Arrivare a una fermata a freddo degli impianti in zona industriale è deleterio. Lo sa bene chi da tecnico ha lavorato per anni fra quegli impianti. Ma affermare, da parte del presidente della Confindustria Bivona, “È impossibile perché il polo è strategico, esso assicura la produzione per il 38% di prodotti petroliferi in Italia” è inaccettabile. Innanzitutto la produzione petrolifera della zona industriale, da dati dell’unione petrolifera, è molto più bassa (intorno al 28%), in secondo luogo una buona parte del raffinato non serve all’Italia, ma va in altri Paesi. Prendiamo l’ex raffineria Esso divenuta di proprietà dell’algerina Sonatrach: questa produce maggiormente per il mercato africano. Non è un caso che la Esso non abbia ceduto il ramo commerciale italiano. La Esso vende sul mercato italiano con le sue benzine. Tempo fa, quando venivano indetti scioperi significativi, si era raggiunto un compromesso fra sindacato e industrie petrolchimiche, quello di abbassare la produzione negli impianti. Esse dovevano marciare al cosiddetto “minimo tecnico”, con il personale turnista che rimaneva a lavoro per gli impianti in marcia. Certamente era oneroso per le imprese pagare i turnisti avendo la produzione ridotta. Si può obiettare che ai tempi il sindacato aveva molto più potere. Oggi al contrario tutto si sacrifica sull’altare del grande e globale profitto per cui le esigenze internazionali non possono essere bloccate, pena grandiosi ripercussioni sulle attività mondiali e soprattutto su quelle finanziarie. Attualmente, complice la situazione d’emergenza, non solo alcune multinazionali continuano nella massima produzione, ma contemporaneamente, con l’assenza di organi preposti a controlli (l’Arpa è stata ridotta a un presidio), si prendono la libertà di emettere inquinanti a gogò per cui, se non si morirà di virus, si inaleranno inquinanti con possibili effetti cancerogeni nel tempo.

Non contenti di ciò il Presidente della Confindustria e alcuni politici locali annunciano una richiesta alla Regione per una finanziaria d’emergenza data dalla situazione pandemica che non sta toccando affatto gli industriali nei loro profitti. Il ragionamento è semplice: vista la richiesta di soccorsi da parte del governo perché non chiedere anche noi un aiuto? Se in questi anni miliardi di denaro pubblico sono stati distratti dalla sanità pubblica, ci sono state anche altre distrazioni cioè mancate iniziative, riguardanti la salute pubblica, che avrebbero dovuto essere prese da tempo per i cittadini del quadrilatero industriale. Difatti, ultimamente, con la Regione che ha presentato dapprima il piano regionale sulla qualità dell’aria e a febbraio la legge antinquinamento che introduce il sistema Simage, in funzione da anni al polo di Porto Marghera, si è alzato un coro unanime di disapprovazione e critiche feroci di industriali e politici per disposizioni legislative che, a loro dire, giungevano a causare un danno a tutti, anche se si aprivano alla salute dei cittadini. (sic) “Così si corre il pericolo di far scappare le multinazionali!” è stato il grido unanime. E noi ancora crediamo a questa favola? Se osserviamo la nostra realtà, possiamo affermare che queste grandi imprese hanno un territorio sottomesso e paladini che le difendono, una cinesizzazione dell’indotto sottoposto a gare d’appalto sempre più al ribasso, a lavoratori dell’indotto, specialmente edili, che davanti al grande caldo non possono fermarsi perché non vi sono centraline che dichiarino la reale temperatura tale da giustificarla all’Inps per una cassa integrazione, il poter raggirare molte normative. Quindi davanti a questa tranquilla situazione che potrebbero trovare solo in altri Paesi meno progrediti, ma lontani da importanti rotte commerciali, possono mai pensare di andar via? Ecco la vera e cruda realtà: noi produciamo e esportiamo, che i siracusani vadano incontro a malattie con un sistema sanitario inadeguato (mi riferisco a quello della provincia che risulta molto al di sotto della media nazionale) non interessa. Noi rimaniamo degli estranei! In fondo è da tempo che qui si gioca sulle spalle dei lavoratori e cittadini alla faccia di leggi e carta costituzionale. L’on. Cafeo ha dichiarato: “La zona industriale deve continuare la produzione seppur nel pieno rispetto delle nuove direttive anti-contagio” ... mentre il sindaco di Priolo si è detto deluso per la mancanza di solidarietà da parte delle aziende che non hanno partecipato minimamente all’acquisto di macchinari, strumenti o presidi per fare fronte all’emergenza Coronavirus come se il problema non li riguardasse. Ma ciò non è una novità e il sindaco lo sa. Altra sceneggiata! Ogni anno sono decine di migliaia le vittime in zona per inquinamento ambientale. Lo vivono anche le aree di Gela, Taranto e altre. dove per decenni la salute viene sacrificata in nome d’interessi economici tutti a vantaggio di grossi gruppi industriali. È di questi mesi Taranto, un esempio eclatante. Eppure, su un’altra linea di condotta è l’Eni che ha stanziato 30 milioni di euro da impiegare nella lotta al Covid-19, è partner unico della Fondazione Policlinico Gemelli per la realizzazione del COVID 2 Hospital a Roma, che sarà esclusivamente dedicato alla cura dei pazienti affetti da coronavirus e questo ospedale sarà operativo dal 31 marzo.

Non è anch’essa una multinazionale che opera nello stesso settore? Eppure, si presenta con una sensibilità ambientale, protagonista nelle zone industriali dove persiste. Intanto, dopo la messa in quarantena di una quarantina di lavoratori appartenenti a 2 imprese dell’indotto, a un vertice in Confindustria il sindacato ha chiesto legittimamente la sospensione di tutte le attività ordinarie e di fermata, la diminuzione di quelle di produzione industriale, il contingentamento minimo del personale per assicurare le emergenze, la riduzione dei servizi al minimo indispensabile, l’individuazione di strumenti di protezione individuale eccezionali laddove non sarebbe possibile rispettare la distanza interpersonale a seguito di lavorazioni industriali indifferibili e assolutamente essenziali. E mentre in zona infuriavano i soliti sfiaccolamenti con fiamme e fumi, miasmi insopportabili, il presidente Bivona si è riservato di valutare la richiesta sindacale con le aziende coinvolte. Eppure, i recenti fatti registrati in merito all'evoluzione dei contagi (i 40 lavoratori della zona industriale in auto quarantena) non dovrebbero consentire alcuna sottovalutazione né alcun rinvio. Dove sono le autorità preposte a imporre le disposizioni governative? E nel corso dell'incontro nessuno ha accennato ai veleni che da giorni, data la mancanza di controllo, stanno appestando i residenti nel quadrilatero industriale Augusta, Melilli, Priolo, Siracusa. Alla fine anche quest’occasione emergenziale ci fa capire come alcune multinazionali usano e abusano del territorio senza rispetto alcuno, ma dobbiamo fare dei distinguo perché Sonatrach, Erg Power e Sasol hanno deciso di ridurre al minimo la presenza di lavoratori in azienda e alcune attività industriali. La lezione che a tutti dà quest’emergenza è quella che la tutela della vita e della salute dei lavoratori e delle loro famiglie è più importante se vogliamo dirci Paese civile e non realtà sottosviluppata, un territorio da vero far west.

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