AMBIENTE

Puntare sulla crescita ad oltranza danneggia soprattutto i poveri

Puntare sulla crescita ad oltranza danneggia soprattutto i poveri

L’era del “brucia ciò che vuoi” non può continuare. Per la prima volta l’ONU si schiera apertamente a sostegno della campagna internazionale per spingere istituzioni, fondi pensioni, governi e risparmiatori a disinvestire in fonti fossili

L’O.N.U. afferma che il riscaldamento globale frutto malsano dell’effetto serra deriva dalla crescita continua dei consumi energetici e quindi dall’immissione di insostenibili quantitativi di CO2 in biosfera, per cui se la capacità di  assorbimento ed autorigenerazione viene superata, vi è il pericolo di avvicinamento al punto di non ritorno.

Il paradigma della crescita a tutto spiano, dogma ed iperbole della odierna società che si fonda sul debito per mantenere alti i consumi, modello economico apologetico che come un mantra viene continuamente propinato, da destra e sinistra, come il sistema migliore per avere più occupazione, non solo è una delle cause principali della crisi, ma nuoce soprattutto ai paesi poveri e persino all’interno dei paesi ricchi alle classi più deboli poiché, sempre secondo l’ONU, apporta alluvioni o siccità, carestie, eventi estremi in numero ed in pericolosità maggiori a causa dei cambiamenti climatici in corso. Isole che scompaiono nel delta del Gange o nel Pacifico e disastri idrogeologici in tutto il mondo sono la causa della moltiplicazione dei rifugiati ambientali per l’abbandono delle terre di origine e migrazione di milioni di persone che fuggono dalle calamità.

L'era del "'brucia ciò che vuoi" non può continuare. Così si esprime l’ONU attraverso l’organismo UNFCC che studia i cambiamenti climatici. Per la prima volta l’Organizzazione delle Nazioni Unite si schiera apertamente a sostegno della campagna internazionale per spingere istituzioni, fondi pensioni, governi e risparmiatori a disinvestire in fonti fossili.  Secondo le stime dell'International Energy Agency (IEA), se vogliamo avere buone possibilità di fermare il riscaldamento globale entro la soglia critica dei 2 °C, due terzi delle riserve  di combustibili fossili dovranno rimanere sotto terra.

A rischio, oltre al clima, sono anche i soldi di chi investe: le politiche per il clima e la transizione energetica in atto verosimilmente impediranno di far fruttare adeguatamente gran parte gli investimenti in miniere e trivelle. “Tutto quello che facciamo è basato sulla scienza e la scienza ci dice che abbiamo bisogno di un mondo con  meno combustibili fossili”, questa dichiarazione delle Nazioni Unite si aggiunge a diversi altri autorevoli appelli estranei al mondo dell'ambientalismo o dell'energia rinnovabile che di recente hanno messo in guardia sugli investimenti in fossili, moniti arrivati persino da Fondi sovrani statali (come quello norvegese) da banche nazionali (come quella d’Inghilterra) e da  importanti  analisti del mondo della finanza.  

Alla campagna di disinvestimento dai fossili hanno aderito soprattutto università, chiese ed enti pubblici. Il supporto dell'ONU alla campagna di disinvestimento dai combustibili fossili è un ottimo segnale, ma ora bisognerebbe che lo ascoltassero le nazioni del G20 che continuano a finanziare le trivelle, a partire proprio dall'Italia, che, con norme come quelle contenute nello “Sblocca Italia”, continua a puntare sulle fonti sporche, dimostrandosi inconsapevole dei rischi sanitari, economici, climatici ed ambientali.

I paesi del G20 erogano sussidi alle energie fossili pari a 4 volte quelli per le rinnovabili  ed ogni anno elargiscono denaro pubblico per aiutare le compagnie a trivellare. È quanto emerge da un report appena pubblicato dal britannico Overseas Development Institute e dall'Ong americana Oil Change International.  I sussidi ai combustibili fossili secondo la IEA sono arrivati in totale a 544 miliardi di dollari nel solo 2012, contro i 104 miliardi destinati alle rinnovabili, mentre il Fondo Monetario Internazionale li stima in 1.900 miliardi di dollari/anno. Il nuovo report delle due Ong mostra che a fianco dei sussidi ci sono consistenti sgravi ai produttori, un supporto ancora più difficile da giustificare.

L'industria dei fossili, mostra il dossier, è sostanzialmente tenuta in piedi dal denaro pubblico: le venti più grandi compagnie private del settore nel 2013 hanno investito, in esplorazioni, 37 miliardi di dollari, cioè meno della metà dei sussidi pubblici stanziati dai G20 in quell'anno. Questione climatica e ambientale a parte, questi aiuti - si scopre dal report - sono anche un pessimo investimento: ogni dollaro speso in sussidi ai fossili attira 1,3 dollari di capitali privati, cioè meno della metà rispetto agli incentivi alle rinnovabili, per i quali ogni dollaro speso ne attrae 2,5 dai privati. Un dato ancor più significativo se si pensa che i sussidi per l'esplorazione delle riserve fossili nei G20 sono circa il doppio degli investimenti che la IEA stima sarebbero necessari per rendere universale l'accesso all'elettricità, danneggiano così proprio le popolazioni che non ne hanno accesso.

Nel report non manca un focus sull'Italia. Nel nostro Paese (dove secondo la stima di Legambiente il totale degli aiuti alle fossili arriva a 12 miliardi di euro l'anno) all'esplorazione vanno circa 407 milioni di dollari (fonte QualEnergia.it).  In Italia altri 246 milioni di dollari (circa 198 milioni in euro) all'anno sono erogati sotto forma di investimenti e finanziamenti da enti pubblici come Cassa Depositi e Prestiti e Servizi Assicurativi del Commercio Estero. In pratica con quelle quote abbiamo impegnato 20 miliardi di dollari (16 miliardi di euro) in asset fossili. L’Eni, partecipata pubblica, nel 2013, si legge nel report, ha investito solo 2,2 miliardi di dollari in esplorazioni. Nella situazione attuale – barile a prezzi bassi e necessità di tagliare le emissioni - dovremmo chiederci se è saggio che lo Stato italiano continui ad investire così i suoi soldi.

 

*Consigliere nazionale dei Verdi

 

Informazioni aggiuntive