CULTURA

“La mafia uccide solo d’estate” di Pif è un film sulla forza della parola

 “La mafia uccide solo d’estate” di Pif è un film sulla forza della parola

Il piccolo Arturo imparerà che le parole sono strumenti di verità e menzogna. Al regista palermitano per questo lavoro venne assegnato il Premio Mario Francese 2013 dell’Ordine regionale dei Giornalisti

Molto si è detto, del film di Pif “La mafia uccide solo d’estate”. È un film che una volta per tutte ribadisce la prossimità del fenomeno criminale, l’impossibilità – specie per un siciliano, per un italiano in genere, date le tentacolari ramificazioni del potere mafioso – di “tirarsi sparte”, di far finta di nulla “tantu s’ammazzunu tra di iddi”. È possibile infatti che la tua culla sia accanto a quella della figlia di Totò Riina, che di contro eroi e martiri dell’antimafia ti diano consigli d’amore o ti offrano un dolce al panificio.

È un film che riesce a scuotere e commuovere con le armi più disarmanti: quelle dell’ironia e di una calviniana leggerezza. Di una tenerezza che non dobbiamo vergognarci di provare. È un film sul senso della genitorialità e dell’educazione: non aspettiamo i progetti sulla legalità, parola quanto mai abusata. Non attendiamo che siano la scuola o un’anonima e non meglio definita società ad insegnare ai nostri ragazzi, fin da bambini, cosa sia giusto e cosa non lo sia. “Quando sono diventato padre ho capito due cose: la prima che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo, la seconda che avrei dovuto insegnargli a distinguerla”.

È un film sulla forza e l’importanza della parola: in questo dolceamaro Bildungsroman il piccolo Arturo dovrà imparare che le parole sono strumenti di verità e menzogna insieme, tessitrici di menzogna e liberatrici al tempo stesso. Al padre preoccupato perché Arturo non parla viene “candidamente” risposto che “dalle mie parti si dice: chi non parla campa più assai”. Arturo invece, a partire dalla sua prima parola (“Mafia!”, e non è un caso) detta e scritta, dal suo primo grande amore detto e non detto, vagheggiato e pensato mentre scoppia la terribile guerra di mafia che insanguinò Palermo e la Sicilia tutta, dalle frasi delle lapidi e da quelle sibilline di Andreotti, da quelle della tv e dei giornali, dai primi articoli scritti per un concorso scolastico ai tentativi di farsi strada come inviato, apprenderà il grande potere della parola. E darà una svolta alla propria vita.

Figura chiave è quella del giornalista Francesco, interpretato dal convincente Claudio Gioè. Questo personaggio rappresenta per Arturo il mentore, la guida. Per un giornalismo che non sia solo mestiere ma ricerca della verità che si nasconde dietro l’apparenza delle parole di un articolo o di un servizio televisivo. Anche a costo di essere considerati degli “scassaminchia”, come Pino Maniaci. O di essere uccisi come Giuseppe Fava o Mario Francese, per di più calunniati post mortem perché le gonnelle fanno stragi più della mafia.

“Se un giornalista scrive di mafia io non mi chiedo perché scriva di mafia, non mi chiedo se così abbia avuto più successo con le ragazze, non mi chiedo se così si sia arricchito, io mi chiedo se quello che scrive sia vero, mi chiedo se quello che scrive dia fastidio alla mafia, mi chiedo se, leggendolo, la mia conoscenza e la mia coscienza siano migliorate” (dal programma di Pif “Il testimone”).

Mi piace chiudere questo articolo – che non è una recensione ma una riflessione a caldo maturata dopo la visione del film – con una splendida poesia di Gesualdo Bufalino: CHIUSO PER LUTTO  (23 maggio 1992; 19 luglio 1992). 

Basta così, giù il sipario, non me la sento stasera/ Si chiude. Vi rimborso il biglietto/ Lasciamo Guerrino per un bel po’ / a sbrogliarsela con le tenebre/ sul ciglione dell’abisso./ Gli farà bene vegliare anche lui/ in questa Notte d’Ulivi della Sicilia… / Sicilia santa, Sicilia carogna…/ Sicilia Giuda, Sicilia Cristo…/ Battuta, sputata, inchiodata / palme e piedi a un muro dell’Ucciardone,/ fra siepi di sudari in fila / e rose di sangue marcio / e spine di sole e odori,/ sull’asfalto, di zolfo e cordite… 

Isola leonessa, isola iena… / Cosa di carne d’oro settanta volte lebbrosa… /  No, non verrà Guerrino a salvarla / con la sua spada di latta / a cavallo di Macchiabruna… / Nessun angelo trombettiere / nel mezzogiorno del Giudizio / suonerà per la vostra pasqua,/ poveri paladini in borghese,/ poveri cadaveri eroi,/  di cui non oso pronunziare il nome… 
Non vi vedremo mai più sorridere / col telefono in una mano / e una sigaretta nell’altra ,/ spettinati, baffuti, ciarlieri… / Nessuna mano solleverà / la pietra dei vostri sepolcri… /  Nessuna schioderà / le bare dalle maniglie di bronzo…  / Forse solo la tua, bambino.
 

Arturo e il suo amore per Flora, per la parola salvifica e liberante, ecco la speranza e il suo fragile e insieme forte profumo che promanano da questo film stralunato, in cui la denuncia si mescola a lacrime e sorrisi.

E’ per questo che l’Ordine regionale dei Giornalisti ha premiato Pif col premio Mario Francese 2013, appena un anno dopo l’assegnazione dell’importante riconoscimento al direttore e alla vicedirettrice del nostro giornale, Franco Oddo e Marina De Michele, dandogli anche ad honorem la tessera di giornalista. Perché Pif ha l’antimafia nel cuore, non solo sulle labbra.  

 

Ordine Regionale dei Giornalisti di Sicilia

Albo d'oro del Premio Mario Francese

 

 

 

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