CULTURA

Libro in dialetto della poetessa Riccioli. Storie in endecasillabi a rima baciata

Libro in dialetto della poetessa Riccioli. Storie in endecasillabi a rima baciata

“Quannu ‘u Signuri passava p’ ’o munnu” (Algra editore), un lavoro complesso durato dieci anni, protagonista Gesù. Il critico Burgaretta: “Una narratrice d’antico stampo popolare, una specie di cantastorie in proprio”. Maria Lucia  collabora da tempo col nostro giornale

La FildisTeocrito, associazione nata a Siracusa nel marzo dello scorso anno dalla Fildis nazionale con lo scopo di riflettere sul ruolo della donna nella società contemporanea evidenziando come le donne si distinguano nel panorama culturale territoriale ed internazionale, ha promosso la presentazione del testo di Maria Lucia Riccioli Quannu ‘u Signuri passava p’ ’o munnu (Algra editore) con grande riscontro di pubblico. L’intento della presidente, prof. Anna Rotondo, e del direttivo della FildisTeocrito è quello di promuovere a livello cittadino la cultura delle donne in tutte le sue variegate forme espressive.

Peraltro scrivere di Maria Lucia Riccioli e del suo libro in versi non è facile. Di già la prefazione di Sebastiano Burgaretta e i numerosi commenti che hanno accompagnato l’uscita del testo hanno messo in evidenza la bellezza e il fascino che la raccolta emana. Maria Lucia Riccioli, ormai Civetta da tempo, con una delicata nota introduttiva, dedicata ai nonni materni, ci dà il senso dell’amore e del legame forte che, come donna e poetessa, intrattiene con i suoi cari estinti, anime luminose, che la guidano e rischiarano il buio della vita. E come non leggere tra le righe l’affettuoso saluto che tutti noi dovremmo rivolgere alle generazioni passate che, con sacrificio e abnegazione, sono state capaci di trasmettere il loro sapere, le loro conoscenze, la loro morale di vita a noi, incapaci ormai di coglierne il senso?

Una raccolta di storie che contiene un sapere recondito che si tramanda di generazione in generazione e che Maria Lucia Riccioli ha saputo mettere in versi endecasillabi a rima baciata. Un lavoro complesso, durato 10 anni, teso a raccogliere le storie della nostra terra, i saggi ricordi di generazioni che trasmettevano con i loro“cunti” una morale, uno stile di vita, un modo di condividere l’esistenza che purtroppo oggi non è più valido dinanzi una società che corre frenetica, che non ascolta più fiabe e racconti rischiando di perdere origini e tradizioni, punti di partenza, come più volte ricorda l’autrice, per conoscere se stessi ed il mondo nel quale ci troviamo.

“Cunti” in dialetto siciliano, un tempo tramandati oralmente, oggi raccolti e rimati dalla sapiente penna della poetessa Riccioli che mostra anche così il suo profondo radicamento alla sua Terra. Le parabole di Gesù sono il filo conduttore dell’opera e le figure che ne emergono, ruotando attorno al Maestro, sono umane, realmente umane di un’umanità a noi vicina.

Tante le storie da leggere ma una in particolare può valere da esempio per tutte: il viaggio della Sacra Famiglia, che in giro con l’asinello arriva in un paese e la gente che la incontra, invece che aiutare o salutare, si cimenta in una serie infinita di critiche: San Giuseppi, ‘a Maronna e ‘u Bammineddu / Jènnujènnucu ‘nu sciccareddu.Arrivati al paese la gente critica i tre sopra un asinello: Tri supra ‘nu sceccu! Ma ni vuliti? / A viautri ricu! U’ mmazzati! Scinniti! E allora san Giuseppe, per non far parlare la gente, scende ma un altro passante ha da ridire: Vaddati l’occhi mei c’han’ataliari / ‘n vecchiu can un s’ ‘a fira a caminari! / Supr’  ‘o sceccu ‘at’a fari acchianari! Scinniti e facitilu arripusari! Salì Giuseppe e scesero dall’asino la Madonna con il Bambino ma la gente continuava a parlare: Cuscenza! vaddati a chissà ch’è beddu/ si paparìa supra lu sciccareddu / e sa’ mugghieri e sa’ figghiu su’ a peri. /  Scinni, rannissimu filibusteri!

Insomma, come fu e come non fu, scesero tutti e tre ed a piedi continuarono. Ma la gente criticava ancora: Fissa! Ssu sceccu chi c’aviti a fari? /  Viautri a peri e ‘u sceccu a passiari…

E qui si chiude la splendida poesia con una battuta, tipica dei nostri avi, pronti a cogliere il bene in ciò che è male: Quannu ‘a genti parra, falla cantari / vai p’ ‘a to’ strata e nun t’ammilinari /  Tu si’ ‘o giustu? Fai comu ti piaci / Cu ascuta o’ munnu, nun po’ aviri paci (se sei nel giusto prosegui tanto gli altri avranno sempre qualcosa da ridire).

Dice bene Sebastiano Burgaretta, che ha curato la prefazione del testo, quando sostiene che Maria Lucia Riccioli è una fine “narratrice, anzi poetica raccontatrice, d’antico stampo popolare, quasi una specie di contastorie in proprio, aggiornata cioè al tempo d’oggi e quindi libera nel piegare il ricco patrimonio lessicale siciliano all’esigenza della comunicazione che la vita attuale impone”. 

Il protagonista è Gesù, insieme ai suoi discepoli. Tra questi emerge Pietro, che lungo tutto il tragitto lo accompagna, l’esempio di ciò che noi realmente siamo: fiducioso nel suo Signore, ma sempre sfrontato, pronto a sfuggire la fatica, capace di criticare e di dar sentenze verso i comportamenti altrui. Ma proprio per questo umano, realmente uomo, a noi vicino perché simbolo delle nostre incertezze, insicurezze, dubbi. Un libro saporito quello della nostra Maria Lucia Riccioli perché ha colto e raccolto dalla sua famiglia quella che lei stessa definisce lingua mater, il dialetto siciliano, ricco di suoni, di colori, trasformato in note “cantate” da un’autrice che dimostra qui di essere finissima poetessa nel senso più alto che la stessa attribuisce alla Poesia.

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