SANITÀ

La sanità siracusana vista dal basso. Pagina del dottor Dino Artale

La sanità siracusana vista dal basso. Pagina del dottor Dino Artale

Un giorno di ricovero in ospedale costa mediamente 800 euro e con la stessa cifra si possono curare a domicilio molte più persone. A Siracusa sono diminuiti i bambini e sono aumentati gli anziani; e i vecchi, si sa, si ammalano di più. Il “modello Siracusa” fa scuola

Gli ospedali si trasferiscono a casa degli ammalati - Gli ospedali, si sa, costano troppo, e i ricoveri pure! L’assistenza sanitaria pubblica deve spostarsi per decreto dagli ospedali verso il territorio, già da tanti anni. Domiciliarità delle cure vuol dire non solo curarsi a casa ma anche risparmiare i soldi della sanità pubblica per curare più persone e in forma più completa ed esauriente a casa propria. Se si pensa che un giorno di ricovero in ospedale costa mediamente 800 euro e con la stessa cifra si possono curare a domicilio molte più persone, si capisce che si va verso un salto di qualità. Da medico di famiglia, operatore alla base del sistema, dico che il concetto fila. E’ necessario, però, fare qualche premessa.

Una città di vecchi. Questa città negli ultimi quarant’anni non è cresciuta molto nel numero dei suoi abitanti. Come in tutta Italia, sono diminuiti i bambini siracusani e sono aumentati gli anziani; e i vecchi, si sa, si ammalano di più. Per soprammercato, pur ammalandosi di più, gli anziani vivono sempre più a lungo, preda di molte e contemporanee malattie croniche che non li uccidono in pochi mesi, come un tempo.

Si vive tanti anni, spesso diventando progressivamente invalidi, consumando le risorse pubbliche per la sanità, ben oltre quanto ciascuno abbia contribuito a costituirle con il proprio lavoro e le tasse che ha pagato. E’ giusto, allora, improntare un sistema sanitario pubblico orientato a curare, a costi ridotti, un numero sempre più alto di persone invalide per vecchiaia, che non lavorano e non pagano tasse ma consumano una quantità grande di risorse.

Si spogliano sempre più di finanziamenti e di posti letto gli ospedali, non si assumono nuovi medici e infermieri, non si sostituisce chi va in pensione, anzi si svecchia il personale medico, incoraggiandolo a pensionarsi, riducendo i costi per gli stipendi. Premesso che per formare un medico con trenta o quaranta anni di carriera si spendono risorse eccezionali e altrettanto si fa per gli infermieri, profondamente antieconomico è mandarli in pensione quando rendono il massimo per capacità ed esperienza. L’abilità contabile sta, poi, nel non sostituirli. Si risparmia sì, ma a costo di danneggiare chi della loro opera si avvantaggiava. Spesso, infatti, manca chi li sostituisca.

Accade così che il nostro Ospedale cittadino abbia perso 400 posti letto rispetto al 1980, quando erano 830 circa. Vero è che sono cambiate tante cose e che le necessità di posti letto si sono ridotte. Se fosse così e il calcolo delle necessità dei cittadini che bisognano di un ricovero fosse stato calibrato correttamente, dovremmo facilmente trovare disponibile in emergenza un posto letto quando è necessario. Dal mio punto di osservazione, che è in primissima linea, non è così. Anzi!

Il “modello Siracusa” fa scuola anche in sanità - E qui mi sovviene il “modello Siracusa”, anche in sanità. Una città che, con le sue peculiarità involutive, ci ha dato grandi soddisfazioni nei record negativi.

Quando, nel 2001, comincia il processo di trasferimento delle cure dall’ospedale al territorio, si stabiliscono dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) uguali per tutti i cittadini italiani. Si crea una prestazione di Assistenza Domiciliare Programmata (ADI) dove un medico di famiglia, mediamente una volta al mese, va a casa dei malati che non possono camminare, si mette a disposizione l’infermiere per chi ne ha necessità, dei brevi cicli fisioterapici, lo specialista su richiesta del curante.

Per chi ha più intense necessità di cura e perdita di autonomia, si costituiscono le Residenze Sanitarie Assistite (RSA), che ricoverano il cittadino per un tempo limitato, rimettendolo in condizione di essere affidato ai familiari, senza eccessivi oneri di cura. Infine, per i malati che perdono irreversibilmente l’autonomia e richiedono onerosi carichi di assistenza, si istituiscono gli Hospice, luoghi dedicati alla lungo-degenza al di fuori dell’emergenza sanitaria.

Cosa c’entra ciò col “modello Siracusa”? C’entra eccome! Solo a Siracusa si è potuto tagliare i posti letto in ospedale senza istituire, se non quasi dieci anni dopo, sia l’assistenza domiciliare integrata sia le residenze sanitarie assistite e, finora nebulosi all’orizzonte, gli Hospice che non capisco dove siano, a disposizione di chi, per chi. Non è avvenuto così in altre regioni e neanche in altre città siciliane che hanno avuto corretta attuazione della riforma in tempi ragionevoli. Per fare un esempio è come se si fosse spogliata dei vestiti, alle soglie dell’inverno, una persona cagionevole di salute, in attesa di mettere abiti più adatti alla bisogna, lasciandola, invece, quasi nuda per dieci anni.

Dove starebbe la peculiarità del “modello Siracusa”? Faccio un esempio che mi ha visto testimone dei fatti. Solo in una città come la mia chi aveva omesso, per lunghi anni, di comprare i vestiti per il malato cagionevole può avere avuto l’ardire, restando impunito, di concedere, dopo molti anni come un favore, ciò che era un diritto essenziale del povero malato: quello di essere rivestito dei suoi panni.

 

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