SANITÀ

All’Umberto I°, invettive contro una donna per la rimozione del Port at cath

All’Umberto I°, invettive contro una donna per la rimozione del Port at cath

In giro per reparti e corsie a documentare i tanti casi di malasanità negli ospedali della provincia. Umberto I°, in Oncologia anche tre psicologi ma il paziente col cancro a volte è trattato malissimo

La complessa realtà dell’Asp di Siracusa è sotto gli occhi di tutti. Disfunzioni logistiche e amministrative sono difficilmente confutabili. Dall’attesa di un anno per una esofagogastroduodenoscopia alle terribili condizioni del pronto soccorso dell’Umberto I°. Dalla farraginosa burocrazia del servizio farmaceutico alla penosa mancanza di strumentazione. In compenso, a leggere i report dell’Azienda sembra quasi che ci si trovi al San Raffaele di Milano o poco ci manca.

Tra le peggiori diagnosi che ci possono condurre in ospedale, la più temibile è certamente il cancro. Sicuramente nella sventura di una casuale quanto frequente incidenza di malattia tumorale, si può aggiungere la sfortunata coincidenza di abitare a Siracusa. Proprio così. Se non bastasse già di suo il tumore.

Non abbiamo ancora la radioterapia. Tutti i ciarlatani politicanti si sono sperticati in roboanti denunce della vergognosa condizione in cui versano le nostre strutture e bla bla bla. Quasi che al potere ci fossero i pazienti invece di questi super stipendiati ladri di speranze e giustizia. Da anni tutti, nessuno escluso, i ”rappresentanti del popolo” alla regione siciliana promettono, specie sotto elezioni, la radioterapia a Siracusa. Come ben sanno i pazienti oncologici e i loro familiari, si continua a fare la spola con Catania.

Ora il buonsenso condurrebbe nell’accontentarsi di quel che si ha. In fin dei conti a Siracusa vi è un reparto di oncologia. Secondo il sito dell’Asp vi sono sette oncologi, tre psicologi,  il vice primario dr. Spada ed il primario dr. Tralongo. Sulla formazione scientifica dei medici del reparto non possiamo assolutamente sindacare. Certamente sulla indelicatezza e mancanza di umana comprensione, possiamo urlare il nostro totale dissenso.

A che servono tre psicologi, dr. Tralongo, se poi i pazienti oncologici vengono scacciati come appestati? Che vale autocelebrare la vostra collaborazione alle associazioni come Lilt, Ciao e Oltre, i cui stessi medici dell’Asp sono membri attivi, con ruoli e posizioni al limite del conflitto d’interessi?

Una decana della difesa dei diritti del  malato, essa stessa malata, è Mirella Abela. Proprio da lei ci giunge lo sconfortante episodio occorsole al reparto di Oncologia. Ma vogliamo dare al lettore maggiori ragguagli per un giudizio il più obiettivo possibile.

Un paziente oncologico in trattamento chemioterapico, a seconda della complessità medica, può ricevere la somministrazione farmacologica secondo diverse modalità. Tra le tante adottate vi è la Port at cath. Si tratta di un sistema di somministrazione che utilizza l’accesso venoso posto in area sottocutanea. La somministrazione, che può durare fino a settantadue ore, si ripete per due giorni a ciclo. Il terzo giorno si estrae l’ago che ha iniettato la terapia. Data l’enorme incidenza di tumori nelle nostre zone, sarà accaduto quasi a tutti di sentire quanto possa essere pesante un trattamento chemioterapico. Gli effetti collaterali sono sicuramente assai duri da sopportare. Il malessere, se sommato allo stress di chi deve eseguire il trattamento ad esempio a Catania, acuisce ancora di più la sofferenza.

Ebbene la nostra testimone dei fatti si è recata, su indicazione di un nosocomio di Catania, a chiedere la rimozione del port at cath in ospedale a Siracusa. Il pronto soccorso la indirizzava al reparto oncologico. Con semplicità e accuratezza le è stato estratto l’ago del port. La volta successiva Mirella tornò a chiedere la stessa rimozione. Con fare assai sgarbato venne accolta con indicazioni circa l’accesso totalmente diverse dalla volta precedente.

Terza ed ultima volta. Solita procedura:triage del pronto soccorso, inutile telefonata al reparto di oncologia, perchè non rispondeva nessuno, su indicazione dell’infermiera del triage la nostra scende in reparto. Bussa, un medico le dice di aspettare fuori, un infermiere dopo averle chiesto cosa volesse le dice di aspettare fuori, alla fine un altro la fa entrare. A questo punto un medico, donna, inveisce contro la paziente e urlando le chiede chi l’abbia fatta entrare. Deve andare a Catania a farsi togliere l’ago dal port; la nostra fa notare che sta troppo male per tornare a Catania per il terzo giorno di fila. Fuori dal reparto torna al pronto soccorso. Qui trova il dottor Monteleone il quale, volendo aiutare la signora, sebbene a malincuore, è costretto ad estrarre l’ago in un ambiente assai poco adatto a questo genere di pratiche mediche.

Ora ci chiediamo se sia possibile ancora oggi dover subire questo genere di oltraggi della dignità del paziente. Al peso della malattia non si può e non si deve aggiungere il disprezzo del bisogno dei pazienti.

Bene farebbe il direttore Asp  dr. Salvatore  Brugaletta a chiedere ai pazienti il grado di percezione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Il re che chiedeva ai cortigiani se il popolo fosse felice, non conosceva l’umore dei suoi sudditi.

Con questo primo servizio sulla qualità dell’Asp di Siracusa, apriamo una nuova rubrica dedicata alle segnalazioni dei cittadini. Oltre alle lamentele bisogna far seguire i fatti. 

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