-e-restanza-a-siracusa-6-donne-raccontano-come-dopo-aver-studiato-fuori-decidono-di-tornare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca O. Giuliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 08:03:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Universo femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste-Questioni]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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		<category><![CDATA[Leucotea Andriolo]]></category>
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		<category><![CDATA[Bianca Burgo]]></category>
		<category><![CDATA[Carlotta Cutrale]]></category>
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					<description><![CDATA[Tornanza e restanza a Siracusa: come spiegare, apprezzare e capire il movimento dei giovani che dopo aver studiato fuori decidono di “provare a tornare.” Ecco cosa possiamo imparare dalla resistenza giovane, cosciente e siciliana di oggi. Ma come è possibile che, a volte, sento l’obbligo di restare fuori solo per poter dire: sono di successo? Certo, &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"> <i>Tornanza</i> e <i>restanza</i> a Siracusa: come spiegare, apprezzare e capire il movimento dei giovani che dopo aver studiato fuori decidono di “provare a tornare.” Ecco cosa possiamo imparare dalla resistenza giovane, cosciente e siciliana di oggi. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">Ma come è possibile che, a volte, sento l’obbligo di restare fuori solo per poter dire: <i>sono di successo</i>?<i> </i>Certo, non solo, anche per il piacere di poter essere così come sono (o almeno pensarlo) per il piacere di avere il diritto, se non il permesso, di esprimermi, di essere, di confrontarmi con un mondo diverso, lontano dal mio. È certo che non sarei diventata chi sono se non grazie al fatto di aver viaggiato, di aver visto, di essermi confrontata – che è stata una scelta, un atto di coraggio e di dolore, indubbiamente anche un privilegio. Perché tanto gli amici che conto sulle dita di una mano e le amiche di amici e gli amici di amiche di amiche per lo più hanno tutte avuto un percorso simile: partire, lasciarsi la città alle spalle ben prima &#8211; per la maggior parte e sicuramente per me &#8211; aver capito quale fosse il motivo reale. Spinte dalla credenza generale che per realizzarsi, per fare qualcosa, per sopravvivere, si deve andare via. Ma perché? </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">Certo che la provincia diventa stretta, soprattutto quando hai 18 anni e uno smartphone in mano. La promessa di un mondo grande e spazioso che ti può dare tutto, ti può dare chi sei, le chiavi e gli ingredienti giusti per ‘farcela’. Però noi siamo partiti, oltre che spinte dal desiderio del nuovo e del diverso, anche perchè ci è stato insegnato che partire è una prerogativa per trovare il benessere da qualche altra parte, perché qui non esiste, non è pensabile, inventabile, realistico. È certo che la nostra città non ci avrebbe potuto offrire tante cose a cominciare da un’ampia scelta di corsi universitari. Ma c’è anche che ci hanno detto sempre, chiaro e tondo: vai via. Perché sprecare tanto potenziale qui? Come se qui fosse un luogo di scarti e rifiuti, di persone arrese, di noia e malcontento generale, senza speranza. Ma il cuore non può dimenticarsi il calore, la bellezza estatica del nostro mare, la saggezza di certe tradizioni, la resilienza delle storie delle persone che sono cresciute prima di noi su questa terra. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">In un ampio discorso sul processo di interiorizzazione dell’antimeridionalismo a cui siamo comunemente e inconsciamente sottoposte, <strong>Valentina Amenta e Claudia Fauzia in </strong><i><strong>Femminismo Terrone</strong>, </i>analizzano con sguardo critico la provenienza storica delle credenze culturali e dei contesti socio-materiali che spingono giovani del Sud a emigrare in città del Nord Italia o all’estero. L’antimeridionalismo è una pratica fiorita tristemente e sistemicamente sui capisaldi della supremazia coloniale europea. Si interiorizza, come si interiorizzano il razzismo, la misoginia, l’omotransfobia.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a> Siccome il nostro Sud è raccontato, dilaniato, categorizzato come un margine a tutti gli effetti, un luogo di scarti e rifiuti, non c’è da meravigliarsi se i nostri genitori e familiari, nonché la cultura tardocapitalista in cui siamo immersi, ci abbiano indirizzato verso altri luoghi dove trovare lavoro, dignità, e forse poter lavare via un po’ di questa caratteristica che abbiamo imparato, nostro malgrado, a disprezzare: essere nate al Sud, con il nostro accento ed il nostro dialetto. E sulla scia anche del femminismo liberale bianco, che con grande sforzo collettivo stiamo imparando a decolonizzare, abbiamo anche introitato il messaggio che per essere donne libere bisogna andare via. Questa è sicuramente una questione complessa: veritiera e non. <strong>Ma è proprio vero che non è possibile emanciparsi in un luogo come la Sicilia?</strong> O è ancora più vero che questo è quello che abbiamo creduto e che non necessariamente abbiamo incontrato realtà meno machiste e oggettificanti altrove? Domande sacre, domande da porsi.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">C’è un bel movimento oppure fenomeno di cui vorrei parlare: <strong>Vito Teti, nel suo libro, lo definisce </strong><strong><i>la</i> <i>restanza<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a></i></strong><strong>.</strong> Ovvero il diritto di restare, con tutte le sue tensioni malinconiche e liriche, antiche quanto la storia dell’umanità. L’atto di tornare e di restare, rischioso quanto radicale, non è di certo una novità. Si pensi a qualsiasi flusso migratorio nella storia: a quello per esempio di noi meridionali, che salpavamo alla volta del nuovo mondo sin dalla fine dell’Ottocento per sfuggire alla stessa stigmatizzazione, alla povertà già sistemica all’epoca, così come i flussi migratori più recenti, oggetto manipolato da discorsi neofascisti e propagande barbariche, che dai mondi non occidentali partono alla volta del benessere estremo che oggi promette l’Occidente (promesse sempre più vacillanti, sempre meno appetibili, smascherate ogni giorno di più dal movimento giovanile contemporaneo che nel sogno consumeristico americano delirante ha smesso di credere—ma questo è un altro discorso). </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">Ecco, è comune alle persone che hanno migrato, di scegliere poi di tornare per restare. Certo non è possibile fare generalizzazioni in merito, per questo mi concentro soltanto sulle <em>giovani siracusane</em> della mia generazione che sono partite per guadagnarsi un’istruzione, sicurezza in se stesse, esperienze lavorative, una più ampia comprensione del mondo, per poi scegliere di tornare, a<i>gainst all odds, </i>e riappropriarsi dei luoghi vissuti da bambine, della comunità, del ritmo di vita che si erano lasciate alle spalle. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">Per comprendere meglio questo moto controcorrente, da alcuni non capito, da alcune ignorato, da alcuni molto ammirato, ho chiesto a sei giovani donne Siracusane di parlarmi della loro esperienza di <i>tornanza</i> e della loro rivendicata <i>restanza</i>:</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><strong><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-30938" src="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/MICHELA-MESSINA-165x300.jpeg" alt="" width="165" height="300" srcset="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/MICHELA-MESSINA-165x300.jpeg 165w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/MICHELA-MESSINA-578x1050.jpeg 578w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/MICHELA-MESSINA-768x1394.jpeg 768w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/MICHELA-MESSINA-846x1536.jpeg 846w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/MICHELA-MESSINA.jpeg 1128w" sizes="(max-width: 165px) 100vw, 165px" /> Michela Messina</strong>, project manager al CIAO</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-30939" src="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/VALERIA-MESSINA-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/VALERIA-MESSINA-225x300.jpeg 225w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/VALERIA-MESSINA-788x1050.jpeg 788w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/VALERIA-MESSINA-768x1024.jpeg 768w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/VALERIA-MESSINA-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/VALERIA-MESSINA.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /> <strong>Valeria Messina</strong>, esperta in business e data science</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-30940" src="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/lidia-ginestra-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/lidia-ginestra-300x200.jpg 300w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/lidia-ginestra-1024x683.jpg 1024w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/lidia-ginestra-768x512.jpg 768w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/lidia-ginestra.jpg 1439w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><strong>Lidia Ginestra</strong>, giornalista freelance collaboratrice dell’Espresso ed Al Jazeera English</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-30941" src="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/bianca-burgo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/bianca-burgo-300x300.jpg 300w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/bianca-burgo-150x150.jpg 150w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/bianca-burgo-768x768.jpg 768w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/bianca-burgo.jpg 828w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> <strong>Bianca Burgo</strong>, artista visiva</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-30942" src="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/LEUCOTEA-ANDRIOLO-169x300.jpeg" alt="" width="169" height="300" srcset="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/LEUCOTEA-ANDRIOLO-169x300.jpeg 169w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/LEUCOTEA-ANDRIOLO-591x1050.jpeg 591w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/LEUCOTEA-ANDRIOLO.jpeg 665w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" /> <strong>Leucò ((Leucotea) Andriolo</strong>, designer</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-30950" src="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/c415e871-bff9-48b7-82b3-4da8e8bf1f41-300x282.jpeg" alt="" width="300" height="282" srcset="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/c415e871-bff9-48b7-82b3-4da8e8bf1f41-300x282.jpeg 300w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/c415e871-bff9-48b7-82b3-4da8e8bf1f41-1024x962.jpeg 1024w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/c415e871-bff9-48b7-82b3-4da8e8bf1f41-768x721.jpeg 768w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/c415e871-bff9-48b7-82b3-4da8e8bf1f41.jpeg 1170w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />  <strong>Carlotta Cutrale</strong>, scrittrice accademica</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Potresti condividere perché sei voluta andare via? Per ragioni personali, di studio, di lavoro, o altro?</b></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Lidia</b>: “<em>Sono stata costretta ad andare via per motivi di studio, perché l’università che volevo fare non c’era in Sicilia, e poi costretta da un’adolescenza molto sofferta, in quanto giovane donna in una Sicilia che purtroppo è ancora molto retrograda e patriarcale. E quindi sono andata via anche per poter essere libera di essere me stessa</em>.” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">Anche <b>Michela</b> riflette sulla carenza di opportunità universitarie a Siracusa: “<em>Sono andata via a 18 anni compiuti. Più che una scelta pienamente voluta e desiderata, in quel momento l’ho vissuta come una necessità, quasi come una tappa inevitabile del mio percorso. Ho lasciato la mia terra principalmente per motivi di studio. Siracusa, purtroppo, non offre reali opportunità universitarie (&#8230;). Purtroppo, non è una città pensata per chi, finito il liceo, cerca stimoli nuovi, spazi di crescita e confronto o, più in generale, per chi vuol rimanere senza investire nel settore del turismo. Oltre alla motivazione accademica sentivo che la dimensione di provincia iniziava a starmi troppo stretta. Sentivo il bisogno di nuovi orizzonti, di entrare in contatto con modi diversi di pensare e vivere, di uscire dalla mia zona di comfort</em>.” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Carlotta</b> invece racconta di essere partita anche prima di avere finito le scuole superiori: “<em>Avevo 16 anni, era il 2011, e una voglia matta e irrefrenabile di conoscere, scoprire, vedere cosa ci fosse al di là di quella quotidianità offerta da uno scenario giovanile siracusano che non riusciva a soddisfarmi. Avevo sentito per la prima volta parlare di quarto anno all’estero in prima liceo e con una mia amica avevamo un chiodo fisso: poterlo fare &#8211; riuscire a farlo. Quindi, mi verrebbe da dire che fosse più una combinazione di motivazioni: la scuola, l’adolescenza, la voglia di scappare, la voglia di scoprire, la voglia di fare. La fame forse.</em>” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">Anche <b>Valeria</b> racconta delle ragioni che l’hanno spinta, già da piccola, a voler andare via: “<em>La prima volta che sono andata via avevo solo 16 anni, quindi la scelta non era legata né allo studio né al lavoro. Era più una voglia di scoperta: sentivo il bisogno di vedere qualcosa di nuovo, di uscire un po’ dal mio giro di amici a Siracusa e conoscere persone diverse. Ho fatto un’esperienza interculturale in Belgio, ma in realtà lo stato in sé contava poco: nella mia lista c’erano anche Canada, Spagna e Grecia. Quello che cercavo era davvero </em><em>andare via</em><em>.</em>” E aggiunge, riflettendo sulle opportunità di lavoro: “<em>Lo dico sinceramente, facendo un lavoro nel campo digitale, sapevo che al Sud — e in particolare in Sicilia — le opportunità sarebbero state quasi nulle. </em><em>Anche oggi, pur avendo una posizione interessante nel campo della Data Science e della Business Intelligence, non potrei mai svolgerla a Siracusa (</em><em>fisicamente</em><em>): le aziende che investono in questo ambito sono davvero poche</em>.”</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Qual è stata la riflessione che ti ha fatto scegliere di tornare? E come ti senti adesso?</b></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Leucò</b>: “<em>Il motivo per cui sono tornata è stato dovuto al fatto che dopo aver passato quasi un decennio fuori dall’Italia ed essendomi adattata, ambientata e fusa con la cultura inglese, ho sentito il bisogno di tornare alle origini. Di ritrovare la </em><em>me italiana</em><em>. Uno dei motivi in particolare di scelta nel tornare a Siracusa è stato prendere in considerazione di avere già una casa dove poter abitare, una città sul mare da vivere, e un gruppo di amici d’infanzia che piano piano rientrava. E mi ritengo privilegiata e fortunata ad avere la possibilità di poter vivere in questo posto e di aver trovato qua un lavoro.</em>” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">Anche <b>Bianca</b> riflette sul suo processo interiore: “<em>Sentivo un forte senso di insoddisfazione lontana da casa, ero costantemente alla ricerca </em><em>del lavoro giusto</em><em>, vivevo nella speranza che questo avrebbe cambiato il mio senso di vuoto. Poi ho capito che quella sensazione era mancanza. Una mancanza che ho negato a me stessa di provare per anni, perché pensavo che il desiderio di tornare potesse coincidere con il fallimento di tutti i miei sogni. Che assurdità essere portati a pensare una cosa simile, rendersi conto di quanto siamo vittime di questo sistema malsano. Ho ascoltato il mio desiderio di tornare, ho accolto la paura e ad oggi sono così felice di aver preso questa decisione. Ho trovato lavoro in poco più di un mese, ho di nuovo una routine familiare e mi sento a casa come non succedeva da tempo.</em>” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">E <b>Lidia</b> racconta: “<em>Dal punto di vista filosofico e romantico, è che, dopo essere stata in Palestina per la prima volta, feci un lavoro sulla turistificazione di Ortigia, e per la prima volta mi capitò di parlare con uno dei ragazzi che fu mandato via dalle case popolari in Ortigia negli anni ’90 e che mi disse che lui lavorava per il diritto al ritorno, insomma per poter ricomprare la casa da cui la madre era stata sfrattata. E questo mi fece tornare in mente tanto altro che avevo vissuto in Palestina qualche mese prima, e mi ha fatto aprire diverse riflessioni sul fatto che io mi fossi concentrata tanto e per il mio periodo di università e di studi su ciò che avviene al di là del Mediterraneo, ed è quello che ancora faccio occupandomi di migrazioni, Medioriente, tratta del Mediterraneo. Realizzai che non mi ero mai soffermata su quello che avveniva nel mio luogo, nella mia casa. E questa è stata la riflessione romantica che mi ha spinto a tornare. Quella invece meno romantica ma che secondo me ha anche un suo valore è quella economica: non potevo più permettermi di mantenere una casa a Roma e poi ero molto, molto stanca di vivere fuori dal mio luogo, e pensavo che potessi portare qualcosa, avendo appreso e maturato quella che sono grazie all’esperienza fuori. Volevo e voglio restituire</em>.” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">La stanchezza di essere lontane emerge come un comune denominatore. <b>Carlotta</b> la definisce: “<em>La stanchezza dettata dall’accollarsi numerosi traslochi ogni volta, la stanchezza di dover ricreare un tessuto sociale nuovo mentre quello che hai lasciato giù va avanti e tu ti perdi pezzi (non potendo ancora essere in due posti nello stesso momento), la stanchezza di avere il tempo contato ogni volta</em>.” E riflette sul fatto che “<em>Tornare è una necessità. Dopo tutti quegli anni passati a non avere radici fisiche ma a idolatrare e quasi gelosamente custodire il ricordo del Sud, di casa, quella primaria, quella che ti ha costretto poi ad andare via, voler tornare è inevitabile. È un sentimento ancestrale, atavico, un ritorno che sa di futuro per realmente cercare di capire quanto delle mie conoscenze acquisite, capacità e millantate esperienze posso traslare in questo posto da cui tutto è partito. È difficile per me capire come mi sento, perché è contraddittorio come sempre quando parlo o penso a Siracusa. Da un lato, sono entusiasta perché sto tornando: lascio le valigie, provo a dare a questo posto una chance per davvero. Dall’altro non si possono ignorare alcuni campanelli d’allarme sociali o economici che influenzano la volontà e stanno lì a dire: &#8216;</em><em>ma cu tu fa fari</em><em>?&#8217; Però, la voglia di riscatto, la curiosità verso un posto che io penso di conoscere</em>.” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Michela</b>: “<em>Nell’ultimo anno prima del mio rientro ho iniziato a sentire un desiderio profondo di tornare nella mia terra, ma non solo per le tre settimane d’estate o i dieci giorni di Natale. Proprio come a 18 anni avevo sentito il bisogno di andare via. A un certo punto mentre vivevo a Barcellona ho sentito l’urgenza di tornare, stavolta per un tempo più lungo.” </em>E aggiunge:<em> “Quasi come se fosse un segno del destino è stata proprio la Sicilia a chiamarmi indietro, offrendomi un’opportunità lavorativa in un centro interculturale, che ancora va oltre le mie aspettative. Un lavoro che sento ancora oggi come una missione e una priorità, non solo professionale, ma umana. In una regione da cui ogni anno emigrano circa 15.000 persone, tornare per me rappresenta un atto rivoluzionario. O comunque io vivo questa decisione come scelta (anche) politica. In questi anni di restanza qui sto assistendo a un bel fermento: giovani che tornano e persone di fuori che, invece, decidono di investire tempo, risorse ed energie non per sfruttare e lucrare su questa terra, ma per rigenerare</em>.”</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Pensi che sia stato necessario andare via per comprendere meglio il luogo da cui vieni?</b></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Valeria</b>: “<em>Assolutamente sì. Se non fossi andata via probabilmente sarei rimasta arrabbiata con la mia città, con tutto quello che non funzionava e che da adolescenti sembra insopportabile. </em><em>Stare fuori mi ha fatto apprezzare cose che prima davo per scontate o che nemmeno notavo. </em><em>Mi sono resa conto che certe emozioni, una certa serenità, solo qui riesco a provarle davvero. Ma per capirlo dovevo allontanarmi. Adesso vedo con occhi diversi tutto quello che questa terra ha da offrire: il mare, i legami familiari, il calore umano, anche solo camminare per strada e avere ricordi ad ogni angolo, incontrare qualcuno per caso… Poter vedere i miei genitori o mia sorella senza dover pianificare tutto mesi prima è un lusso. E non me ne sarei resa conto se non avessi vissuto altrove.</em>” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">Sulla stessa scia, <b>Leucò</b> osserva: “<em>È stato assolutamente necessario essere partita per poi essere rientrata e rendermi conto della bellezza e delle energie che questa terra emana. Della rarità della sua natura e della sua storia. Sono molto felice di vivere qua. Penso di aver trovato un giusto </em><em>balance</em><em> anche se questa città delle volte non si rende conto del potenziale che ha e spesso mancano infrastrutture come musei contemporanei, cinema in lingua originale, centri culturali ed eventi. Credo si stia risvegliando anche grazie al rientro di tanti di noi e questo mi rende felice</em>.” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">Anche <b>Lidia</b> fa appello al concetto di necessità: “<em>Per me è stato necessario andare via per capire meglio me stessa. Il posto da cui provenivo lo conoscevo già molto bene. Il problema è che questo luogo ti tarpa un po’ le ali, soprattutto se sei donna. E quindi in questi termini avevo bisogno di andarmene per conoscere me stessa e quindi poi poter tornare qua con una diversa consapevolezza.</em>” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Bianca</b>: “<em>Credo che avere la possibilità di fare un’esperienza fuori, anche breve, aiuti sotto tanti punti di vista. Come ogni cosa, anche la propria terra andrebbe osservata dall’esterno per poter avere uno sguardo più lucido e distaccato su pregi e difetti che la contraddistinguono.</em><b> </b><em>Non penso però sia necessario, ma consigliabile per avere la capacità di elaborare un pensiero più ampio sulle cose</em>.” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">Su una nota simile la risposta di <b>Michela</b>: “<em>Se si ha la possibilità, penso che allontanarsi dal luogo in cui si è cresciuti— anche solo per un periodo — sia un’esperienza utile. E solo conoscendo ciò che è </em><em>altro rispetto a noi, possiamo davvero comprendere chi siamo.” </em>E aggiunge una riflessione importante<em>: “Ho studiato cooperazione internazionale durante la triennale e poi migrazioni internazionali alla magistrale. All’inizio mi immaginavo in qualche periferia del mondo, in prima linea con qualche ONG. Col tempo e tanta decostruzione mi sono resa conto che non era necessario andare per forza a fare la white savior<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc"><sup>3</sup></a></em><em> in Africa o in Asia per poter essere d’aiuto a una determinata causa. Anche qui, in Sicilia, una delle tante frontiere d’Europa, c’è molto, troppo, da fare e purtroppo pochi sono quelli che rimangono. Paradossalmente penso di aver iniziato a comprendere davvero il posto da cui vengo non tanto quando ero via ma da quando sono tornata. Ho iniziato a leggere e riconoscere la Sicilia come margine, certo più privilegiato di altri, ma pur sempre periferia d’Europa. E come ci insegna <strong>Bell Hooks</strong>, il margine non è solo uno spazio di esclusione, ma anche uno spazio di resistenza, un punto di osservazione radicale da cui è possibile immaginare alternative.<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a></em>”</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Per considerarsi una ‘donna libera’ è necessario lasciarsi il Sud alle spalle? </b></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;">A quest’ultima domanda, <b>Carlotta</b> dichiara: “<em>Non penso. Io ho la convinzione che le donne meridionali portino con loro e dentro di loro quel fuoco, quel magma, quella forza esplosiva di potersi definire libere e di lottare ancora di più contro quello stereotipo di clausura meridionale.</em>” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Bianca</b>: “<em>Io parlo da una posizione privilegiata, libera già in partenza. Vengo da una famiglia che mi ha dato la possibilità di studiare, di scegliere per il mio futuro. Credo che per avere una risposta a questa domanda serva chi davvero non ha potuto scegliere di andare via. Penso però che ‘dover lasciare il sud alle spalle’ sia un’estremizzazione ormai non più necessaria.</em>” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Valeria</b>: “S<em>e non avessi avuto la possibilità di lavorare da remoto, la mia libertà &#8211; intesa come indipendenza economica &#8211; sarebbe stata sicuramente limitata. Purtroppo, questa forma di libertà non è ancora così facile da conquistare al Sud. Fatta questa premessa, però, mi sento di dire con forza che no, non è affatto necessario lasciare il Sud per sentirsi libere. Da un punto di vista sociale, certo, qui ci sono ancora molte barriere e pregiudizi, spesso più radicati che altrove. Ma proprio per questo sento che vivere qui mi permette di contribuire in modo concreto: dal confronto quotidiano con tecnici, operai, architetti per la ristrutturazione della mia casa, al dialogo con il commercialista o altri professionisti. Ogni interazione diventa anche un’occasione di scambio e a volte di piccola rivoluzione.</em>” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: georgia, palatino, serif; font-size: 14pt;"><b>Leucò</b>: “<em>Io mi sento una donna libera per fortuna, che sia al Sud o al Nord o altrove. Credo che l’aver vissuto in posti diversi mi abbia formato come persona singola e all’interno di tanti contesti. Magari al Sud delle volte ci sono degli stereotipi ancora da scardinare, forse sentiti più fortemente che in luoghi come in UK, dove femminismo e </em><em>politically correct</em><em> sono più sviluppati, ma credo che se non siamo noi a portare questi cambiamenti, chi di meglio può farlo?</em>” </span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: georgia, palatino, serif;"><b>Michela</b>: “<em>Assolutamente no. Questa è una visione imposta dal femminismo egemonico, borghese, bianco e del Nord del mondo, che spesso ci fa credere che per essere davvero emancipate dobbiamo allontanarci dal Sud. Come se le donne del Sud non potessero essere libere, come se la libertà fosse possibile solo altrove o con altri schemi. È la stessa logica, con una narrazione diversa, che viene applicata nei confronti delle donne musulmane o di altri contesti subalterni ritenuti ‘arretrati’ da uno sguardo coloniale e paternalista. E invece no. (…) È stato proprio il Sud, e il processo di decostruzione dei valori patriarcali, capitalisti e coloniali che lo hanno storicamente oppresso, a permettermi di sentirmi una donna libera. Non ho dovuto lasciare il Sud alle spalle: ho dovuto, semmai, attraversarlo criticamente, comprenderlo, e da lì ripartire.</em>” E le parole di <b>Lidia</b></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-family: georgia, palatino, serif;">, infine, riecheggiano: “</span><em><span style="font-family: georgia, palatino, serif;">Per considerarsi una donna libera, per la mia esperienza personale, bisogna anche avere il coraggio di tornare al Sud, di essere donne al Sud. Per me questo è stato un grande gesto di libertà: non avere paura di tornare. E per me è stata anche una rivendicazione: cioè, io torno, e torno per quella che sono. Quindi per me è questo, non è lasciarlo alle spalle, ma anzi… Prenderlo di petto.”</span> </em></span></span></p>
<p align="justify"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-30944" src="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/ca69788c-8ad3-4016-b32d-7b1600f212ce-247x300.jpeg" alt="" width="247" height="300" srcset="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/ca69788c-8ad3-4016-b32d-7b1600f212ce-247x300.jpeg 247w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/ca69788c-8ad3-4016-b32d-7b1600f212ce-865x1050.jpeg 865w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/ca69788c-8ad3-4016-b32d-7b1600f212ce-768x932.jpeg 768w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2025/05/ca69788c-8ad3-4016-b32d-7b1600f212ce.jpeg 895w" sizes="(max-width: 247px) 100vw, 247px" /></p>
<p align="justify"><span style="font-size: 12pt; font-family: georgia, palatino, serif;">Francesca O. Giuliano è nata e cresciuta a Siracusa. È una scrittrice, sociologa, ricercatrice e formatrice. Vive tra Parigi e Siracusa, impegnata in progetti di scrittura e di ricerca all’intersezione tra gli studi postcoloniali, di genere e di migrazioni. Nel 2023, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, <i>Nostalgia eremita.</i></span></p>
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote"><span style="font-size: 12pt; font-family: georgia, palatino, serif;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> Claudia Fauzia e Valentina Amenta, <i>Femminismo Terrone. Per un’alleanza dei margini</i>, Edizioni Tlon, 2024. </span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote"><span style="font-size: 12pt; font-family: georgia, palatino, serif;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> Vito Teti, <i>La restanza</i>, Einaudi editore, 2022.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p class="sdfootnote"><span style="font-size: 12pt; font-family: georgia, palatino, serif;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a> Si definisce <i>white saviour</i> una persona bianca che aiuta persone non bianche con ostentazione o per motivi considerati egoriferiti, per esempio l’essere ammirato.a, l’avanzare nella propria carriera, il considerare le persone non-bianche come inferiori o incapaci di evolvere se non grazie all’aiuto prestato da persone bianche.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p class="sdfootnote"><span style="font-size: 12pt;"><span style="font-family: georgia, palatino, serif;"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a> Bell Hooks, <i>Elogio del margine,</i></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-family: georgia, palatino, serif;"> Giangiacomo Feltrinelli, 1998.</span> </span></span></p>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>SCENARI DI UN PRIMO FEMMINISMO IN SICILIA (1700 &#8211; 1800) : presentazione del libro di Carmen Rita Pantano</title>
		<link>https://www.lacivettapress.it/2025/04/22/scenari-di-un-primo-femminismo-in-sicilia-1700-1800-presentazione-del-libro-di-carmen-rita-pantano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione La civetta press]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2025 16:07:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Universo femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[-Homepage]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Bella]]></category>
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		<category><![CDATA[Rita Pantano]]></category>
		<category><![CDATA[Auser]]></category>
		<category><![CDATA[Dina Lauretta]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Lucia Corsale]]></category>
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					<description><![CDATA[Il 28 aprile alle ore 17.30, presso il Salone CGIL Siracusa in Viale Santa Panagia 205-207, verrà presentato il volume di Carmen Rita Pantano “Scenari di un primo femminismo in Sicilia” (1700 – 1800). A curare la presentazione sarà la docente e scrittrice Maria Lucia Riccioli, che si è occupata della poetessa e patriota netina &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 28 aprile alle ore 17.30, presso il Salone CGIL Siracusa in Viale Santa Panagia 205-207, verrà presentato il volume di Carmen Rita Pantano “Scenari di un primo femminismo in Sicilia” (1700 – 1800).</p>
<p>A curare la presentazione sarà la docente e scrittrice Maria Lucia Riccioli, che si è occupata della poetessa e patriota netina Mariannina Coffa (1841-1878), coinvolta sia nel Risorgimento siciliano che dell’emancipazione femminile (ricordiamo il romanzo storico “Ferita all’ala un’allodola” e il saggio “Caro nome – Il mistero dell’angelo di Mariannina Coffa”, Algra Editore), mentre le letture saranno a cura della giornalista e scrittrice Lucia Corsale; il folksinger Tonino Bonasera allieterà la serata con i suoi brani in siciliano.</p>
<p>A introdurre i lavori saranno Dina Lauretta, presidente del circolo Auser Aretusa ODV ETS, e Maria Bella Raudino (<a href="https://www.mariabella.it/" target="_blank" rel="noopener">https://www.mariabella.it/</a>), presidentessa del Centro Studi di Tradizioni popolari “Turiddu Bella” (CSTB), associazione iscritta al REIS (Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia) e per anni impegnata nella diffusione della poesia popolare e della cultura siciliana (con l’omonimo Trofeo, con la pubblicazione della rivista di etnoantropologia “Ethnos”, conferenze e incontri).</p>
<p>Per parlare di emancipazione della donna occorre partire innanzitutto dall’Illuminismo del Settecento per poi studiare il contributo delle donne alla causa risorgimentale (non è senza significato che l’Italia venisse personificata e assumesse una figura femminile: le donne scarmigliate, neglette, schiave eppure bellissime dei carmi come quelli di Leopardi e altri sono la rappresentazione plastica di una nazione disunita, sotto il giogo straniero; i gioghi maritali, filiali, sociali ingabbiavano parallelamente le donne, in particolare le siciliane).</p>
<p>Carmen Rita Pantano nel suo libro evidenzia il fatto che si possa parlare di un vero e proprio “doppio risorgimento”: le istanze di unità e indipendenza nazionali si sono legate a doppio filo con quelle di “resurrezione” femminile: <em>Nel vigor dell’ingegno e dell’etade/ Scrivere potrei cose fervide e care/ Se godessi dell’uom la libertade</em>. Così la poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, proposta da Rita Pantano insieme a Lauretta Li Greci e Rosina Muzio Salvo come esempi di creatività e ribellione ai legacci della società dell’epoca e i cui retaggi purtroppo persistono ancora oggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il link all’evento Facebook: <a href="https://fb.me/e/2TgDyUiFJ" target="_blank" rel="noopener">https://fb.me/e/2TgDyUiFJ</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Consiglio Comunale e rappresentanza di genere: primitivismo politico e responsabilità del sindaco Italia</title>
		<link>https://www.lacivettapress.it/2025/01/11/consiglio-comunale-e-rappresentanza-di-genere-primitivismo-politico-e-responsabilita-del-sindaco-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Salvo Baio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jan 2025 14:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Universo femminile]]></category>
		<category><![CDATA[-Homepage]]></category>
		<category><![CDATA[Consiglio comunale di Siracusa]]></category>
		<category><![CDATA[s. zappulla]]></category>
		<category><![CDATA[bipartisan]]></category>
		<category><![CDATA[presenza di genere]]></category>
		<category><![CDATA[Assessore Buccheri]]></category>
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					<description><![CDATA[A ottobre dello scorso anno un gruppo bipartisan di 20 donne, rappresentanti di istituzioni di vario livello, lanciò questo appello: &#8220;Anche la Sicilia, come avviene ovunque oltre lo Stretto, ha diritto ad una norma che valorizzi davvero la presenza di genere nelle giunte comunali con un minimo fissato almeno al 40 per cento&#8221;. E la &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A ottobre dello scorso anno un gruppo bipartisan di 20 donne, rappresentanti di istituzioni di vario livello, lanciò questo appello: &#8220;Anche la Sicilia, come avviene ovunque oltre lo Stretto, ha diritto ad una norma che valorizzi davvero la presenza di genere nelle giunte comunali con un minimo fissato almeno al 40 per cento&#8221;.</p>
<p>E la politica siracusana deve decidere se stare oltre lo Stretto o rinchiudersi, come ha fatto finora, in un primitivismo politico che considera la presenza femminile come una riduzione di posti per gli uomini. Il sindaco Italia è il principale esponente di questo pensiero primitivo, in quanto spettano a lui la formazione e la composizione della giunta. Oggi, a Palazzo Vermexio su 9 componenti della giunta vi è una sola donna. Una vergogna.</p>
<p>La proposta di Sara Zappulla mirava, con parole equilibrate e di buon senso, a porre al Consiglio comunale un&#8217;esigenza di equilibrio di genere che poteva essere accolta come una raccomandazione al sindaco di aumentare la presenza delle donne in giunta, anche senza vincoli percentuali.</p>
<p>I consiglieri della maggioranza che sostengono l&#8217;attuale sindaco, tra cui il sedicente Pd, Buccheri, hanno reagito in maniera scomposta, rimproverando a Sara di non aver votato la presidente di una commissione, dimenticando che lei è all&#8217;opposizione e non una stampella della maggioranza.</p>
<p>Prendersela con i consiglieri di maggioranza non ha comunque senso perché privi di autonomia decisionale, specie su una materia, il rimpasto, che è di &#8220;proprietà&#8221; di due, tre persone. In questo quadro, la meritoria proposta di Sara Zappulla ha dato la stura alla vecchia e stantia contrapposizione politica uomo vs donna.</p>
<p>Che il sindaco Italia non abbia ritenuto di dire una parola non deve meravigliare perché, al di là delle aperture di circostanza, il signore del Vermexio, pur di far quadrare le esigenze dei &#8220;proprietari&#8221; della politica comunale, è disposto a passare sul corpo dell&#8217;equilibrio di genere.</p>
<p>Diversi mesi fa, Italia, nell&#8217;imminenza di un rimpasto poi rinviato, dichiarò che o i partner di maggioranza gli segnalavano i nomi di donne da inserire in giunta o ci avrebbe pensato lui. Aspetta e spera.</p>
<p>Ho sempre pensato che il sindaco di Siracusa non ama politicamente le donne.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alla libreria NeaPolis: “Vietato a sinistra” – dieci scomodi interventi femministi</title>
		<link>https://www.lacivettapress.it/2024/10/01/alla-libreria-neapolis-vietato-a-sinistra-dieci-scomodi-interventi-femministi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rosalba Galli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Oct 2024 08:55:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[-Homepage]]></category>
		<category><![CDATA[Universo femminile]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Annalisa Sansalone]]></category>
		<category><![CDATA[Runts]]></category>
		<category><![CDATA[leg. 54/2006]]></category>
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					<description><![CDATA[Ha suscitato l’interesse di molte persone la presentazione alla libreria NeaPolis di viale Teocrito del libro “Vietato a sinistra – Dieci interventi femministi su temi scomodi” (a cura di Daniela Dioguardi, Castelvecchi 2024) un titolo forte e chiaro che chiama al confronto su questioni che negli ultimi anni hanno provocato conflitti aspri e rotture sia &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ha suscitato l’interesse di molte persone la presentazione alla libreria NeaPolis di viale Teocrito del libro “Vietato a sinistra – Dieci interventi femministi su temi scomodi” (a cura di Daniela Dioguardi, Castelvecchi 2024) un titolo forte e chiaro che chiama al confronto su questioni che negli ultimi anni hanno provocato conflitti aspri e rotture sia nell’universo femminista che nei partiti e nelle organizzazioni progressiste e di sinistra. Le autrici dei dieci capitoli del libro sono dodici donne, femministe, studiose e professioniste che operano in diverse regioni e fanno parte della rete di discussione, elaborazione e scambio che si chiama Dichiariamo.</p>
<p>Ecco gli argomenti “scomodi” che creano contrasti e disagio a sinistra e che sono stati affrontati alla libreria NeaPolis da tre delle autrici del libro presenti invitate dalla libraia Annalisa Sansalone.</p>
<ul>
<li>Le conseguenze della logica paritaria, abbracciata dalla sinistra, che comporta l’ammissione delle donne a cogestire un mondo pensato e regolato da uomini a loro misura, secondo tempi, ritmi e modalità che non tengono conto della differenza femminile.</li>
<li>La parificazione del ruolo materno e paterno, le conseguenze della legge 54 del 2006 che stabilisce e regola, in modo penalizzante per le madri, l’affido condiviso nelle separazioni</li>
<li>La censura e il silenziamento del dibattito democratico e della libertà di pensiero rispetto a questi temi considerati scomodi e su cui si sfugge il confronto e la discussione</li>
<li>La prostituzione, la pornografia, tutto il sistema prostituente non possono essere considerate attività lavorative come altre, espressioni di libertà, autodeterminazione e scelta di donne (o uomini) banalizzando o sorvolando sulle implicazioni teoriche e pratiche e disconoscendo il racconto e le esperienze dirette di molte donne che la prostituzione l’hanno praticata.</li>
<li>La differenza sessuale delle donne viene cancellata con l’adozione del neutro in nome dell’inclusione di quegli uomini, che mantenendo intatti i loro attributi sessuali, si percepiscono donne, si sentono discriminati e preferiscono che le donne siano chiamate “esseri umani mestruanti” o “esseri umano con utero”.</li>
<li>Le difficolta che incontrano le associazioni femminili a causa delle norme che regolano il RUNTS (Registro Unico del Terzo Settore) secondo le quali le associazioni femminili e femministe devono avere iscritti maschi, anche se si chiamano Unione donne italiane o Arcilesbica, per usufruire dei sostegni pubblici al Terzo settore.</li>
<li>Riflessioni sul concetto di “identità di genere” che sostituisce il “sesso” e comporta la neutralizzazione delle differenze grazie alla cui esistenza l’umanità esiste e continua a riprodursi.</li>
<li><img decoding="async" class="wp-image-29171 size-large alignleft" src="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2024/10/sinist-657x1050.jpg" alt="" width="657" height="1050" srcset="https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2024/10/sinist-657x1050.jpg 657w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2024/10/sinist-188x300.jpg 188w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2024/10/sinist-768x1227.jpg 768w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2024/10/sinist-962x1536.jpg 962w, https://www.lacivettapress.it/wp-content/uploads/2024/10/sinist.jpg 1200w" sizes="(max-width: 657px) 100vw, 657px" /></li>
</ul>
<p>Alla fine l’elemento unificante del libro è il corpo femminile con le sue potenze. La rappresentazione davanti a cui ci troviamo nel mainstream progressista contemporaneo racconta come sia naturale e giusto che il corpo femminile, ormai emancipato dal destino patriarcale di oggetto di servizio del maschio (padre/marito/padrone) e liberato dalla condanna della maternità obbligatoria, debba avvalersi come crede della libertà che ha raggiunto e all’occorrenza possa mettersi in vendita sul “libero” mercato della gestazione per altri, della prostituzione, della pornografia, occupazioni peraltro praticabili anche prima della (supposta) liberazione ma con il vantaggio di essere ora considerate, nella visione della modernizzazione progressista, come pratiche evolute e democratiche espressione  della libertà individuale e dell’autodeterminazione femminile.</p>
<p>Dunque, guardando ai fatti nudi senza avanzare giudizi, la donna secondo questa lettura avrebbe fatto un percorso di precarizzazione della propria condizione, passando dalla posizione di dipendente moglie/figlia/madre e con un ruolo sociale garantito, a “libera professionista” che si propone al mercato dei corpi femminili con le sue oscillazioni e competizioni.</p>
<p>D’altra parte, però, in questo contesto di sistema sociale democraticamente aggiornato e ordinato secondo le norme e il linguaggio del gender, il corpo femminile si trova contemporaneamente ad affrontare una prova estrema: la propria neutralizzazione. La parola donna (ma non la parola maschio, che non entra mai in questa revisione linguistico-simbolica, forse perché la parola uomo sinonimo di maschio ma con doppia personalità di neutro universale, rimane saldamente il significante di umanità e dunque non è coinvolgibile in questo terremoto linguistico), la parola donna secondo questo contesto democraticamente aggiornato non dovrebbe più invece significare un corpo definito dall’appartenenza al sesso femminile.</p>
<p>È soprattutto questo malinteso sul significato delle parole collegate alla differenza sessuale e la confusione simbolica che ne deriva, che rende difficile il confronto su questi temi cosiddetti divisivi.</p>
<p>Il potere, la dote procreativa del corpo della donna, per esempio, in questo contesto torna ad essere svalorizzato, come ai tempi del patriarcato trionfante quando il corpo femminile era il contenitore del figlio o, con meno soddisfazione, della figlia del maschio, maschio di cui la donna, o almeno il suo corpo, era proprietà.</p>
<p>Nel business della surrogazione (parliamo per approssimazione di un ammontare globale di poco meno di cento miliardi di dollari) la procreazione, smontata in procedure produttive differenziate (selezione e scelta degli ovociti/gameti sul mercato, procedure contrattuali attraverso le reti di agenzie preposte, selezione dell’utero e gestazione-consegna del prodotto finale) sono state messe a punto procedure di razionalizzazione del processo produttivo che ottimizzano i risultati finali e allo stesso tempo riducono il disagio dei committenti e i problemi gestionali degli esercenti del commercio. La procreazione, separata dalla sessualità, diventa una tecné e il corpo femminile diventa un mezzo di produzione. Uno strumento per questo organizzato e ricco mercato globale della Gestazione per altri.</p>
<p>E non si può non pensare che sia proprio la non accettazione della potenzialità procreatrice del corpo femminile (altro che invidia del pene!) che porta a confondere il desiderio di essere genitore con il diritto di essere genitore, con una compulsione identitaria che ha fatto sostenere ad alcune donne con il pene che la differenza sessuale femminile è discriminatoria nei confronti dei maschi che si percepiscono donne arrivando al paradosso per cui l’impossibilità del corpo maschile di procreare viene considerata una condizione patologica penalizzante da risarcire con il finanziamento mutualistico della surrogazione.</p>
<p>La libreria Neapolis ha in programma un altro incontro di riflessione e confronto su questioni che riguardano le pratiche politiche femministe, si terrà il prossimo 19 ottobre alle 17,30. Al centro dell’incontro ci sarà il libro Femminismo mon amour, Quaderni di via Dogana 2024, che raccoglie testi di varie autrici e autori. Sarà presente Laura Colombo della Libreria delle donne di Milano</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le tre donne d&#8217;Italia: Giorgia, Elly, Marina</title>
		<link>https://www.lacivettapress.it/2024/06/28/le-tre-donne-ditalia-giorgia-elly-marina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Salvo Baio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jun 2024 09:04:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-Homepage]]></category>
		<category><![CDATA[Universo femminile]]></category>
		<category><![CDATA[c. calenda]]></category>
		<category><![CDATA[Lgbt]]></category>
		<category><![CDATA[i. la russa]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono Giorgia Meloni: la sinistra usa toni da guerra civile. Sono Elly Schlein: stiamo arrivando. Sono Marina Berlusconi: sui diritti civili mi sento più vicina alla sinistra. Il Corriere della Sera, non so quanto casualmente, ha dedicato mercoledì scorso un&#8217;intera pagina a ciascuna delle due leader della politica italiana, Elly Schlein e Giorgia Meloni, e &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono Giorgia Meloni: la sinistra usa toni da guerra civile. Sono Elly Schlein: stiamo arrivando. Sono Marina Berlusconi: sui diritti civili mi sento più vicina alla sinistra.</p>
<p>Il Corriere della Sera, non so quanto casualmente, ha dedicato mercoledì scorso un&#8217;intera pagina a ciascuna delle due leader della politica italiana, Elly Schlein e Giorgia Meloni, e un&#8217;intervista extralarge di Daniele Manca, firma prestigiosa del Corriere, a Marina Berlusconi. Tre donne importanti sotto i riflettori di un grande giornale nello stesso giorno.</p>
<p>Dall&#8217;intervista che le fa la brava Maria Teresa Meli, Elly Schlein appare pimpante, sicura di sé, fa una battuta dopo l&#8217;altra. &#8220;Stiamo proprio arrivando&#8221; manda a dire a Giorgia Meloni, facendo intuire che la data d&#8217;arrivo della lunga marcia sarà il 2027 (le elezioni politiche) e il luogo Palazzo Chigi.</p>
<p>Un&#8217;altra donna al governo del Paese? Potrebbe essere questo il leitmotiv della politica italiana nei prossimi anni. La Schlein è perfino irridente con Ignazio La Russa (&#8220;non ha il senso delle istituzioni&#8221;) e con FdI ai quali, con riferimento all&#8217;Autonomia differenziata, consiglia di chiamarsi &#8220;Brandelli d&#8217;Italia o Fratelli di mezza Italia&#8221;.</p>
<p>Nella pagina dedicata alla Meloni, la giornalista Adriana Logroscino inizia l&#8217;articolo così: &#8220;Sinistra di ogni colore&#8221;, &#8220;feroce&#8221;, &#8220;scatenata&#8221;, &#8220;violenta&#8221;, &#8220;irresponsabile&#8221;, che usa &#8220;toni da guerra civile perché è nervosa, non ha argomenti nel merito&#8221; e ha l&#8217;unico obiettivo di &#8220;difendere lo status quo&#8221;. Sono parole contenute nel video diffuso dalla presidente del Consiglio che la giovane giornalista del Corriere ha messo efficacemente in fila. Parole rabbiose, livorose, tanto che un politico misurato come Carlo Calenda accusa Giorgia Meloni di essere &#8220;lei ad acuire il clima di guerra civile che imputa alla sinistra&#8221;.</p>
<p>Nella ricerca dei padri delle due riforme, l&#8217;Autonomia differenziata e il cosiddetto Premierato, Giorgia Meloni ha scoperto che la paternità è rispettivamente del Governo Amato e di Achille Occhetto e ritenendoli buoni padri di riforme si è sentita, a modo suo, legittimata.</p>
<p>Ma più che ai presunti padri di sinistra delle riforme, Giorgia Meloni dovrebbe prestare attenzione alle cose dette da Marina Berlusconi: &#8220;Se parliamo di aborto, di fine vita o diritti Lgbtq, mi sento più in sintonia con la sinistra di buon senso. Perché ognuno deve essere libero di scegliere&#8221;. Possiamo immaginare il sussulto della ministra Roccella.</p>
<p>Il titolo dell&#8217;intervista è questo: &#8220;Mi allarma l&#8217;ondata degli estremismi di destra. L&#8217;Europa deve riflettere&#8221;. Altro sussulto a Palazzo Chigi. Non è proprio musica per le orecchie di Giorgia Meloni.</p>
<p>E&#8217; possibile che, con l&#8217;intervista al Corriere, Marina Berlusconi abbia voluto mandare, in un momento convulso come questo, messaggi chiari ai naviganti, se non a far balenare, come qualcuno sussurra, la possibilità di una discesa in campo. Il Premierato, cioè l&#8217;elezione diretta del presidente del Consiglio, (se sarà approvato) potrebbe spingerla a pronunciare la &#8220;storica&#8221; frase del padre: &#8220;L&#8217;Italia è il Paese che amo&#8221;.</p>
<p>Un tempo si diceva che i mutamenti politici venivano anticipati dal Corriere. Credo che non sia più così, anche se certi indizi a volte sembrano l&#8217;anticamera della prova.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Violenza domestica. Sentenza shock del Tribunale di Siracusa</title>
		<link>https://www.lacivettapress.it/2024/05/19/violenza-domestica-sentenza-shock-del-tribunale-di-siracusa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marina De Michele]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 May 2024 11:57:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-Homepage]]></category>
		<category><![CDATA[Legalità]]></category>
		<category><![CDATA[Universo femminile]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel fronteggiare un fenomeno che appare inarrestabile qual è il femminicidio in Italia, e in generale qualsiasi forma di maltrattamento – secondo l’ultimo report della nostra Polizia di Stato “Questo non è amore” ogni giorno sono 85 le donne vittime di un reato (quattro volte più degli uomini) commesso per il 55% da un convivente &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nel fronteggiare un fenomeno che appare inarrestabile</strong> qual è il <strong>femminicidio</strong> in Italia, e in generale qualsiasi forma di <strong>maltrattamento</strong> – secondo l’ultimo report della nostra Polizia di Stato “<em>Questo non è amore</em>” ogni giorno sono 85 le donne vittime di un reato (quattro volte più degli uomini) commesso per il 55% da un convivente della vittima –, si invoca, quale unico rimedio radicale, <strong>una rivoluzione culturale</strong>, la necessità di lasciarsi alle spalle definitivamente gli ultimi retaggi del patriarcato.</p>
<p>Ed inevitabilmente, per molti di noi, la convinzione potrebbe essere che si tratti di scorie ancora presenti in certi strati della popolazione o insiti in un sistema educativo ancorato al passato, ormai inefficace, quasi inconsapevole della sua stessa rilevanza sociale.</p>
<p>Eppure, se così fosse, saremmo forse almeno a metà della strada da percorrere per porre fine o almeno arginare <strong>un fenomeno per il quale il nostro Paese non ha pari in Europa</strong> come ‘certificato’ dai <strong>dati dell’ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine</strong>. E invece, a leggere la più recente realtà, si comprende come <strong>la ‘rivoluzione’ debba partire già dalle stesse aule dei tribunali,</strong> a meno che quello di Siracusa non costituisca un’eccezione piuttosto che uno spaccato su quanto accade e/o possa accadere anche in altri distretti giudiziari. Che debba cioè essere confinato esclusivamente a pochi giudici portatori di convinzioni per noi aberranti.</p>
<p><strong>La vicenda ha certo dell’incredibile</strong> ma consola il fatto che il nostro sistema, prevedendo fino al terzo grado di giudizio, dimostra ancora una volta la capacità di emendare alcune storture che potrebbero essere drammatiche se fossero immutabili.</p>
<p><strong>Il Tribunale di Siracusa, nel luglio del 2021</strong>, a conclusione di un giudizio abbreviato, <strong>ha assolto un imputato dal delitto di maltrattamenti ai danni della moglie e della figlia dodicenne per insussistenza del fatto</strong>; ha dichiarato improcedibile il delitto di violazione di domicilio per mancanza di querela e, <strong>previa riqualificazione del delitto di tentata estorsione in tentato esercizio arbitrario delle proprie ragion</strong>i, in continuazione con quello di lesioni aggravate, <strong>ha condannato l&#8217;imputato alla pena di un anno e due mesi di reclusione con sospensione condizionale della pena e non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale</strong>. Una pena irrisoria quindi, né sappiamo se, per poter fruire della condizionale, abbia quanto meno seguito il corso previsto per uomini maltrattanti.</p>
<p><strong>Diverso l’esito del secondo grado di giudizio</strong>. Infatti <strong>la Corte di Appello di Catania</strong>, previo esame dibattimentale della persona offesa, accogliendo l&#8217;appello del pubblico ministero, <strong>ha condannato l’imputato per il delitto di maltrattamenti aggravati a una pena di tre anni di reclusione</strong>.</p>
<p>Il ricorso presentato dall’imputato <strong>in Cassazione</strong>, e dalla Suprema Corte respinto, ci mette così di fronte al <strong>giudizio tranchant</strong> che i giudici di terzo grado esprimono <strong>sulla sentenza di primo grado</strong> frutto di una “<em>valutazione, frammentaria e segmentata, operata dal Tribunale di Siracusa, là dove erano state <strong>qualificate come mere &#8220;liti familiari&#8221; una serie di condotte</strong> &#8211; ingiurie, umiliazioni, lancio di oggetti, danneggiamenti reiterati, lesioni, esercizio arbitrario delle proprie ragioni &#8211; commesse unilateralmente dal ricorrente, tossicodipendente, contro la donna e la minorenne</em>”.</p>
<p>“<strong><em>Con un linguaggio deformante</em></strong><em> <strong>rispetto ai fatti accertati</strong></em> – scrivono i giudici -, <strong><em>la prima sentenza ha erroneamente sminuito, considerandole come meri &#8220;sfoghi d&#8217;ira estemporanei&#8221;, le gravi violenze esercitate dall’uomo sulla donna, anche alla presenza della figlia</em></strong><em>, quali zittirla e ingiuriarla, lanciarle sbarre di alluminio o suppellettili, limitandosi a valorizzare la circostanza che non avessero colpito nessuno; rompere il cellulare della bambina e sferrare alla moglie calci con le scarpe antinfortunistiche, definendo tali condotte come &#8220;litigi che nascevano per motivi economici&#8221;, nonostante avvenissero durante le <strong>crisi di astinenza dell&#8217;uomo</strong>, che pretendeva di appropriarsi del denaro necessario alla vita familiare mentre la moglie tentava di evitarlo, subendone le violenze</em>”.</p>
<p><strong>Non di “<em>lite familiare</em>” si è trattato bensì di violenza domestica</strong>: fattispecie demarcate da una netta linea distintiva di cui troppo spesso gli stessi giudici, a quanto pare, appaiono poco consapevoli.</p>
<p>“<strong><em>Si consuma il delitto di violenza domestica quando un soggetto impedisce a un altro</em></strong><em>, in modo reiterato, <strong>persino di esprimere un proprio autonomo punto di vista</strong> se non con la sanzione della violenza fisica o psicologica, della coartazione e dell&#8217;offesa, e quando la sensazione di paura per l&#8217;incolumità (o di rischio o di controllo) riguarda sempre e solo uno dei due, soprattutto attraverso forme ricattatorie o manipolatorie rispetto ai diritti sui figli della coppia. <strong>Mentre ricorrono le liti familiari quando le parti sono in posizione paritaria e si confrontano</strong>, anche con veemenza, riconoscendo e accettando, reciprocamente, il diritto di ciascuno di esprimere il proprio punto di vista e, soprattutto, nessuno teme l&#8217;altro”</em>.</p>
<p>Ciò che infatti qualifica la condotta come maltrattante, così come assodato nella lettura giurisprudenziale a livello nazionale come internazionale, è che i reiterati comportamenti, anche solo minacciati ed operanti a diversi livelli (fisico o psicologico o economico) nell&#8217;ambito di una relazione familiare o affettiva, siano <strong>deliberatamente volti a ledere la dignità della persona offesa, ad annientarne pensieri ed azioni indipendenti, a limitarne la sfera di libertà ed autodeterminazione, a ferirne l&#8217;identità di genere con violenze psicologiche ed umiliazioni, a voler dominare e controllare la libertà femminile per impedirla.</strong></p>
<p><strong>È il disegno discriminatorio a guidare l&#8217;autore del reato di violenza domestica.</strong></p>
<p><strong>È allora dovere del giudice (anche di quello di primo grado!),</strong> nel valutare i maltrattamenti posti in essere in ambito domestico, <strong>non solo soppesare gli episodi</strong> che ritiene soggettivamente più gravi, perché colpiscono l&#8217;integrità fisica o costituiscono specifici reati, <strong>ma soprattutto</strong> <strong>tener conto del contesto diseguale di coppia in cui si consuma la violenza</strong>, anche psicologica, praticata dall&#8217;autore e il <strong>clima di umiliazione e paura</strong> che impone alla vittima.</p>
<p>Qualificare l&#8217;intimidazione, la minaccia, le lesioni, i danneggiamenti, la coercizione di un uomo ai danni di una donna e di una bambina, in un contesto di coppia o familiare, come <strong>un comune &#8220;<em>conflitto</em>&#8220;, come fatto dal Tribunale di Siracusa</strong>, “<em>non solo deforma dati oggettivi, ma viola i principi fondamentali dell&#8217;ordinamento, a partire dall&#8217;articolo tre della Costituzione che impone di ritenere le donne in una condizione paritaria, giuridica e di fatto, rispetto agli uomini, perché titolari del diritto alla dignità e alla libertà, cioè diritti umani fondamentali e inalienabili, che non possono subire lesioni, neanche occasionali, in base a costrutti sociali o interpretativi fondati sull&#8217;accettazione e la normalizzazione della disparità di genere</em>”.</p>
<p><strong>Una lezione di diritto, di principi, di coscienza</strong>, che speriamo non venga più dimenticata in qualsiasi Palazzo di Giustizia, a Siracusa come altrove.</p>
<p><strong>L’imputato è stato così definitivamente condannato lo scorso 15 maggio a due anni e dieci mesi di reclusione,</strong> essendo stato accolto il ricorso solo limitatamente all&#8217;estinzione di uno dei reati “per intervenuta remissione di querela”, decisione probabilmente presa dalla vittima dopo l’ingiusta sentenza di primo grado, forse in un estremo tentativo di tutelare per il futuro se stessa e la figlia dal desiderio di vendetta/ritorsione del marito.</p>
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		<title>“Tutto il resto di me &#8211; I segni che segnano&#8221;. Un inno alla vita, alla speranza e alla solidarietà nella mostra fotografica di Salute Donna Siracusa</title>
		<link>https://www.lacivettapress.it/2024/05/06/tutto-il-resto-di-me-i-segni-che-segnano-un-inno-alla-vita-alla-speranza-e-alla-solidarieta-nella-mostra-fotografica-di-salute-donna-siracusa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marina De Michele]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 May 2024 15:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-Homepage]]></category>
		<category><![CDATA[Universo femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Tutto il resto di me - I segni che segnano]]></category>
		<category><![CDATA[ostra fotografica]]></category>
		<category><![CDATA[Salute Donna Siracusa]]></category>
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					<description><![CDATA[Eppure non sono le cicatrici, vistose, che incidono profondamente i seni, ad attrarre l’attenzione. Prima i sorrisi sinceri, potenti, aperti, contagiosi, accattivanti, a volte complici. Solo in alcune foto si lascia spazio a un’espressione più seria, mai comunque triste. Semmai intensa, pensierosa. Poi gli sguardi. Divertiti, felici, profondi, e anche, in qualche immagine, fieri, quasi &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Eppure non sono le cicatrici, vistose, che incidono profondamente i seni, ad attrarre l’attenzione.</p>
<p>Prima i sorrisi sinceri, potenti, aperti, contagiosi, accattivanti, a volte complici. Solo in alcune foto si lascia spazio a un’espressione più seria, mai comunque triste. Semmai intensa, pensierosa.</p>
<p>Poi gli sguardi. Divertiti, felici, profondi, e anche, in qualche immagine, fieri, quasi spavaldi. Consapevoli di una vittoria che non è nei confronti della malattia, di una natura irresponsabile e inconsapevole, di un meccanismo straordinario che può, senza alcun motivo, senza cattiveria, incepparsi, come lo descrive Michela Murgia.</p>
<p>Si vince solo contro se stessi. Contro la pur legittima tentazione dell’auto commiserazione, della disperazione, dell’angoscia. Del desiderio di lasciare che sia.</p>
<p>Prevale, in queste donne, come in tante altre colpite dallo stesso male, la dignità, la forza di chi vive, a testa alta, e insieme in piena coscienza e conoscenza, ciò che la vita dispone.</p>
<p>Percorsi difficili, ardui, che tolgono il fiato. Che non si possono comprendere davvero se non si attraversano.</p>
<p>E gli abiti? Colorati, vaporosi, avvolgenti: il trionfo di una femminilità e sensualità che le ferite, nel corpo e nell’anima, non sanno mortificare.</p>
<p>Difficile trovare le parole che dicano le emozioni che questa mostra suscita. Restano, ineguagliabili, le loro.</p>
<p><em>Eccomi qua. Il viaggio è stato lungo. Son partita all’improvviso, senza destinazione certa, senza bagaglio, senza biglietto, ma con un infido compagno che mi teneva stretta a sé. È stato un viaggio difficile. Ho attraversato luoghi sconosciuti, ho aperto porte sull’ignoto, ho guardato dentro un buco nero, ho masticato un pezzo di vita dal sapore amaro, ho vissuto giorni di nebbia, ho perso pezzi di me, ho lanciato il cuore tra nuvole gonfie di tempesta, ho tenuto stretta la mia anima strappata, con il fiato corto e gli occhiali rosa. Il viaggio è quasi finito. Ho riaperto gli occhi al sole, ho guardato fisso il nuovo giorno, ed ogni giorno che arriverà, ho messo il rossetto rosso perché ho un appuntamento con il mio futuro, sorrido e rido perché è la mia forza inarrestabile, mi vesto di colori forti e brillanti come i sogni che devono avverarsi, e mi avvolgo nel profumo inebriante della vita per lasciare una scia, per ricordarmi che sono VIVA!     Cetty Moscatt </em></p>
<p><em>Ho immaginato di sentirmi bella, ho visto in me una luce splendente che ad ogni scatto mi accecava, una luce che sembrava riecheggiare: “Sono qui, eccomi, voglio essere e non apparire, voglio apparire per non sparire più”.      Deborah Sacco </em></p>
<p><em>La ferita è ciò che rimane di un momento buio. La forza dentro di noi trasforma “il buio” in luce, colore, calore,  </em><em>vita …           Roberta Centamore  </em></p>
<p><em>I segni del mio corpo sono una rappresentazione della mia rinascita, un disegno imperfetto che miracolosamente mi appartiene, che abbraccio tutti i giorni per innamorarmi sempre di più della nuova vita che mi è stata donata.                  Selenia Saragozza</em></p>
<p><em>In un tempo senza tempo tutto sembra svanire. Uno specchio riflette segni visibili a tutti, ma tu sorridi orgogliosa di te perché ti ricordano che hai avuto coraggio e grande determinazione per affrontare una dura battaglia.        Adriana Drago</em></p>
<p><em>Queste cicatrici sono la testimonianza che come tutte le cose che ti segnano la vita ti lasciano qualcosa in più nel tuo bagaglio di vita.             Patrizia Spagna</em></p>
<p><em>Le cicatrici che segnano il mio corpo fondono lembi di pelle o pezzi di me, fedeli custodi di quanta vita ho vissuto nel mio viaggio fino a qui.     Cristina Castello</em></p>
<p><em>Ogni volta che incontro la malattia, ed è accaduto spesso, non piango, non mi dispero, non tempo di soffrire, ma guardo avanti per seguire il mio Ragazzo Speciale oltre il possibile.    Enza Signorelli</em></p>
<p><em>Tutto il resto di me. </em><em>Tutto il resto di me è vita. Tempo. Cose preziose. In questo percorso, sono arrivata a un punto in cui non mi piace più perdere tempo con ciò che mi dispiace o ferisce. Il mio tempo è per leggere cose buone, mangiare cose buone, respirare bene, ridere. Piangere, se serve. Il mio tempo è per amare chi mi ama, non per cercare di compiacere chi non mi aggrada. Il mio tempo è per chi comprende che la diversità e il confronto sono risorse, non per chi cerca di avere ragione sempre. Il mio tempo è per costruire qualcosa che faccia stare bene. Veramente. Tutti insieme.     Alba Chiarlone</em></p>
<p><em> </em></p>
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