Questioni da dirimere e paradigmi da rivedere

Leggi tutto...

 

Tre decenni di politiche neoliberiste hanno ridimensionato il modello di welfare state. Le privatizzazioni e i tagli di spesa hanno costretto gli enti pubblici a ridimensionare le proprie attività, perdendo a volte universalità, efficacia e qualità nei servizi. Le attività di imprese private si sono moltiplicate, a partire dagli ambiti più profittevoli, come le pensioni, la sanità, le scuole e le università private. Abbiamo assistito a ondate di contro-riforme avallate da tutta la politica e ciò ha spinto gli istituti pubblici a comportarsi sempre più come imprese private.

Questo lo constatiamo nella previdenza fondata sul sistema contributivo, nelle aziende sanitarie locali, nella gestione della scuola e università. Abbiamo la Cassa Depositi e Prestiti, cassaforte delle Poste Italiane, (importante per tanti pensionati) privatizzata al 16% e a sua volta le stesse Poste con il 40% d’azioni private. Le conseguenze sono: non più tassi agevolati ai Comuni, anzi vendita di pericolosi derivati (prodotti finanziari), personale delle Poste con precarizzazione dei contratti sui neoassunti, casi di dimissioni per mobbing diffuso dovuto a super-carico di lavoro causa degli eccessivi tagli dovuti a mancanza di forza lavoro. Blocco del turnover in settori strategici come sanità e pressione sui cittadini nell’aumentare il pagamento di servizi e medicine (aumenti ticket).

Tutto ciò ha reso molti servizi simili alla produzione di merci vendute sul mercato. È stata questa la soluzione universale che il mercato capitalistico ha presentato: il suo unico modello capace di offrire merci e servizi assicurando abbondanza ed efficienza. Invece l’epidemia ha mostrato che quel modello globale non solo crea minacce alla salute, ma è del tutto impotente nel dare risposte a questa emergenza. Difatti, la sanità privata non è per nulla presente in questi frangenti. Giunti a oggi possiamo affermare che il mercato deve fare molti passi indietro sia nell’azione delle imprese private come nelle politiche realizzate dai governi. Bisogna muoversi alla luce dell’art 41 della costituzione: la libertà d’impresa è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Il welfare state deve tornare in primo piano con la sua natura di modello di organizzazione della società e della produzione di servizi alternativo alla logica del mercato capitalistico.

È solo una proposta legata all’emergenza salute? Niente affatto. Il welfare non è un costo per il sistema economico privato. Esso è un sistema parallelo che produce beni e servizi pubblici e assicura la riproduzione sociale in base a diritti e bisogni, anziché alla capacità di spesa. È quello che produce qualità sociale e ambientale che il PIL, fondato sul valore delle merci, non è in grado di misurare. Esso va rifinanziata in modo massiccio in vari modi come la tassazione progressiva di redditi e patrimoni e se necessario, attraverso una spesa in deficit. Il welfare state potrebbe diventare il motore di uno sviluppo ad alta qualità sociale e ambientalmente sostenibile. L’intervento pubblico, tuttavia, non si deve limitare alla fornitura dei servizi di welfare. Deve indirizzare le traiettorie di sviluppo economico assicurando la coerenza tra comportamenti delle imprese e gli obiettivi sanitari, sociali e ambientali. C’è di nuovo bisogno del ruolo dello Stato nell’economia e nella società. Ma deve essere uno Stato innovatore che abbia il coraggio di dettare nuove regole: la quasi nazionalizzazione dell’industria farmaceutica, la richiesta d’avere nazionalizzati servizi strategici alla nazione. Già l’indirizzarsi giocoforza verso il lavoro leggero da parte d’interi settori anche pubblici, tra non molto l’attuazione nel sistema scolastico, creerà un modo d’operare molto differente. Questo ripensare di produzioni, servizi e consumi alla luce delle nuove esigenze della salute porterà a un rivedere la sostenibilità ambientale, la cosiddetta impronta ecologica. La politica economica sul welfare può essere un motore di sviluppo dell’economia anche per l’Europa. Essa dovrà investire nel welfare specialmente nella sanità (assistenza, nella strumentazione medica, nelle biotecnologie, nella genetica e nella ricerca farmacologica).

È chiaro a tutti che nell’Unione Europea il tempo dell’austerity è stato un grande fallimento lasciando tutti i Paesi impreparati e non uniti da vere logiche comunitarie. Si poteva rilanciare la fornitura pubblica dei servizi, prevedere la partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni non profit, invece niente di tutto questo. In Europa una politica così descritta è possibile utilizzando strumenti istituzionali, competenze e risorse esistenti? Già la crisi del 2008 ha fatto capire l’impreparazione dell’Unione con un decennio di recessione e ristagno specialmente per il Sud Europa arrivando oggi a lambire i Paesi forti. Questo nuovo scenario che porterà a una recessione globale colpendo i debiti pubblici ci riporta a trovare nuovamente un’incapacità possiamo affermare: congenita con un’Unione tutta tesa alle vecchie logiche di mercato, finanze e contenimento del debito pubblico. Invece bisogna rilanciare proposte come quella degli EuroUnionBond, sulla base delle esperienze del Meccanismo europeo di stabilità (che già emette titoli europei) e delle attività della Banca Europea degli Investimenti. Di fronte a questa recessione, le politiche di espansione monetaria sono del tutto inefficaci e la classe dirigente europea deve abbandonare le idee di politica economica che finora ha intrapreso. Anche lo stimolo indiretto di politiche fiscali espansive o sgravi fiscali rischia di avere effetti limitati. Solo un aumento della spesa pubblica per acquisti di beni e la creazione di nuove attività produttive può far ripartire l’economia. Attualmente il sistema finanziario è diventato più complesso e vulnerabile. Ultimamente c’è stato l’appello di oltre 100 economisti italiani rivolta a Ue e Bce per chiedere di cambiare rotta, di abbandonare il Fiscal compact. Loro chiedono una revisione delle regole di funzionamento dell’Unione, sul Mes affermano che non è in grado di salvare nulla, anzi è uno strumento di disciplina che gli Stati egemoni vogliono usare per imporre il loro dominio su quelli che cadano in difficoltà. Purtroppo, l’Europa dei vincoli e dell’austerità resiste tuttora. Se non si deciderà a cambiare una volta per tutte sarà questa la condanna dell’Unione. La loro posizione è netta: Il Mes è una delle zavorre di cui ci dobbiamo definitivamente liberare per costruire finalmente l’Europa del XXI secolo, un’Europa che sia in grado di sopravvivere ai cambiamenti che stiamo vivendo e di dare risposte ai popoli che ne fanno parte. Nel loro appello gli economisti italiani formulano quattro richieste necessarie e immediate tutte rivolte alla Bce. Essa deve riaffermare che è disposta ad interventi illimitati in base a quanto necessario, che gli acquisti di titoli pubblici non devono avvenire più in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede, ma in base alla necessità di contrastare la speculazione. La Bce deve anche annunciare che i titoli sovrani acquistati saranno rinnovati indefinitamente. Infine, deve trovare la formula giuridica compatibile con i Trattati per acquistare a titolo definitivo bond senza scadenza emessi dagli Stati, con rendimento zero o prossimo allo zero, da collocare poi presso le Banche centrali nazionali. Guardando al futuro e al post-emergenza, l’appello rivolge cinque richieste ai governi dell’Unione europea. In primis, abbandonare l’idea che la crescita dell’economia possa essere affidata alle sole esportazioni, prendere atto che le prescrizioni contenute nel Fiscal compact vanno lasciate cadere e concordare che il pareggio di bilancio debba valere solo per le spese correnti. Gli economisti sottolineano anche che la politica fiscale può essere usata in funzione anticongiunturale, anche se ciò comporta un deficit pubblico o un suo aumento. Infine, chiedono di abbandonare i criteri di sorveglianza basati su parametri inaffidabili come il Pil potenziale. Ma esiste una proposta eccezionale per tale situazione straordinaria che si può indicare: quella di pensare che è giunta l'ora di cambiare il paradigma del debito non proponendo di aumentare il debito pubblico, per di più in una valuta che non controlliamo, è ciò che dichiara Draghi, questa era la maniera che si usava nelle guerre dove i vincitori facevano pagare le spese di guerra indebitando a vita i vinti. Oggi i vinti saremmo noi e i vincitori i mercati. Niente di nuovo quindi. Occorre invece un giubileo dei debiti non nuovo debito: un azzeramento anche parziale del debito pubblico italiano e europeo. È ciò che chiede l’emergenza sanitaria in una situazione che porta tutti (ricchi e poveri) allo stesso piano. Sono questi i momenti che fanno capire l’effimero del nostro essere umani.

La Sicilia in ritardo per Zes mentre il nord si organizza e accaparra le risorse messe a disposizione dal governo

Leggi tutto...

Non si tratta di pessimismo o “gufaggine”, e neanche di una “storia di fallimenti” ma c’è un “peccato di origine” che ci suggerisce di vigilare

Leggi tutto...

13 comuni sui 21 della provincia vi faranno parte grazie al secondo bando ma si stenta a credere che possano attrarre investimenti stranieri

Leggi tutto...

SCHEDA

Leggi tutto...

 

   https://www.facebook.com/siracusadifferenzia.it/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chi siamo

Continueremo a difendere l’ambiente, il multiculturalismo, il welfare, l’etica politica, a lottare contro ogni sfruttamento delle persone, delle città e dei territori, a sostenere la necessità di uno sviluppo economico coniugato con l’ecosostenibilità delle iniziative.

Privacy Policy Cookie Policy

Dove siamo


Viale Santa Panagia 136/H

Contattaci

Se ci vuoi supportare, chiamaci allo 3331469405 / 3337179937 o manda un'email a: redazione@lacivettapress.it / postmaster@pec.lacivettapress.it

Showcases

Background Image