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“Chi ha bisogno di aiuto psicologico non sempre lo richiede”

“Chi ha bisogno di aiuto psicologico non sempre lo richiede”

Lo psicoterapeuta Luciano Tuccitto: “Nonostante il disagio che si manifesta in ansia, paure esagerate o immotivate, depressione, comportamenti inappropriati, timore di malattie inesistenti, eccetera si sottovaluta lo specialista e si teme di passare per matti agli occhi di altri ignoranti”

Spesso chi ha sperimentato la fatica del vivere non ha avuto le informazioni giuste per operare una scelta consapevole di una terapia adeguata. Ma un rimedio c’è. La Civetta vuol contribuire a farlo conoscere. Ed utilizzare. Senza pregiudizi. Per questo intervista il dott. Luciano Tuccitto, psicoterapeuta.

Dottor Tuccitto, vuole spiegare ai nostri lettori, con la maggiore semplicità possibile, come funziona la psicoterapia?

La psicoterapia serve per curare il malessere che ha la sua origine nella “psiche”. Con questo termine ci si riferisce all’insieme dei nostri pensieri, emozioni, sentimenti…  Il “disagio psichico” ha la tendenza a manifestarsi in tanti modi diversi, varia da persona a persona e col mutare delle situazioni. Più spesso esso si presenta come: ansia, paure esagerate o immotivate, depressione, comportamenti inappropriati, timore di malattie inesistenti, ecc…

Un ventaglio di situazioni piuttosto diffuse. Ci sarà molto lavoro, dunque.

Purtroppo no. Nei molti anni di mia attività come psicoterapeuta presso il Servizio di Psicologia della Azienda Sanitaria di Siracusa, ho costatato che non sempre chi ha bisogno di un aiuto psicologico ne fa richiesta. C’è ancora una diffusa sottovalutazione dei disagi, come se si trattasse di  elementi caratteriali tipici della persona, immutabili. E c’è anche una sottovalutazione della funzione dello psicoterapeuta, dal quale alcuni si aspettano solo un “conforto amichevole”. In altre persone ancora ci sono pregiudizi: temono passar per matti agli occhi di altri ignoranti.

E invece?

E invece da un ricorso tempestivo alla psicoterapia si potrebbero ottenere benefici notevoli, terapeutici appunto; altro che conforto amichevole!

Potrebbe spiegarlo con un esempio di facile comprensione?

Certo. Due studenti universitari non superano un esame, lo stesso esame. Dopo l’insuccesso, uno dei due, superato un momentaneo scoraggiamento, torna a studiare e si ripresenta all’esame, superandolo; l’altro invece abbandona gli studi e pian piano anche la frequentazione degli amici, chiudendosi in se stesso. Questo secondo modo di reagire all’insuccesso appare “esagerato”, ma viene semplicemente considerato una caratteristica del soggetto e non si pensa che possa trattarsi dell’insorgenza di un “malessere psicologico”. Basterebbe rendersi conto dell’anomalia di una reazione così esagerata o chiedersi perché si sia verificata tale reazione “eccessiva” o domandarsi per quale motivo essa si sia verificata in uno solo dei due studenti, nonostante entrambi si siano trovati ad affrontare la stessa situazione difficile… Basterebbe concepire anche un semplice sospetto di una possibile insorgenza di un malessere psichico e provare a rivolgersi ad un professionista. E non per un semplice “conforto” consolatorio.

E cosa accadrebbe a questo punto?

Lo psicoterapeuta sa che alla base della risposta “eccessiva” c’è una “esagerata valutazione” della difficoltà dell’esame. E’ come se il giovane guardasse la sua esperienza con una lente di ingrandimento. Tale modo di “vedere” provoca una doppia distorsione: della realtà interna ed esterna al soggetto. Mentre viene “ingigantito” il problema della bocciatura, viene contemporaneamente rimpicciolita la capacità del giovane di rimediare. Ne risulta compromessa l’autostima. Egli si sente “debole” ed “impotente”, di fronte ad una realtà che lo sovrasta; un “banale” incidente di percorso negli studi finisce col compromettere la fiducia in se stesso.

E invece ci sarebbe modo di porre rimedio?

Molto probabilmente. La “debolezza psicologica” di alcuni individui e la “forza d’animo” di altri non sono da considerare per forza come caratteristiche innate e immutevoli. Anzi è ormai ampiamente dimostrato che, alla base della “forza psicologica”, non ci sono solo le caratteristiche ereditarie delle persone, ma soprattutto le esperienze di vita di queste; in particolare gli individui più fortunati, che nel corso della loro vita hanno potuto usufruire di aiuti e supporti nei momenti difficili, sviluppano una maggiore “forza psicologica”. Un evento “esterno” (l’aiuto) si traduce in una caratteristica “interna “ della personalità (forza psicologica e buona autostima). Quasi sempre, nel bene e nel male, la salute psicologica è strettamente legata ai nostri vissuti.

E come agisce la psicoterapia nel combattere il disagio psichico?

Lo psicoterapeuta nel corso delle sedute fornisce aiuto e supporto al cliente, grazie ad un “solido legame” che si crea tra i due. L’aiuto mette in campo quella “forza psicologica” che è carente nella persona che lo riceve, ma che diventa così “capace” di mobilitare meglio le sue energie psichiche e “competente” nell’affrontare razionalmente i suoi problemi.

Una sorta di alleanza terapeutica. Ma funziona sempre?

Quasi sempre. Non si può fare a meno di considerare l’importanza della “tempestività” della cura. Anche nell’ambito psicologico infatti, come in quello medico, un aiuto che arrivi troppo tardi può rivelarsi inutile. Ogni malattia infatti può diventare, se si prolunga nel tempo, una sorta di rifugio sicuro dai doveri della vita. Questo vale anche per il malessere psichico.

Dunque un intervento tardivo potrebbe essere inutile?

Un intervento tardivo o un intervento superficiale, inadeguato. Il nostro studente, grazie alla sua “malattia”, certificata e ufficializzata da un professionista, potrebbe arrivare a convincersi di essere giustificato con se stesso e con gli altri rispetto al “disimpegno” dai suoi doveri scolastici. Potrebbe cadere dalla padella sulla brace. La “pseudosoluzione” del problema per mezzo di una malattia si rivela un “boomerang”. Quella diagnosi, salutata come una salvezza, se non seguita da un trattamento terapeutico adeguato, presto potrebbe rivelarsi un “marchio infamante”; ma anche un’autocondanna ad un triste e comodo isolamento rinunciatario, che emargina il giovane da amici e parenti e che gli rende accettabile un autoconfinamento nella pigrizia. In questo modo il giovane potrebbe finire con l’imboccare la triste “carriera” del “malato mentale” invece che una brillante carriera universitaria e professionale. Un intervento psicoterapico tempestivo ed adeguato (non limitato alla richiesta di una frettolosa diagnosi)  può evitare che una “banale” battuta di arresto negli studi produca conseguenze così disastrose.

Ben lungi dal costituire un semplice conforto amichevole o la fornitura di un alibi per sfuggire agli impegni, la psicoterapia persegue l’obiettivo di un profondo cambiamento della persona, per renderla più “forte” di fronte alle avversità della vita. 

 

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